Covid. Da Pechino i timori di una seconda ondata

Gli occhi del mondo tornano a concentrarsi su un mercato della capitale, da cui è partito un nuovo focolaio epidemico giudicato “preoccupante” dalle autorità. Massima attenzione alla trasparenza

Andrea Capocci * • 16/6/2020 • Salute & Politiche sanitarie • 331 Viste

Ma un’inchiesta della Bbc smonta alcune delle accuse mosse da Trump alla gestione cinese

Dopo quello di Wuhan, l’attenzione delle autorità cinesi e del mondo torna a concentrarsi su un mercato cinese. Si tratta del mercato alimentare all’ingrosso di Xinfadi, il più grande di Pechino con i suoi 112 ettari per cinque piani di sviluppo nel distretto di Fengtai, periferia sud di Pechino. Fornisce il 90% della frutta e della verdura consumate in città ma vi si commercia anche carne e pesce. Da Xinfadi sarebbe partito il nuovo focolaio di coronavirus che allarma la Cina. Per ora i casi riconducibili al mercato sono 79, registrati dopo oltre centomila tamponi già eseguiti.

UNA DELLE PISTE seguite dai sanitari fa risalire la contaminazione a un carico di salmone acquistato nel mercato di Jingshen per essere rivenduto a Xinfadi, ma per ora è solo un’ipotesi. Alcuni casi, sempre legati a Xinfadi, sono stati rilevati anche in province vicine. Per precauzione, le autorità hanno chiuso 21 complessi residenziali nei distretti pechinesi di Fengtai e di Haidian e un totale di 90 mila persone sono tornate di fatto al lockdown, su istruzioni ricevute via smartphone. Fino a giovedì scorso, Pechino non registrava nuovi contagi locali da 55 giorni.

Sequenziato a tempo di record, il virus del mercato di Xinfadi appare diverso da quello circolato durante la prima ondata. Assomiglia maggiormente al ceppo europeo ma questo non significa che il focolaio sia di diretta importazione europea, come ha spiegato Wu Zunyou, epidemiologo del Centro nazionale per il controllo e la prevenzione delle malattie. «Anche molti ceppi virali negli Usa o in Russia mostrerebbero un’origine europea, se fossero sequenziati», secondo Wu. «Servono maggiori informazioni per una valutazione più completa».

AL PEOPLE’S DAILY, l’organo del Partito Comunista Cinese, Wu si è detto preoccupato: «Pechino sta affrontando focolai esplosivi e concentrati anche se a livello nazionale l’epidemia è stata sostanzialmente bloccata». Nonostante il focolaio turbi il sonno delle autorità, le sue dimensioni sono ancora troppo limitate per far parlare di “seconda ondata”. Ma gli occhi del mondo sono puntati sulla Cina anche per scongiurare manipolazioni informative da parte delle autorità, accusate di aver nascosto il primo focolaio di coronavirus e aver contribuito a renderlo incontenibile.

SULLA VICENDA, INDAGHERÀ anche una commissione dell’Oms. Per la verità, molte accuse al governo cinese si stanno sbriciolando da sole. Ad esempio, oggi non crede più nessuno all’ipotesi secondo cui l’epidemia era già in corso durante lo scorso agosto, avanzata sette giorni fa da uno studio pubblicato online dall’università di Harvard e che Trump ha solertemente rilanciato tra i suoi sostenitori. Un’inchiesta dei giornalisti della britannica Bbc sembra aver definitivamente smontato lo studio, che in ogni caso non era stato ancora approvato da alcuna rivista scientifica.

LA RICERCA DI HARVARD si basava su segnali indiretti per retrodatare il focolaio di Wuhan. Ad esempio, usando le immagini satellitari i ricercatori avevano osservato già in agosto 2019 un anomalo aumento di automobili parcheggiate nei pressi degli ospedali di Wuhan rispetto a un anno prima. Inoltre, le ricerche di termini correlati al coronavirus (in particolare “sintomi di diarrea”) sul motore di ricerca Baidu, l’equivalente cinese di Google, sarebbero iniziate ben prima dei primi casi ufficiali di dicembre.

L’USO DI DATI INDIRETTI per stimare fenomeni sociali non è raro. Ad esempio, gli economisti sono soliti studiare il traffico delle navi-cargo, in quanto è considerato un buon indicatore del livello di attività economica internazionale. E le ricerche di alcune parole chiave sui motori di ricerca e nei social network sono già analizzate dagli epidemiologi per rilevare tempestivamente la diffusione di malattie e i picchi delle influenze stagionali.

Tuttavia, come dimostra l’inchiesta della Bbc, nel caso del coronavirus i due indizi non tengono. Nel contare le automobili parcheggiate, i ricercatori di Harvard non hanno tenuto conto della presenza di cantieri, di tettoie e di parcheggi sotterranei che impediscono di confrontare il traffico a un anno di distanza. Inoltre, altri termini più direttamente legati al coronavirus ma non analizzati dai ricercatori come “tosse”, “febbre” o “influenza” non mostrano alcuna anomalia. È probabile che i ricercatori di Harvard abbiano selezionato i dati più utili a dimostrare la tesi predefinita dell’insabbiamento cinese, un vizio tipico delle ricerche scadenti. Gli anglosassoni lo chiamano cherry picking, che in inglese significa letteralmente “scegliersi le ciliege”.

* Fonte: Andrea Capocci, il manifesto

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