Covid-19 e diritti umani: Gaza senza kit e reagenti per i tamponi

GERUSALEMME. A cinque settimane dall’inizio del contagio tra la popolazione – dopo mesi con poche decine di casi positivi, tutti di rientro dall’estero – Gaza tenta con tutte le sue forze di contenere la pandemia e di evitare una catastrofe. Le scuole, le moschee, le sale da matrimonio e altre strutture pubbliche rimangono chiuse così come i ristoranti e molti negozi non essenziali. Ed è in vigore il coprifuoco notturno dalle 22 alle 8. La popolazione fa la sua parte. È raro vedere qualcuno senza mascherina all’aperto. La paura è diffusa, nonostante il bilancio totale dei decessi causati dal Covid-19 resti contenuto (22) e i casi positivi registrati sino ad oggi siano solo 3075 su una popolazione di oltre due milioni di abitanti. Gli abitanti si rendono conto che un contagio di massa a Gaza porterebbe al collasso il fragile sistema sanitario, reso più debole dalla carenza cronica di medicinali salvavita e di apparecchiature mediche. Sono solo poche decine le unità di terapia intensiva disponibili nella Striscia e gli ospedali stentano ad adeguarsi ai protocolli stabiliti dall’Oms, per mancanza di risorse e di personale medico e paramedico specializzato.

Il numero relativamente esiguo di positivi inganna. Occorrerebbe effettuare un numero di tamponi decisamente più alto per avere un quadro più aderente alla realtà del contagio. Ed aprire altri laboratori per esaminare i test. Gaza però non può permetterselo e la scorsa settimana il ministero della salute ha annunciato che uno dei due laboratori attrezzati per il coronavirus non è più operativo. «Soffriamo una carenza del 50% dei materiali per i laboratori che non ci permette di rispondere in modo adeguato alle urgenze dettate dalla diffusione del coronavirus», ha avvertito un portavoce del ministero. Più di tutto, ha aggiunto da parte sua il dottor Ayman Halabi, direttore dei servizi di urgenza, in questo momento scarseggiano i kit ed i reagenti per effettuare i tamponi: «Ci mancano le cose basilari per individuare i positivi al virus e isolare le persone con cui sono stati in contatto». Si stanno esaurendo i circa 30mila tamponi e reagenti consegnati di recente dall’Oms e Gaza non sa dove reperirne altri in tempi stretti. Da Ramallah l’ufficio centrale del ministero della sanità, alle prese con la diffusione del coronavirus in Cisgiordania, stenta a garantire le richieste che arrivano da Gaza.

Intanto in Israele c’è anche il rabbino 92enne Haim Kaniewsky, figura di primo piano per gli ebrei ultraortodossi, tra gli ultimi israeliani risultati positivi al coronavirus. Un nome eccellente accanto a quello di tanti cittadini comuni in un quadro  allarmante in cui la diffusione del contagio resta molta elevata. Il lockdown di Israele, proclamato il mese scorso, all’inizio delle festività ebraiche, non dà ancora risultati.  Nelle ultime 24 ore si sono registrati 7.643 nuovi positivi. I malati in condizioni critiche sono diventati 849, di cui 201 intubati, e i decessi sono saliti a 1.629; 600 dei quali nelle ultime tre settimane. Il governo ha già fatto sapere che la chiusura sarà prolungata per almeno altre due settimane. E il premier Netanyahu avverte che una serie di restrizioni potrebbero rimanere in vigore anche un anno, se non cambieranno i comportamenti dei cittadini.

Tanti puntano il dito ancora contro i religiosi ultraortodossi – che costituiscono il 40 per cento dei malati -, accusati di assembramenti e preghiere di gruppo e di non seguire le raccomandazioni del governo. Non cessano neanche gli attacchi rivolti a Netanyahu per la sua gestione della crisi e per aver chiesto ed ottenuto alla Knesset lo stop alle manifestazioni pubbliche che da mesi lo prendono di mira. Ieri si è dimesso il ministro del Turismo Assaf Zamir, del partito centrista Blu Bianco, che ha dichiarato apertamente di non aver più fiducia nel primo ministro

* Fonte: Michele Giorgio, il manifesto

 

Foto di hosny salah da Pixabay



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