Salvare umani, restare umani. L’armatore della nave Mar Jonio racconta

Intervista all’armatore della Mar Jonio, del progetto Mediterranea Saving Humans, la prima nave la prima nave battente bandiera italiana impegnata nel salvataggio di migranti in fuga dalla Libia. Da Global Rights Magazine, numero speciale, “Rovi di mare”

Sergio Segio * • 9/3/2020 • Contenuti in copertina, Global Rights, Le interviste di Diritti Globali • 349 Viste

Vedendola da un certo punto di vista – quello di coloro che non si piegano alle logiche disumane del tempo –, l’esperienza di Mediterranea Saving Humans ha contribuito a salvare l’onore (parola desueta ma pertinente) dell’Italia in uno dei momenti peggiori della sua storia politica recente, nei quali odio, razzismo e intolleranza sono stati sapientemente e cinicamente inoculati nella società dall’alto, da ruoli apicali del governo. Anzi dei recenti governi, data una sostanziale continuità al riguardo tra le politiche di Minniti e quelle di Salvini nei confronti della supposta “emergenza migratoria”. E data anche la perdurante validità al tempo dell’esecutivo “Conte 2” di alcuni dei più odiosi provvedimenti del governo a trazione leghista, come i decreti sicurezza. Tu sei stato e sei tra i protagonisti di questa meravigliosa e necessaria avventura. Ci racconti come è nata e anche quale bilancio avete sinora tratto da quell’esperienza?

 

Come giustamente osservi, la situazione che stiamo vivendo non arriva come un fulmine a ciel sereno, ma è frutto di una costruzione “culturale”. Pensiamo alla legge “Turco-Napolitano” del 1998, istituiva i CPT, Centri di Permanenza Temporanea, carceri speciali per chi non aveva commesso alcun tipo di reato ma veniva incarcerato sulla base dello status, essere straniero. Iniziamo, senza andare a vedere i passaggi addirittura precedenti, a valutare la “pericolosità” in base alla sola differenza etnica e luogo di nascita. Si apre in questo modo con facilità alla successiva legge, la “Bossi-Fini” e al reato di clandestinità.

Pensiamo agli accordi del Governo Gentiloni, fatti dal Ministro Marco Minniti, con i clan libici, il cosiddetto Codice di Comportamento per le ONG che operavano nel Mediterraneo centrale e i Decreti “Minniti-Orlando”. Logica conseguenza a questa deriva sono i Decreti sicurezza 1 e 2 del Ministro Matteo Salvini e la panzana dei porti chiusi.

Aggiungiamo la comunicazione. Negli ultimi anni abbiamo sentito e letto quotidianamente su quasi tutti i media il termine Invasione. L’invasione ha a che fare con un atto ostile, di nemicità. Dal nemico che ti invade devi difenderti, difendere la tua casa, la tua famiglia e i tuoi confini. Peggio ancora del nemico che ti invade sono solo i “traditori”, quelli che solidarizzano con il nemico che ti invade, le associazioni e le ONG, che lavorano nell’accoglienza o addirittura li salvano in mare. Arriva quindi in maniera “naturale” la criminalizzazione dell’umanitario, della solidarietà, che a questo punto assume un valore politico non più “semplicemente” umanitario ma di vera e propria azione di umana politica. Qui nasce Mediterranea.

Nasce nel momento in cui il Mar Mediterraneo è desertificato, nessuna organizzazione non governativa è più presente con le proprie navi, o perché sotto sequestro oppure perché costrette dalla situazione a prendere atto dell’impossibilità di continuare a operare in quello specchio di mare. Nel contempo, però, si continua a morire, nell’estate del 2018 i numeri dicevano che in media nove persone al giorno morivano nel tentativo di attraversare la frontiera più pericolosa al mondo: il Mar Mediterraneo.

Ecco che la prima nave battente bandiera italiana, la Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans, riapre quella contraddizione e quella possibilità di esserci là dove non volevano occhi indiscreti e non controllabili, si riapre la possibilità di denunciare quanto accade nel Mediterraneo e le responsabilità dei paesi europei, si ritorna a salvare vite umane, uomini donne bambini e bambine.

Difficile fare un bilancio. Potrebbe essere sul numero di vite che abbiamo incontrato nel Mediterraneo e fatte sbarcare nel Porto sicuro più vicino, oppure sul numero di relitti che abbiamo visto nelle diverse operazioni a testimonianza dei naufragi “fantasma” o di quelli a cui abbiamo assistito mentre eravamo fermi in porto nei diversi sequestri a cui hanno sottoposto la Mare Jonio e l’imbarcazione Alex, la nostra barca appoggio. O forse è facile. Abbiamo ricevuto due sanzioni amministrative per due salvataggi effettuati, una da 66.000 e una 300.000 euro, diversi sequestri e dissequestri, diverse inchieste aperte con iscrizione nel registro degli indagati di alcuni di noi e attualmente sia la Mare Jonio che la Alex sono sotto sequestro amministrativo ferme nel porto di Licata. Quindi il bilancio è positivo, ne valeva la pena anche se fosse stata una sola volta in cui poter dire: siamo arrivati in tempo.

 

Un valore aggiunto di Mediterranea sembra anche quello di aver rivitalizzato una miriade di situazioni sparse per l’Italia, gruppi e reti per lo più informali che si sono attivati spontaneamente in raccolte fondi e in tanti momenti pubblici di dibattito, informazione e scambio su quanto la nave e il suo equipaggio stavano facendo. Mostrando così che esiste un’Italia diversa e altra rispetto a quella che i media ci propongono tutti i giorni come fosse l’unica esistente e possibile. Quel reticolo solidale continua a esistere o si è trattato di una fiammata già estintasi? Quale fotografia ne avete ricavata, quanto a composizione sociale e a distribuzione territoriale?

 

Nella notte tra il 3 e il 4 ottobre del 2018 la Mare Jonio è salpata dal porto di Augusta diretta verso il Mediterraneo centrale. Fino a quel momento tutta la nostra attenzione, il nostro focus, è stato rivolto al mare, come preparare la nave, la formazione e composizione dell’equipaggio, le rotte e le attrezzature. Era la parte più importante e quella che ci preoccupava di più. Il 4 ottobre, dopo la conferenza stampa in cui abbiamo reso pubblica la presenza della prima nave battente bandiera italiana in operazioni di monitoraggio ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, invece è “esplosa” la via di terra, sorprendendo per primi noi nelle dimensioni e partecipazione. Siamo arrivati a più di 1500 iniziative in tutta Italia, in ogni parte d’Italia, soprattutto all’inizio erano promosse da persone che non conoscevamo, reti spontanee di soggetti diversi, il bello è che non erano iniziative a sostegno di Mediterranea ma erano Mediterranea.

Non siamo una ONG, da subito ci siamo definiti come piattaforma aperta e inclusiva di persone, associazioni, realtà politiche e sociali, e abbiamo riscontrato immediatamente una voglia, quasi un bisogno, da parte di moltissimi di “salire a bordo” essere e sentirsi Mediterranea. Questo è quello che ha fatto la differenza, per esempio, nella possibilità di dare continuità al progetto. Non abbiamo grandi finanziatori, ma migliaia di uomini e donne hanno deciso di sostenere la propria nave con piccole donazioni e moltissime iniziative per raccogliere fondi. La composizione, di quello che abbiamo definito equipaggio di terra, è una composizione plurale e molteplice molto spesso composta da persone “normali” alcuni senza nessuna esperienza pregressa di partecipazione o esperienza associativa e politica. Le iniziative sono state organizzate nei teatri, nelle librerie, centri sociali, parrocchie, circoli ARCI, trattorie e bar. Cene e aperitivi, reading e concerti, mercatini, aste, bomboniere per matrimoni, regali di compleanno o di laurea, in memoria o per festeggiare una nascita; queste e moltissime altre le modalità che sono state utilizzate per raccogliere fondi per permettere alla Mare Jonio di fare le miglia necessarie a percorrere il Mediterraneo.

Qualcosa che non è ancora finito, continua anche e soprattutto quando la nave è ferma, sotto sequestro, si capisce che quello è il momento più difficile si rischia di sparire di concludere l’esperienza e quindi si sente una spinta maggiore di chi ancora ritiene necessario avere una nave nel Mediterraneo e decide di sostenerla.

 

Nel 2019 vi sono state 3170 morti di migranti, al solito il maggior numero (1246) è di quanti hanno cercato di arrivare in Europa traversando il Mediterraneo. Sempre nel corso dell’anno appena passato, al 29 dicembre, gli arrivi in Europa sono stati 125.069, di cui 101.704 via mare. Le cifre si sono ridotte negli ultimi anni, anche se, come ci hanno documentato i ricercatori, a fronte di minori partenze sono cresciute le percentuali delle vittime. La domanda è: ma le leggi umanitarie internazionali, così come quelle del mare, sono davvero ormai solo carta straccia? Se non è più il diritto internazionale il baluardo dei più deboli a cosa ci si deve appellare, dato che, con tutta la buona volontà, le ONG non possono che dare un contributo numericamente piccolissimo, per quanto prezioso, alla salvezza di quelle persone?

 

Il punto principale in assoluto sta nel diritto alla libertà di movimento, diritto negato a buona parte della popolazione nel mondo. Non ci sono vie legali di accesso in Italia e in Europa, chi deve scappare o chi cerca una possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita si ritrova a dover affrontare viaggi allucinanti che in alcuni casi durano anni. Parti sapendo di mettere a rischio la tua vita e quella dei tuoi cari, sapendo però che è anche l’unico modo che troppo spesso hai per sperare di poter vivere.

Non c’è invasione, i numeri sono evidenti, anche se il cambiamento climatico, i nuovi conflitti e le diseguaglianze sempre maggiori non possono che fare aumentare le migrazioni. A fronte di questo abbiamo una campagna sempre più massiccia di propaganda razzista e xenofoba, e purtroppo funziona. Si sposta il “conflitto”, oramai sembra che l’unica rivendicazione possibile sia quella per mantenere lo status di penultimo, quindi contro l’ultimo.

Davanti a tutto questo sembra che ogni barbarie sia possibile e ammessa, nessuno può dire di non sapere quanto accade nel Mediterraneo o sulla rotta balcanica, in Libia o in Grecia, ma sembra il “naturale” prezzo da far pagare a chi ha l’ardire di volere una vita “semplicemente” migliore. Ci sono però anche molti segnali positivi, hai uomini e donne, associazioni, ONG, reti che sono schierati e presenti nei luoghi di maggior criticità o banalmente sotto casa laddove ci sia la necessità per mantenere aperto quello scontro tra umanità e disumanità. Uso volutamente questi termini, non è una riduzione, è fortemente politico il significato di questo scontro, ha a che fare con la solidarietà, la complicità e la condivisione, l’indignazione e la rabbia. Significa non rassegnarsi.

Ognuno trova il proprio fronte, e nessuno è più importante dell’altro, il nostro, quello che abbiamo scelto è il Mediterraneo centrale, luogo fortemente simbolico ma anche strategico. Operare in mare significa avere un quadro del diritto internazionale molto chiaro e definito, hai convenzioni internazionali, leggi del mare e nazionali. Chi in mare non salva qualcuno in difficoltà risponde penalmente per omissione di soccorso. Noi quel diritto oggi lo agiamo in maniera “offensiva” non semplicemente “difensiva”, affermiamo che salvare le persone in mare andrebbe fatto anche se illegale, ma oggi non lo è e quel diritto va mantenuto e quei diritti, di chi si trova in difficoltà, vanno rispettati. Questo il motivo per cui continua a essere fondamentale la presenza delle navi della società civile nel Mediterraneo. Ritirarsi significherebbe rendere quel quadro di diritto internazionale sempre più sfumato e indefinito e la rivendicazione dei diritti sempre meno forte e possibile. Questo, non riguarda l’altro, lo straniero, il migrante o il profugo, riguarda tutti e tutte, significa avere meno possibilità di agire i propri diritti in ogni luogo. Retrocedere da questo punto significa un arretramento complessivo che non possiamo permetterci.

 

Con il cambio di governo in Italia, e con una strategia di “sdrammatizzazione” politico-mediatica dei flussi di migranti in arrivo, obiettivamente ridotti nei numeri, vi è un’attenzione assai minore anche nei confronti delle attività delle ONG e delle reti solidali. Le quali, penalizzate e criminalizzate dal mainstrean, sembrano però poco capaci di raccontarsi e di costruire un diverso senso comune e una narrazione alternativa, di divenire anche proposta culturale e politica più complessiva. E quindi anche di proporre e di imporre un cambio di rotta normativo sulla questione delle migrazioni. Come Mediterranea avvertite come esistente questo problema? Avete ragionato e investito anche in una opera di comunicazione? Se sì, come?

 

Sì, per molti aspetti questo è un momento molto più difficile di quello precedente. Prima c’era una modalità urlata, becera e volgare che polarizzava moltissimo le posizioni, chi non si riconosceva in quella inqualificabile vergogna sentiva la necessità di schierarsi, di esserci anche nel sostenere chi con una nave tentava di affrontare quell’onda nera che si alzava sempre di più.

Ora il linguaggio usato dal Governo è molto diverso, alcuni segnali oggettivamente ci sono, timidi e non sufficienti ma bastano a togliere visibilità e attenzione a quanto succede.

Nei fatti c’è una continuità con il Governo precedente, i decreti sicurezza sono ancora legge dello stato, gli accordi con i clan libici sono stati reiterati e la Mare Jonio e la Alex continuano a essere ferme nel Porto di Licata sotto sequestro amministrativo quando basterebbe una sola firma, da parte di un Ministro dell’attuale Governo, per farle ritornare in mare a salvare vite umane.

La comunicazione in questo senso diventa fondamentale, i più di 1500 incontri di cui parlavo prima sono parte importante della comunicazione, l’utilizzo di testimoni pubblici, campagne social, tutto serve. Credo però che ci debba essere un racconto in cui potersi immedesimare, quello che ci stanno togliendo è l’empatia, si parla quasi esclusivamente di numeri e non conosciamo i nomi, i desideri i sogni e i progetti di vita di chi tenta di arrivare.

Molto spesso raccontiamo queste persone esclusivamente come vittime, ovviamente sono persone che molto spesso hanno subito le peggiori violenze e torture, ma sono soprattutto portatori sani di sogni, e oggi più che mai abbiamo bisogno di sogni, altrimenti rimaniamo invischiati nell’incubo che ci viene raccontato.

Lo stesso vale per noi di Mediterranea, da subito abbiamo deciso di raccontare a più voci e in soggettiva la nostra esperienza. Non abbiamo la figura carismatica, il leader che buca lo schermo, abbiamo tante persone diverse che raccontano quello che stanno facendo e perché. Io sono un operatore sociale, da trent’anni questo è il mio lavoro e continuo a farlo, in questo momento però sono anche l’armatore della Mare Jonio. Il mio racconto parte proprio da qui, perché un operatore sociale si ritrovi oggi ad assumersi la responsabilità giuridica e penale di una nave che svolge una attività di monitoraggio e salvataggio nel mar Mediterraneo. Questo vale per ognuno e ognuna di noi, sia per chi faccia parte dell’equipaggio di terra che di mare, anche questo serve per spiegare che non ci sono “eroi” ma persone normali che in questi tempi si ritrovano a fare cose eccezionali per tentare di salvarsi dall’imbarbarimento e dall’indifferenza.

 

Liliana Segre, nel suo discorso al Senato italiano per annunciare le intenzioni di voto sul nuovo governo “Conte 2”, ha detto: «Mi hanno insegnato che “chi salva una vita salva il mondo intero”. Per questo un mondo in cui chi salva vite, anziché premiato, viene punito mi pare proprio un mondo rovesciato».

Anche la Mare Jonio, come le navi delle ONG che fanno opera di salvataggio dei migranti nel Mediterraneo, ha subito denunce, sequestri, accuse e ostacoli di ogni genere. Che la vita di quelle persone sia considerata così priva di valore è un segno dei tempi, appunto alla rovescia, o rimanda a ragionamenti più ampi e meno contingenti sulla crescete disumanizzazione portata e prodotta da questo sistema sociale? In un’occasione avete citato Martin Luther King: «Possiamo essere giunti fin qui su navi diverse ma, ora, siamo tutti sulla stessa barca». Ma, a quanto pare, una parte del mondo – peraltro assai minoritaria, per quanto potente – considera e impone che l’altra parte, quella più debole e povera per varie ragioni storiche, sociali, economiche, geografiche non abbia l’eguale diritto a stare sulla barca supposta comune, e dunque a salvarsi. Anche la questione delle migrazioni è da ricondurre a quella, più ampia e complessa, delle crescenti diseguaglianze e delle iniquità strutturali del sistema economico-sociale vigente?

 

Quello che muove tutti, nessuno escluso, è il desiderio. Il desiderio di migliorare la qualità della propria vita, vivere bene, essere felici.

Se però la tua vita è vissuta in luoghi in cui le violenze, le guerre o gli scontri etnici o religiosi, la desertificazione e la possibilità anche solo di sopravvivere ti viene negata, allora quel desiderio diventa impellenza, necessità, e fai quello che ognuno, nella medesima situazione farebbe. Partire alla ricerca di un luogo in cui poter vivere e desiderare una vita che abbia delle possibilità di qualità e felicità. Le merci si muovono con estrema facilità, le ricchezze vengo estratte e depredate in particolare nei Paesi in cui la povertà è maggiore, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è sempre più accentuato in ogni parte del mondo, ma in alcune di queste parti si arriva a dei livelli di sfruttamento che mettono in moto sistemi di schiavitù. Si chiama capitalismo e non si ferma davanti a niente, né ai mutamenti climatici né alla vita umana, un sistema che sta arrivando al collasso ma che ha continuamente bisogno di alimentarsi di nuovo sfruttamento. Tutto questo produce migrazioni, persone in fuga o in viaggio, con l’aereo quando queste persone partono da Paesi occidentali verso altri in cui sperimentare nuovi percorsi di opportunità personale, oppure a piedi o in gommone quando questo avviene da Paesi in cui i tuoi documenti e il tuo passaporto non hanno un valore contrattuale nel resto del mondo. Non parlo di competenze saperi o professionalità, molto spesso queste non vengono nemmeno prese in considerazione; è proprio il “diritto” alla mobilità il problema che ha a che fare con la “sfortuna” di essere nato nella parte sbagliata del mondo.

 

Gli antichi romani chiamavano il Mediterraneo mare nostrum, ovvero il mare di tutti coloro che vi si affacciano. Originariamente veicolo di scambio e diffusione di culture, è stato fatto divenire mare mio, presidio e fortezza, ovvero è stato privatizzato e mortificato, blindato e militarizzato da parte di chi si illude di poter “mettere un preservativo” all’Italia e all’Europa per sterilizzarle da ogni contaminazione. Eppure, contemporaneamente, l’Occidente continua a stuprare e sfruttare il continente africano, schiavizzandone i nativi, in forme diverse dai secoli scorsi ma con la stessa impronta rapace e belluina. Il mondo è globalizzato, ma a senso unico: i suoi padroni possono disporre di tutto e di tutti; chi sta in basso è destinato a rimanere un dannato della terra, come ai tempi di Frantz Fanon e del colonialismo. Paradossalmente, fautori del sovranismo identitario e sostenitori della globalizzazione neoliberista trovano un punto di raccordo nel mantenere in soggezione una parte rilevante dell’umanità, anche per poterla più agevolmente sfruttare. Attorno alla questione migratoria e alle contraddizioni esplosive che apre e mostra può costruirsi – e come, su quali soggettività – una terza possibilità, che metta al centro la globalizzazione dei diritti e non solo quella dei capitali e delle merci?

 

Io sono ottimista, a volte in maniera ingiustificata va detto, però se non sei ottimista non comperi una nave, mi sembra evidente.

Credo nel meticciato, nella forza contagiosa, nei sogni e nel desiderio, nella capacità di associarsi e condividere. Credo nel conflitto e nella solidarietà, nonostante tutto.

Mediterranea esiste ancora, nonostante le denunce, i sequestri e le sanzioni amministrative perché migliaia di uomini e donne hanno deciso di essere Mediterranea, ma anche perché abbiamo trovato in mezzo al mare persone con una forza enorme, contagiosa. La forza dei sopravvissuti. Hanno resistito a tutto e tutti, a violenze e torture, a stupri e perdite durante il viaggio; hanno subito ma hanno resistito. Arrivano nel nostro Paese e in Europa sapendo che non è ancora finita, però forse non è un caso che le maggiori vertenze nel mondo del lavoro degli ultimi anni hanno visto i nuovi cittadini come protagonisti. Pensiamo alla logistica o alle campagne in lotta del foggiano o nell’Agro Pontino; storie poco raccontate ma altamente significative e che dovremmo avere la capacità di condividere maggiormente. Questa credo sia la l’unica possibilità che abbiamo.

Da operatore sociale uno dei miei punti di riferimento culturale e politico è sempre stato Franco Basaglia, figura importantissima e che andrebbe ripresa proprio per la sua attualità. Il ragionamento e la pratica di Basaglia affrontano la società e le dinamiche di potere che ne regolano i rapporti tra classi, tra l’istituzione e la comunità di cittadini.

In un colloquio con Jean Paul Sartre, che considerava un “maestro”, ponendogli le sue preoccupazioni rispetto a quanto stava accadendo e al rischio stesso che quanto stava mettendo in atto potesse poi ritornare a “rinchiudersi” o addirittura diventare controproducente ricevette una risposta di cui poi fece tesoro: «L’unica possibilità è quella di continuare a lottare (…) perché in questa società guarire e integrare significa adattare le persone ai fini che esse rifiutano, significa insegnare loro a non contestare più, a non protestare (…). L’unica possibilità è quella di continuare a lottare».

Per quanto mi riguarda quella risposta vale ancora oggi, forse ancora di più.

 

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Alessandro Metz: Chi sono? Attivo nei percorsi sociali, politici e culturali. Formazione sul campo, sbagliando confliggendo costruendo percorsi collettivi da quasi trent’anni; mi sono formato assieme ad altri dentro una storia di autonomia, pensiero critico e cooperazione. Esperienza amministrativa della cosa pubblica con incarichi locali regionali e nazionali di vario tipo e livello. Amministratore del bene comune nella cooperazione sociale in cui sono emersi i miei molti limiti e le mie capacità, e ogni giorno tento di superare i primi e rafforzare le seconde. Ho iniziato da educatore, atipico e senza titolo, continuo a essere atipico e senza titolo in quasi tutto. Mi occupo di dipendenze, carcere, diritti civili, abitare, reddito e migrazioni, quindi di persone.

Molte volte ho agito, assieme a tanti altri, per forzare e costruire nuova legalità e nuovi diritti, a volte ci siamo riusciti, altre ci hanno processato e qualche volta condannato.

Mi sono occupato di carcere e di diritti dei detenuti visitando tutti gli Istituti di Pena del Friuli-Venezia Giulia e moltissimi Centri di Permanenza Temporanea per migranti del nostro Paese. Tra i promotori della Rete nazionale degli Operatori e Operatrici Sociali contro le leggi Minniti-Orlando.

Momentaneamente proprietario e armatore della Mare Jonio, nave attiva nella ricerca e salvataggio nel Mar Mediterraneo dentro il progetto Mediterranea. Mentre continuo a fare l’operatore sociale.

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* Questa intervista, realizzata da Sergio Segio, è stata pubblicata da Global Rights Magazine, nel numero speciale “Rovi di mare”. La rivista è scaricabile gratuitamente qui

 

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