Per difendere l’Amazzonia un progetto multidisciplinare

La collana Terra della casa editrice Nottetempo è una delle più interessanti nate negli ultimi anni in campo editoriale, perché raccoglie i contributi saggistici e gli studi antropologici e sociologici per un nuovo pensiero ecologico

Angelo Ferracuti * • 14/5/2020 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Buone pratiche e Buone notizie • 445 Viste

La collana Terra della casa editrice Nottetempo è una delle più interessanti nate negli ultimi anni in campo editoriale, perché raccoglie i contributi saggistici e gli studi antropologici e sociologici per un nuovo pensiero ecologico di quello che è il tema principe degli anni difficili che stiamo vivendo, cioè il destino del pianeta. Tra i più corposi e interessanti voglio citare la potente autobiografia del popolo Yanomami e della sua cosmologia nel racconto orale dello sciamano brasiliano Davi Kopenawa, raccolto dall’etnologo Bruce Albert, La caduta del cielo, un documento politico straordinario e anche uno sguardo impietoso sul «popolo della merce», come definisce l’Occidente consumistico e predatorio e la sua economia di morte.

L’ultimo libro edito più che un libro è un progetto multidisciplinare di taglio internazionale, Foresta giuridica, un saggio a più voci tra artisti, designer, architetti – Ursula Biemann, Paulo Tavares, Samaneh Moafi, il gruppo italiano di Brave New Alps – i quali nel 2013 hanno seguito una serie di battaglie legali e conflitti nell’Amazzonia ecuadoriana, che si configurano come una «cosmopolitica globale e universalista» che mette al centro la natura come soggetto di diritto, mediato e ispirato dal pensiero del filosofo Michel Serres e dal suo saggio “Il contratto naturale”. Il libro è un eterogeneo assemblaggio di materiali, dagli stralci di verbali di processi, a descrizioni, considerazioni politiche, mappe, fotocartografie, immagini di ambienti della «foresta vivente», come la chiama Sabino Gualinga, leader politico del popolo dei Kichwa. Le lotte giuridiche di cui si tiene conto introducono nella giurisprudenza l’animismo legale, un diritto «non umano» che protegge quello che Serres chiama «il mondo muto» – cioè la terra, le acque, il clima – dotato di una sua memoria. Una «memoria terrestre» che ricorda la distruzione ambientale in Amazzonia, soprattutto prodotta da multinazionali in competizione per il controllo delle ultime frontiere e delle risorse naturali strategiche. Dal primo manifesto del Sierra Club del 1971, una vera e propria pietra miliare, che aveva intrapreso un’azione legale contro la Walt Disney per bloccare un progetto nelle montagne della Sierra Nevada, fino al processo contro il colosso petrolifero statunitense Texaco che in un quarto di secolo di attività ecocida ha scaricato miliardi di litri di rifiuti tossici nell’Amazzonia ecuadoriana inquinando terre, fiumi e portando malattie e morte alle popolazioni indigene Siona, Secoya, Cofàn, Waorani e Kickwa. Si calcola che Texaco ha scaricato in Amazzonia circa trenta volte la quantità di petrolio rilasciato dalla fuoriuscita della Exxon Valdes nello stretto di Prince William nel 1989. «Un silenzioso e graduale genocidio», per usare le parole di Josè Gualinga, e un’attività industriale che si è sviluppata – come sempre avviene nei paesi latinoamericani – nel periodo in cui hanno governato i regimi militari (1963/66 – 1972/79), fino al processo ancora in corso contro il governo ecuadoriano per aver dato accesso ai siti minerari della Cordiglierea del Condor. Quella che è definita nel libro «una lunga storia di saccheggio, di impoverimento ambientale e di violazione dei diritti umani», è stata seguita dal crearsi di movimenti politici, come la Confederazione delle Nazionalità indigene dell’Ecuador che organizzò la storica marcia su Quito nel 1978, o l’attivismo di Acciòn Ecològica che portò nel 2008 all’introduzione dei Diritti della Natura nella nuova Costituzione: «Il diritto al rispetto integrale della sua esistenza e al mantenimento e alla rigenerazione dei suoi cicli vitali, delle sue strutture, delle sue funzioni e dei suoi processi evolutivi». Come spiegò l’8 luglio 2011 l’antropologo Rodrigo Villagra Correòn davanti alla Corte interamericana dei diritti umani: «La foresta e i suoi esseri hanno un potere particolare, un particolare dominio su piante, luoghi, animali. Parliamo del cosmo come di una molteplicità interconnessa, la foresta vivente», qualcosa che vive in simbiosi e non si può separare, il punto di equilibrio tra uomini e natura.

* Fonte:Angelo Ferracuti, il manifesto

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