Turchia senza diritti. Grup Yorum, anche Ibrahim è morto di protesta

Turchia senza diritti. Grup Yorum, anche Ibrahim è morto di protesta

Insieme a giornalisti, deputati, attivisti, sei membri della band inseriti nella lista senza fine dei nemici dello Stato, detenuti o condannati dopo processi senza prove

«Sono sul palco, con la cinghia del basso attaccata al collo, quella con le stelle che mi piace di più. Di fronte a me, centinaia di migliaia di persone, con i pugni alzati, cantano “Bella ciao”. La mia mano batte le corde del basso come fosse il migliore del mondo…Mi chiamo Ibrahim Gokcek. Per 15 anni ho suonato il basso nel Grup Yorum».

La lettera che Ibrahim ha scritto a fine aprile a L’Humanité è la storia sua, della sua band e della Turchia del presidente Erdogan. Di una battaglia di corpi. Di una lotta impari per libertà e giustizia sociale che un gruppo musicale porta avanti dal 1985, che ha riempito 23 album e tanti stadi, che ha tessuto in una trama sola «cultura popolare e pensiero socialista».

Quella storia sembra oggi sfaldarsi, cadere a pezzi, i corpi pelle e ossa dei suoi musicisti. Ieri Ibrahim, 39 anni, è morto dopo 323 giorni di sciopero della fame fino alla morte. Un mese fa si era spenta Helin Bolek, 288 giorni a digiuno per 33 chili di peso. Il 24 aprile se n’era andato Mustafa Kocak, 297 giorni senza cibo in solidarietà con la band, pesava 29 chili. Helin e Mustafa non avevano neppure 30 anni, ma i volti sfigurati dalla più estrema delle violenze che si possono infliggere al proprio corpo. L’accusa la stessa, per tutti: terrorismo a favore del Dhkp-C, gruppo armato marxista-leninista.

«Il motivo per cui siamo stati inseriti in questo “elenco terroristico” è il seguente – continuava Ibrahim nella lettera – Nelle nostre canzoni parliamo di minatori costretti a lavorare sotto terra, di lavoratori assassinati da incidenti sul lavoro, di rivoluzionari uccisi sotto tortura, di abitanti dei villaggi il cui ambiente viene distrutto».

La persecuzione è iniziata nel 2016, dopo il tentato golpe che ha violato le esistenze di decine di migliaia di turchi, arrestati, licenziati. Con giornalisti, scrittori, deputati, accademici, nella lista senza fine apparente dei nemici dello Stato anche sei musicisti della band, sulla loro testa una taglia da 42mila dollari. Due sono fuggiti in Francia, hanno ottenuto l’asilo. Intanto il governo vietava i loro concerti e ordinava continue e distruttive perquisizioni del loro centro culturale a Istanbul.

Sono sul palco, con la cinghia del basso attaccata al collo. Di fronte a me centinaia di migliaia di persone, i pugni alzati, cantano «Bella ciao»Ibrahim Gokcek

«In questi ultimi anni abbiamo assistito a una svolta che ha sconvolto tutto – ci spiega il giornalista e analista turco Murat Cinar – Dal 2016 sono iniziati processi assurdi. Kocak è stato condannato all’ergastolo aggravato con una testimonianza anonima, il giudice ha addirittura detto di aver preso la decisione sulla base della propria coscienza. Processi come quelli ai giornalisti di Cumhuriyet, accusati sulla base di chiamate perse sui loro telefoni di cittadini poi inquisiti per il golpe. Le accuse sono diventate estreme, una messinscena giudiziaria sulla base di testimonianze anonime o prove costruite dopo gli arresti».

«Questa cultura politica gioca in modo sfrenato con la giustizia, contro chiunque, che sia attivista, parlamentare, imprenditore, musicista. Erdogan si vanta di aver ripulito la magistratura dai gulenisti, ma ne ha creata una al suo diretto servizio. La Turchia non ha uno stato di diritto»,

Helin è stata arrestata nel 2016, si è fatta due anni di prigione prima del rilascio. Mustafa è stato condannato per complicità nell’omicidio di un giudice. Ibrahim è stato incarcerato nel febbraio 2019. Pochi mesi dopo, a maggio, ha iniziato a rifiutare il cibo. Dopo la morte dei compagni, aveva interrotto lo sciopero, appena due giorni fa. Pesava 39 chili. Con la band stava presentando richiesta per tenere un concerto a Istanbul: «L’intero mondo ha sentito parlare della nostra resistenza – ha scritto Grup Yorum sui social – Speriamo che la nostra richiesta abbia esito positivo».

Fondato nel 1985 da quattro studenti della Marmara University, si è allargato e si è ristretto, una mutazione continua che non ha mai messo da parte l’aspirazione politica, voce dei lavoratori, della comunità curda e quella alevita, di chi combatte la gentrificazione nel paese, delle donne. Ha reinterpretato Bella ciao e l’Internazionale, ha mescolato strumenti tradizionali e moderni, con un afflato di classe che il pubblico ha fatto suo, riempiendo i concerti e regalandogli la vetta: per il 25esimo anniversario nello stadio del Besiktas c’erano oltre 55mila persone, nel 2015 a Smirne un milione.

Questa cultura politica gioca in modo sfrenato con la giustizia, contro chiunque. Erdogan si vanta di aver ripulito la magistratura dai gulenisti, ma ne ha creata una al suo servizio. La Turchia non ha uno stato di dirittoMurat Cinar

Lo sciopero della fame prosegue: digiunano ancora due membri della band, Baris Yuksel e Ali Araci, e due avvocati, Abru Timtik e Aytac Unsal. «È una modalità di protesta molto comune in Turchia – continua Cinar – iniziata negli anni ’90 nelle carceri. Dal 1996 al 2000 sono morte per sciopero della fame 122 persone. Le chiamavano operazioni per il ritorno alla vita. Per una parte della società turca è un’arma di grande disperazione ma comunque politica».

«Nel caso del Grup Yorum, la simpatia è poca, buona parte dell’opinione pubblica li fa rientrare nella zona grigia del terrorismo, impattante in un paese che si considera in guerra con un gruppo terrorista, il Pkk, da 30 anni. Diversa l’accoglienza della protesta dei due insegnati nel 2017 (Nuriye Gulmen e Semih Ozakca, ndr), ci fu grande attenzione dai media stranieri. Lo stesso sperava il Grup Yorum, una pressione internazionale che facesse fare un passo indietro al governo turco».

Ieri una grande folla, mascherina in volto e al collo il fazzoletto giallo del Grup Yorum, ha reso omaggio a Ibrahim fuori dalla sua casa di Istanbul. Tutti intorno alla bara rossa.

 

* Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto



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