Coronavirus. Trieste soccorso e aiuto ai migranti, nonostante la Lega

A Trieste, da mesi, un gruppetto di volontari – tra loro anche medici dell’Associazione Don Kisciotte – si fa trovare in una delle piazze del centro, offre un primo soccorso e cura le ferite dei migranti in arrivo da Serbia, Bosnia, Croazia, Slovenia dopo essere stati percossi e derubati

Marinella Salvi * • 18/3/2020 • Buone pratiche e Buone notizie, Immigrati & Rifugiati, Salute & Politiche sanitarie • 406 Viste

Assistenza agli ultimi. Da mesi, un gruppetto di volontari – tra loro anche medici dell’Associazione Don Kisciotte – si fa trovare in una delle piazze del centro, offre un primo soccorso e cura le ferite, soprattutto i piedi, di questi ragazzi che arrivano spesso dopo aver camminato per infiniti chilometri, dopo essere riusciti a sgusciar via dalle botte in Serbia, in Bosnia, in Croazia, in Slovenia, dopo essere stati percossi e derubati

TRIESTE. Gli ultimi degli ultimi: quelli che non hanno casa o che sono ammassati in trappola nei centri di raccolta per migranti o quelli che, alla spicciolata, arrivano in Italia dalla rotta balcanica e non hanno un posto dove andare.

A Trieste, da mesi, un gruppetto di volontari – tra loro anche medici dell’Associazione Don Kisciotte – si fa trovare in una delle piazze del centro, offre un primo soccorso e cura le ferite, soprattutto i piedi, di questi ragazzi che arrivano spesso dopo aver camminato per infiniti chilometri, dopo essere riusciti a sgusciar via dalle botte in Serbia, in Bosnia, in Croazia, in Slovenia, dopo essere stati percossi e derubati.

Arrivano  sfiniti, pieni di freddo e di angoscia. Sulle panchine del giardino davanti alla stazione trovano una bevanda calda, un panino, un giubbotto – quando c’è – un paio di scarpe – quando c’è.

Trovano qualcuno che pulisce loro le piaghe, cura le lesioni – che qualche volta sono colpi di pistola, morsi, frustate – perché non si infettino, se già non è avvenuto.

Intollerabile per la Lega. Così, un paio di giorni fa, il vice-sindaco di Trieste, quel Paolo Polidori che aveva buttato nel cassonetto le poche cose di un clochard lasciando stupefatta mezza Italia, ha dichiarato: «Con la penuria di mascherine per gli operatori che stanno lavorando in condizioni assurde, c’è chi pensa che sia prioritario distribuirle in piazza! Ho chiesto che non si tollerino assembramenti, i migranti non hanno più diritti dei nostri, come qualcuno crede; ricordo che anche loro devono restare a casa!»

L’assessore una casa ce l’ha, sicuro. Non come questi ragazzi, non come i senza tetto locali di cui, nonostante siano autoctoni, sembra comunque infischiarsene. Tutti a casa, c’è il coronavirus, c’è un decreto da rispettare. Poco importa se adesso, più di prima, un letto o un riparo, se pur temporaneo, è proprio difficile trovarlo: il rispetto delle distanze di sicurezza ha fatto diradare i posti letto nelle strutture di accoglienza e tutti gli spazi diurni sono stati chiusi.

Rispettare il decreto del Presidente del consiglio del 9 marzo, giusto, ma lasciare persone senza un ricovero non è, questo, un attentato alla salute pubblica?

Poi, con incredibile violenza Polidori aggredisce anche Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà e vicepresidente dell’Associazione  studi giuridici sull’immigrazione: occasione sono i richiami di Schiavone alla Protezione Civile perché non continui a dimenticare i migranti.

L’assessore triestino definisce le parole di «un personaggio amico dei migranti che tanti soldi gli hanno fatto incassare» «dichiarazioni nauseabonde.. sproloqui e deliri di un essere che si presenta ora nella sua più ignobile veste di nemico dei cittadini e della nostra società e verso il quale deve essere manifestato il più profondo disprezzo!».

Qualcuno potrebbe pensare che è incitazione al linciaggio.

Non si tira indietro l’assessore regionale Pierpaolo Roberti – stessa appartenenza leghista del Polidori – che, messo al corrente che ci sono migranti che “non osservano le nuove normative”, dichiara di avere chiesto al Governo «misure più drastiche che vadano dalla revoca di ogni permesso di soggiorno fino all’invio immediato al CPR».

Ed ecco il Presidente della Regione Massimiliano Fedriga: «Non bastano ammende, servono misure punitive diverse”. Con tutta evidenza per loro italiani e stranieri andrebbero sanzionati in maniera diversa: suona obbrobrio giuridico oltreché baratro morale. Sì, è vero, dobbiamo tutti stare a casa e ben vengano i controlli. Ma siamo sicuri che tutti sono informati e trovano un posto dove stare? Chi si avvicina ai migranti che si fermano in piazza in cerca di aiuto? La polizia o i carabinieri, certo, quasi fosse soltanto un problema di documenti o di sanzioni da comminare. Tutti da spedire sic et simpliciter al CPR, come vorrebbe Roberti, che vuol dire in campo di concentramento?

Intanto fioccano le denunce per inosservanza delle misure anti-coronavirus: in pochi giorni ne sono partite una ventina contro migranti trovati per strada o sulle panchine di un giardino. Devono stare a casa e non importa se la casa non c’è. E il potere dei Prefetti di requisire immobili? E le procedure di esproprio che la pubblica amministrazione potrebbe mettere in atto in situazioni di emergenza?

L’Associazione linea d’ombra, quella che si fa trovare in piazza con pomate garze coperte e arance, sottolinea di avere l’autorizzazione per svolgere i propri interventi che avvengono sempre nel rispetto della normativa, compresa quella straordinaria di questi giorni.

«Anche nelle istituzioni chi non è accecato da interessi di potere, si rende conto che non si possono lasciare in strada decine e decine di persone, spesso in condizioni fisiche precarie, senza cibo, senza niente. Non c’è dubbio che in questo modo noi facciamo qualcosa che compete alle istituzioni: è questo probabilmente il motivo per cui ci è stato dato il permesso. Non è nostro mestiere colmare i vuoti delle istituzioni. Nostro mestiere è creare frammenti di società solidale. E oggi i migranti e i profughi sono per questo, almeno qui sul confine orientale, l’interlocutore principale.” Coerentemente con la logica securitaria, intanto, il Prefetto di Trieste ha comunicato che 100 militari saranno assegnati alla provincia giuliana “per un capillare controllo dei confini».

* Fonte: Marinella Salvi,  il manifesto

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