Per una nuova Europa sociale, solidale e verde. Intervista a Julie Ward

Intervista a Julie Ward, dal 17° Rapporto sui diritti globali – “Cambiare il sistema”

Orsola Casagrande * • 14/4/2020 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2019 • 451 Viste

La deputata europea laburista Julie Ward difende la necessità del Regno Unito di rimanere nell’Unione Europea. È fermamente convinta che un’Europa veramente sociale eliminerebbe la disuguaglianza e metterebbe le persone al centro e per questo si batte. Puntando sui giovani che, dice, saranno i salvatori dell’Europa e i guerrieri contro la crisi climatica.

 

Redazione Diritti Globali: Possiamo dire che l’affaire Brexit sta andando di male in peggio. Ma come si è arrivati a questo punto?

Julie Ward: Il Regno Unito, e in particolare le regioni più povere e periferiche, hanno beneficiato enormemente dell’adesione all’Unione Europea per molti anni, ma i vari governi che si sono succeduti (di qualunque colore) non sono riusciti a comunicare i vantaggi dell’adesione all’UE. E mentre l’occupazione e i diritti sociali sono migliorati grazie all’adesione all’UE, le lacune nella legge hanno permesso alle pratiche sleali e alla sotto-quotazione dei salari di proliferare.

Il Regno Unito non è riuscito a fornire un’educazione alla cittadinanza dignitosa e questo ha fatto sì che una generazione e più, crescendo, abbia una scarsa idea dei propri diritti e responsabilità in quanto cittadini nel loro Paese, figuriamoci come cittadini dell’UE. Non abbiamo fornito alle persone abilità critiche per mettere in discussione i pregiudizi dei media e con l’aumento dei social network le persone sono molto più facilmente preda di notizie false.

Inoltre, dopo anni di austerità, David Cameron ha promesso scioccamente un referendum e ha consentito di porre alla gente una domanda binaria semplicistica, senza mai spiegare il contesto o le conseguenze. La gente era arrabbiata per il calo degli standard di vita. Hanno visto Cameron e il suo gruppo come una élite e, con una piccola maggioranza, il Paese ha votato a favore dell’uscita dall’UE. Più come forma di protesta piuttosto che come decisione meditata e razionale. In realtà, si tratta di un atto di autolesionismo.

Le condizioni poi erano complicate da un euro-scetticismo politico di lunga data, a sinistra e a destra, derivante da questioni legate alla sovranità. Il modello di “sovranità aggregata” rappresentato dall’UE è più facile da abbracciare per gli Stati federali come la Germania. Inoltre, per i Paesi direttamente colpiti dall’occupazione nazista, l’idea di condividere il potere e una più stretta cooperazione come meccanismo per garantire la pace ha ancora un peso. La sovranità aggregata è diventata una difesa sempre più importante contro le forze negative della globalizzazione e la crescita del potere multinazionale corporativo. Purtroppo, i vecchi euroscettici non sono riusciti a vedere questa possibilità e hanno influenzato una nuova generazione di pro-Lexit, vale a dire un’uscita da sinistra, e pro-Brexit a destra.

La crisi dei rifugiati e dei migranti ha versato benzina sul fuoco dello scontento della classe lavoratrice bianca, e il pro-Brexit Nigel Farage ha colto l’attimo per sfruttare la situazione e alimentare la xenofobia e il razzismo, incolpando gli altri dei mali della società. La sinistra aveva, all’inizio, cercato di ignorare Farage e il suo partito populista dell’UKIP, ma in seguito si è spaventata e non ha saputo promuovere una forte contro-narrativa. Si è trattato di una tempesta perfetta per il populismo di destra, inconsapevolmente aiutato e incoraggiato da alcuni duri fan di Tony Benn [Tony Benn, deceduto nel 2014, era un deputato laburista di sinistra il cui euroscetticismo veniva condiviso, tra gli altri, da Jeremy Corbyn, Ndr].

I pro-Lexit credono in una forma di socialismo internazionale che esiste al di là del progetto europeo, mentre molti di noi praticano la solidarietà internazionale sia con che senza l’UE, considerando i nostri compagni europei come “i vicini più vicini” con i quali possiamo collaborare giorno per giorno.

La campagna referendaria del 2016 è stata sia deficitaria che brutta, ed è culminata nell’omicidio della deputata pro-UE Jo Cox da parte di Thomas Mair, un nazionalista neonazista inglese bianco che, durante il suo attacco, urlava: «La Gran Bretagna prima».

In questo momento la sinistra avrebbe dovuto rendersi conto che, indipendentemente dalle imperfezioni dell’UE, non era il caso per il Regno Unito di ritirarsi. Farlo significa dare spazio alle forze di destra e incoraggiare ulteriormente i razzisti. Il fatto che il presidente Trump abbia dichiarato che l’UE è il suo nemico dovrebbe essere sufficiente per dimostrare che noi di sinistra dobbiamo essere un amico attivo e impegnato dell’Unione in difficoltà.

 

RDG: Quali sarebbero gli effetti della Brexit per il Regno Unito?

JW: Ci possono essere molti tipi di Brexit: “dura” o “morbida” o anche nessuna, ma qualunque sia la sua forma, non c’è dubbio che la Brexit alla fine sarà dannosa per il Regno Unito.

Una Brexit dura, quella minacciata dal Primo ministro Boris Johnson, vedrebbe il Regno Unito fuori dal mercato unico con la perdita del commercio esente da tariffe. Saremmo inoltre esclusi da molti altri accordi come Euratom, la cui agenzia sovrintende agli standard e alla sicurezza nell’industria nucleare; come Erasmus +, che offre opportunità di apprendimento transfrontaliero; come Europa Creativa che promuove la cooperazione culturale tra Stati membri; come Orizzonte 2020, programma che guida l’innovazione e molti altri.

Non sappiamo se saremo ancora in grado di godere di benefici come il roaming gratuito di telefonia mobile o il servizio di assicurazione sanitaria EHIC per i viaggiatori.

Il nostro potere e la nostra influenza saranno enormemente ridotti e l’approccio del governo conservatore ha inasprito le relazioni da quando Theresa May ha tracciato le sue linee rosse e inviato una serie di negoziatori incompetenti a Bruxelles. L’approccio arrogante di Boris Johnson non ha migliorato la situazione.

Gli effetti quotidiani di una No Deal Brexit (Brexit senza accordo) colpirebbero le comunità più povere duramente, poiché i prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia aumenteranno mentre il mercato del lavoro diminuirà. Abbiamo già assistito a una flessione della produzione e della manifattura con la chiusura o il trasferimento di molte aziende in altri Paesi dell’UE.

L’effetto sul NHS, il Servizio Sanitario Nazionale, sarebbe devastante, poiché importiamo molte delle nostre medicine vitali dall’UE e il caos alle frontiere significherebbe problemi e ritardi.

Ho chiesto al governo di pubblicare i suoi piani No Deal dallo scorso dicembre, senza risultati. Ma una recente rivelazione dell’operazione “Operazione Yellowhammer” conferma che gli esperti del governo credono che ci saranno problemi per la sicurezza delle persone e che ci saranno rivolte e scontri.

Parecchi dei nostri servizi pubblici si basano sul lavoro migrante fornito da cittadini di Paesi membri. La xenofobia scatenata dalla campagna referendaria ha portato molti a fare i bagagli e a lasciare il Regno Unito e questo, ad esempio, ha già causato una carenza di lavoratori agricoli e operatori sanitari. Tale situazione sarebbe esacerbata da una Brexit No Deal o da una hard Brexit, con il governo che minaccia un ambiente sempre più ostile per i cittadini dell’UE27, che sarebbero costretti a chiedere la residenza attraverso un processo complesso, umiliante, mal organizzato che garantisce meno diritti di quelli attualmente garantiti.

 

RDG: Conseguenze che si estenderebbero poi alla Scozia e all’Irlanda del Nord, dove la maggioranza della popolazione ha votato contro la Brexit.

JW: In Irlanda, dove l’Accordo del Venerdì Santo ha garantito la pace per due decenni, verrebbe imposto nuovamente un confine reale che creerebbe una situazione ridicola per molti agricoltori le cui terre si estendono sia a nord che a sud.

Attualmente le persone vivono nel sud e vanno a scuola o lavorano nel nord e viceversa. Ci sono chiese le cui congregazioni provengono da entrambi i lati del confine e malati di cancro che hanno bisogno di attraversare il confine per cure fondamentali.

Una Brexit Soft che mantenga il Regno Unito nel mercato unico e/o nell’unione doganale potrebbe mitigare un po’ il danno.

Il referendum del 2016 e il processo Brexit hanno dato nuova energia al movimento per l’indipendenza scozzese e ai sostenitori della riunificazione irlandese. La situazione nell’Irlanda del Nord è particolarmente delicata: la pace è fragile e abbiamo già visto diverse autobombe e attentati terroristici quest’anno e l’omicidio di una giovane giornalista LGBTI, Lyra McKee, durante i disordini a Derry.

Quanto all’Accordo del Venerdì Santo, è il risultato di mesi di paziente trattativa. Ha il suo posto nella storia accanto alla Commissione per la pace e la riconciliazione in Sudafrica. Non è aperto a rinegoziazioni, così come l’accordo di Ritiro non è firmato da Theresa May.

 

RDG: Il Partito Laburista non è stato in grado di raggiungere le persone con un messaggio chiaro e forte? Se è così, perché?

JW: Il Partito Laburista, come la maggior parte dei partiti politici britannici, non ha insistito sulla nostra appartenenza all’UE, ma si è concentrato invece sulla politica interna, spesso lasciando al margine i suoi politici altamente competenti eletti a Bruxelles. Quando nel 2014 mi sono candidata alle elezioni, il partito non ha utilizzato il manifesto PES (Partito dei Socialisti Europei) o il materiale della campagna. Le elezioni del 2014 sono state combattute su questioni interne nel Regno Unito, il che è stato molto frustrante per noi in quanto candidati, che avevamo storie positive da raccontare.

 

RDG: Qual è la posizione attuale del Partito Laburista sulla Brexit?

JW: Il Partito Laburista ha riconosciuto che mentre i suoi membri erano in stragrande maggioranza pro-UE, a livello più in generale di sostenitori del Labour le opinioni erano invece miste. Nel referendum i primi 20 collegi elettorali sia a favore del Remain (rimanere nella UE) sia a favore del Leave (lasciare la UE) erano entrambi laburisti. Il che ha posto al partito un dilemma non facile. Siamo l’unico partito politico nel Regno Unito ad avere una responsabilità così pesante e a difendere entrambe le parti. Questo ha comportato un approccio graduale, rispettando il risultato all’inizio ma non volendo danneggiare le nostre relazioni con i vicini europei o minacciare la sicurezza del lavoro o, ancora, minare l’accordo del Venerdì Santo. Il Labour ora appoggia un voto pubblico su qualsiasi accordo e farà una campagna per rimanere nell’UE.

 

RDG: Cosa significa un governo Boris Johnson per il Regno Unito?

JW: Tante cose diverse: austerità, accordi commerciali con despoti e dittatori, calpestare i diritti umani, caos e pollo clorurati, aumento della xenofobia e dell’islamofobia, disordini per le strade, ancora meno credibilità sulla scena mondiale di quanto avessimo avuto con Theresa May.

 

RDG: Il leader Labour, Jeremy Corbyn, ha proposto un governo provvisorio. Di che si tratta?

JW: La politica nel Regno Unito è instabile e la Brexit sta togliendo ossigeno a ogni cosa. Con un’altra scadenza incentrata sulla Brexit che incombe e una crescente minaccia di schiantarsi fuori dall’UE con un No Deal, Jeremy Corbyn aveva proposto un governo di garanzia a breve termine che lui, in qualità di leader ufficiale dell’opposizione, avrebbe guidato. Abbiamo superato quel momento adesso, ma la crisi rimane e l’idea di un governo di unità nazionale rimane una possibilità.

 

RDG: Come pensi che l’Europa abbia gestito l’intera faccenda della Brexit?

JW: Penso che il capo negoziatore Michel Barnier e il suo vice, Sabine Weyand, e Donald Tusk, presidente del Consiglio, siano stati tutti eccezionali: dispiaciuti per la decisione del Regno Unito, ma chiari, calmi, risoluti e straordinariamente pazienti. Alcuni leader europei sono stati meno utili, incluso il presidente francese Emmanuel Macron con la sua linea dura sull’estensione. Sullo sfondo ci sono persone straordinarie che fanno un buon lavoro, sono aperte al dialogo, ascoltano le preoccupazioni degli espatriati e dei giovani, delle imprese e dei sindacati. Ho avuto diverse conversazioni con Barnier sulla nozione di Assemblee dei Cittadini e sulla necessità di una democrazia deliberativa. Ho anche organizzato una sessione per bambini e giovani con il team di negoziazione.

I pro-Brexit e la stampa di destra nel Regno Unito daranno la colpa del No Deal alla UE, ma questo pasticcio è stato fatto dal Partito conservatore e sono loro a doversene assumere la responsabilità. O sei nel club, e quindi paghi la quota associativa e hai un posto al tavolo principale, o sei fuori del club con la conseguente perdita di benefici.

 

RDG: E a proposito di Europa, pensi che ci sia uno spostamento nell’asse di potere dell’UE?

JW: La politica sta diventando più frammentata. Le recenti elezioni europee hanno favorito Verdi ed Euroscettici, riducendo così il numero di altri gruppi. Sono dispiaciuta che Frans Timmermans non sia diventato commissario; la nomina di Ursula Von der Leyen è una parodia. Non ho votato per lei. Ma la grande coalizione tra centrodestra e centrosinistra è finita nel Parlamento e dobbiamo ancora vedere che forma assumerà la nuova Commissione e che strade prenderà. Se il Regno Unito lascia il blocco, allora Francia e Germania avrebbero troppo potere e Macron sembra volersi posizionare come il nuovo salvatore dell’Europa.

 

RDG: Siamo lontani anni luce da un’Europa della gente. Pensi che il progetto UE sia ancora valido, anche alla luce dei cambiamenti che l’Europa sta attraversando? In termini di composizione sociale, per esempio, c’è ancora un grande discorso sulla conservazione dell’identità europea, ma ne esiste davvero una? E, se esiste, quanto è diversa dall’identità europea di circa 30 anni fa?

JW: Sono entrata in politica per difendere l’Europa sociale che credo sia possibile e continuo a difendere questa posizione. L’adozione del Pilastro Sociale nell’ultima legislatura è un punto di partenza, ma dobbiamo dare corpo e carne allo scheletro delle belle parole. Un’Europa veramente sociale eliminerebbe la disuguaglianza e metterebbe le persone al centro. Il New Deal verde offre una visione che unisce i punti ma sarà una lotta riuscire ad avere abbastanza pesi massimi a bordo.

Per quanto riguarda l’identità europea, penso che questo appartenga molto ai giovani. Saranno loro i salvatori dell’Europa e i guerrieri contro la crisi climatica.

 

RDG: L’Europa punta sempre più sulla “Fortezza”, difendendo e militarizzando le frontiere: una grande contraddizione, visto che il progetto UE di libera circolazione in teoria non dovrebbe riguardare solo le merci. Cosa pensi della gestione e della politica europea sulle migrazioni?

JW: Non abbiamo una crisi di rifugiati o migranti: abbiamo una crisi di solidarietà. Tutti gli Stati membri dovevano assumersi la responsabilità di accogliere i rifugiati e tuttavia solo pochi hanno mostrato la compassione necessaria.

La “Fortezza Europa” è una decisione politica di alcuni, ma non di tutti; ad esempio, quando i socialisti hanno sostituito il centrodestra corrotto proprio in Spagna, l’anno scorso, hanno aperto i porti alle navi dei rifugiati. Ritengo, tuttavia, che il regolamento di Dublino abbia bisogno di essere riformato. Non è adatto allo scopo e l’UE deve legiferare per canali migratori sicuri e legali, con maggiore flessibilità per i rifugiati e i migranti di stabilirsi in luoghi in cui hanno connessioni, garantendo un maggiore sostegno per le comunità locali che ospitano i nuovi arrivati.

 

RDG: La “Fortezza Europa” ha prodotto l’accordo con la Turchia, finalizzato a bloccare i profughi siriani. Qual è la tua valutazione sulla relazione che l’UE ha con la Turchia, anche alla luce dell’ultimo “colpo di Stato” del presidente Recep Tayyip Erdogan, che ha nominato dei commissari ad Amed, Van e Mardin, destituendo i legittimi sindaci?

JW: L’accordo con la Turchia sui rifugiati è stata una cattiva decisione presa nella disperazione, perché gli Stati membri non rispondevano collettivamente in modo umanitario. Purtroppo, ha dato alla Turchia ricompense e ruoli poco prima del colpo di Stato, quando Erdogan ha iniziato a intensificare il suo approccio duro all’opposizione.

Ho visitato un campo profughi yazidi vicino a Diyarbakir nell’autunno del 2016 e non un centesimo del denaro dell’UE era andato lì. Il campo è stato interamente supportato dall’amministrazione kurda locale. Sostengo la linea assunta dalla collega socialdemocratica, l’eurodeputata Kati Piri, che è il relatore permanente per la Turchia: condanna fermamente l’abuso di potere di Erdogan, ma è preoccupata che l’UE sostenga il popolo turco e la società civile.

 

RDG: Per concludere, un commento sul rapporto dell’UE con gli Stati Uniti.

JW: Il presidente Trump ha definito l’UE suo nemico. Tuttavia, Trump è il nemico di tutti gli americani moderati, che hanno bisogno del nostro sostegno in quanto Trump non sarà presidente per sempre.

Il suo grido per radunare le folle, «America First», è un anatema per lo sforzo collettivo dei veri europei, che comprendono che l’UE è fondamentalmente un progetto di pace basato su accordi commerciali amichevoli.

Le guerre commerciali sono dannose per tutti, ma abbiamo bisogno di un commercio equo e della sostenibilità delle risorse. Non dobbiamo saccheggiare la Terra o sfruttare gli esseri umani. Dobbiamo porre la giustizia sociale, la tutela ambientale e i diritti umani al centro degli accordi commerciali e sono orgogliosa di aver votato a sostegno del meccanismo vincolante delle Nazioni Unite sui diritti umani negli accordi commerciali.

 

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Julie Ward: è deputata europea del Labour Party per il Nord Ovest dell’Inghilterra (Cumbria, Lancashire, Merseyside, Cheshire e Greater Manchester).

Nella legislatura 2014-19 Julie ha fatto parte della Commissione per la cultura e l’istruzione del Parlamento, la Commissione per lo sviluppo regionale e la Commissione per l’uguaglianza di genere e i diritti delle donne.

Nella nuova legislatura continuerà a lavorare nell’ambito della cultura e dell’istruzione come vicepresidente e nei comitati di sviluppo regionale con responsabilità aggiuntiva per gli affari economici e monetari in qualità di membro sostituto della Commissione ECON.

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* Intervista pubblicata nel 17° Rapporto Diritti Globali – “Cambiare il sistema”, a cura di Associazione Società INformazione, Ediesse editore

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