Cgia di Mestre: «Da maggio più pensionati che lavoratori in Italia»

Cgia di Mestre: «Da maggio più pensionati che lavoratori in Italia»

Il numero delle pensioni erogate in Italia ha superato quello degli occupati al termine del periodo di «lockdown» per la pandemia. Se nello scorso maggio coloro che avevano un impiego lavorativo sono scesi a 22,77 milioni di unità, le pensioni sono 22,78 milioni sostiene la Cgia di Mestre.

Se si tiene conto del normale flusso in uscita da parte di chi ha raggiunto il limite di età e dell’impulso dato dall’introduzione di «quota 100», dopo il primo gennaio 2019 il numero delle pensioni è salito almeno di 220 mila unità. «Il sorpasso è avvenuto in questi ultimi mesi – spiega Paolo Zabeo della Cgia- Con più pensioni che impiegati, operai e autonomi, in futuro non sarà facile garantire la sostenibilità della spesa previdenziale che ora supera i 293 miliardi di euro all’anno».

Sebbene gli ultimi dati disponibili a livello territoriale non siano recenti, le otto regioni del Sud hanno un numero di pensioni superiore a quello degli occupati. Tra le province meridionali solo tre registrano un saldo positivo: più lavoratori attivi che pensioni erogate:Teramo, Ragusa e Cagliari.

A livello regionale lìetà più elevata è in Liguria (48,46 anni medi), poi in Friuli (47), in Piemonte (46,54), in Toscana (46,52) e in Umbria (46,49). A livello provinciale, invece, la realtà più «vecchia» è Savona (48,85 anni medi), seguono Biella (48,70), Ferrara (48,55), Genova (48,53) e Trieste (48,39). Le più giovani sono Bolzano (42,30), Crotone (42,18), Caserta (41,35) e Napoli (41,31).

«La questione dell’invecchiamento della popolazione – ricorda la Cgia nella sua analisi – non è un problema solo italiano. Riguarda, purtroppo, la stragrande maggioranza dei paesi più avanzati economicamente. Giappone e Germania, ad esempio, presentano indicatori demografici simili ai nostri. Ricordiamo che il problema è stato messo all’ordine del giorno addirittura nel G20 tenutosi ad Osaka l’anno scorso che l’ha definito, per la prima volta nella storia, un rischio globale». Le economie più sviluppate, continua l’associazione, si sono occupate della demografia «per il semplice fatto che l’80% degli over 65 vive nelle venti economie maggiormente sviluppate che insieme producono l’85 per cento del Pil mondiale e, più degli altri, potrebbero beneficiare del dividendo demografico generato dai paesi emergenti. «L’Europa ha bisogno disperatamente di più bambini e di più persone al lavoro che possano sostenere gli anziani a riposo o bisognosi di cure».
In questi ultimi, al contrario, va aumentando la coorte in piena età lavorativa (30-55 anni) ad un ritmo superiore rispetto alla capacità del sistema economico locale di creare posti di lavoro e, pertanto, non viene assorbita dal mercato del lavoro».

Il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione è rilevante non solo per le conseguenze sociali ma anche per quelle economiche in termini di spesa sanitaria e di sostenibilità del sistema pensionistico. In particolare, i consumi degli over 60 sono mediamente più alti rispetto a quelli degli under 30 nell’alimentazione, della casa e della salute. Ma in tutti gli altri settori, il divario è ad appannaggio delle classi demografiche più giovani che, però, anche in Italia si stanno contraendo paurosamente». (m.p.)

* Fonte: il manifesto



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