Repressione continua in Turchia, 82 mandati di cattura per esponenti Hdp

Il 7 novembre 2014 Kader Ortakaya cadeva al confine tra Turchia e Siria. Un colpo alla testa sparato dai militari turchi contro i manifestanti che avevano affollato la frontiera per dare la loro solidarietà a Kobane, la città curdo-siriana occupata dall’Isis due mesi prima.

Aveva 28 anni Kader, era una studentessa dell’Università di Marmara e attivista della Piattaforma collettiva per la Libertà. È morta mentre con centinaia di attivisti formava una catena umana, aggredita dai soldati con lacrimogeni e proiettili.

È stata l’ultima vittima della repressione che si è abbattuta tra ottobre e novembre 2014 sulla mobilitazione del sud est turco a maggioranza curda, esplosa contro lo Stato considerato complice dello Stato islamico, per anni autorizzato ad attraversare la porosa frontiera e rifornito di armi.

Per quelle proteste e per i tentativi di attraversare il confine e portare sostegno materiale alle unità curde Ypg e Ypj a difesa di Kobane, ieri la procura di Ankara ha emesso 82 mandati di cattura contro esponenti dell’Hdp, il Partito democratico dei Popolo, opposizione pro-curda e di sinistra al monopolio politico ed economico dell’Akp del presidente Erdogan.

Tra loro sette ex deputati (per cui è stato già chiesto di rimuovere l’immunità parlamentare), ex e attuali membri del comitato esecutivo dell’Hdp e il co-sindaco di Kars, Ayhan Bilgen. All’alba i primi arresti in sette province, le accuse sono per tutti le stesse: incitamento alla violenza, saccheggio, danneggiamenti, omicidio, vilipendio della bandiera turca in riferimento alle proteste per Kobane dell’autunno di sei anni fa.

L’inchiesta è stata aperta circa un anno fa, ribattezzata «Operazione Pkk/Kck», il Partito curdo dei Lavoratori e l’Unione delle Comunità del Kurdistan, la federazione-ombrello di cui fanno parte i vari movimenti curdi di Turchia, Siria, Iraq e Iran che si ispirano alla teorizzazione di Abdullah Ocalan. L’Hdp, considerato da Ankara braccio politico del Pkk, è accusato di aver ordito manifestazioni con obiettivi terroristici.

La grande mobilitazione curda era iniziata la sera del 6 ottobre 2014, tre settimane dopo l’ingresso dell’Isis a Kobane, il 13 settembre. Al governo turco era stato dato “tempo”, era stato chiesto di intervenire in difesa della città.

Ma all’assenza totale di intervento Ankara aveva sommato ostacoli a chiunque tentasse di portare aiuto: volontari, medicinali, cibo. Il confine sbarrato, presidiato dall’esercito turco, mentre a pochi chilometri si alzava il fumo nero degli scontri strada per strada tra Isis e Ypg/Ypj.

Si protestò ovunque per settimane, nelle principali città del sud-est, ma anche a Istanbul con una manifestazione di massa il primo novembre. Il bilancio finale non è stato mai confermato, si parlò di 46, forse 53 manifestanti uccisi da soldati, poliziotti, guardie di villaggio. Tantissimi i feriti, da Diyarbakir a Batman.

Nel pomeriggio di ieri l’agenzia curda Anf ha riportato la notizia di un ulteriore divieto, stavolta per i legali degli arrestati: per «evitare il rischio di distruzione delle prove», ha fatto sapere la procura, non sarà possibile per gli avvocati vedere i loro assistiti per almeno 24 ore.

La guerra aperta all’Hdp prosegue spedita: con i due ex-co-leader, Demirtas e Yuksekdag in prigione dal novembre 2014, continua a salire il numero di membri del partito dietro le sbarre. E di sindaci rimossi.

Bilgen è l’ultimo di una lunga serie: considerando anche gli arresti perpetrati nel maggio scorso, 47 dei 65 comuni vinti alle elezioni del 2019 dall’Hdp sono stati commissariati dal ministero degli Interni; 95 su 102 i sindaci rimossi dai municipi vinti nel 2014. Piccoli golpe locali, così li ha definiti il partito, che mirano a modificare la geografia politica del sud-est ribelle

* Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto



Related Articles

Nicaragua, la terza volta di Daniel Ortega

Daniel Ortega ha giurato come presidente ieri in una Plaza de la Revolucion di Managua addobbata di fiori, quasi a ricordare le nuove parole d’ordine che l’ex-leader guerrigliero e sua moglie Rosario Murillo (che è anche poderosa portavoce presidenziale), hanno impresso alla loro longeva azione politica: amore per dio e per gli uomini, benessere, pace, solidarietà , peace and love (per la gioia del vecchio cardinale Obando y Bravo, il nemico acerrimo d’altri tempi divenuto buon amico della coppia presidenziale).

David Sassoli presidente dell’europarlamento, rivincita Pd sui gialloverdi

Cordone antinazionalista a Bruxelles, alla fine i sovranisti restano senza poltrone e lasciano l’aula. Zingaretti: Italia è marginale in Europa

Trump si impone al G7: su clima e migranti nessun compromesso

Taormina. Al summit è scontro aperto: si prospetta un documento finale strinzimito e di facciata. Prevale la posizione di chi alza muri e fili spinati

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment