Covid. Dilaga il contagio in Lombardia, la Regione di nuovo sott’accusa

Milano epicentro della nuova crisi. Il sindaco Sala striglia l’Ats: fare più tamponi. Sei mesi dopo il coronavirus entra al Trivulzio

Roberto Maggioni * • 23/10/2020 • Salute & Politiche sanitarie • 238 Viste

MILANO. Come in un terribile déjà vu, anche se in questo caso reale. I lombardi stanno rivivendo cose che pensavano essersi lasciati alle spalle. Sono tornate a farsi sentire le sirene delle ambulanze, è tornata l’attesa per i tamponi e la paura di contagiare i propri cari, sono tornati i reparti ospedalieri convertiti ai malati Covid. Il virus è rientrato nelle Rsa, al Pio Albergo Trivulzio ci sono i primi 19 positivi della seconda ondata, finiscono in quarantena anche medici e infermieri. È tornata la battaglia dei bar e dei ristoranti e lo scontro tra salute e lavoro. Agli assembramenti per la movida si sono sostituiti quelli fuori dagli ospedali per i tamponi. «Le persone paradossalmente si contaminano facendo la coda per avere il tampone» ha detto a Radio Popolare il direttore sanitario dell’Ats Milano Vittorio Demicheli. Un allarme che getta nello sconforto, anche se è un pensiero che ha fatto chiunque si sia messo in fila in questi giorni per fare un tampone.

LA GESTIONE LOMBARDA DELLA seconda ondata è partita malissimo, in sei mesi chi governa la regione non ha fatto abbastanza per prevenire e contenere la ripresa dei contagi. Gli interventi della giunta Fontana si stanno rivelando insufficienti, forse fatti su calcoli basati sui numeri bassi dei contagi estivi. Ad entrare in crisi per primo a Milano è stato il sistema di tracciamento. Durante la giornata di ieri c’è stata una polemica tra l’Ats di Milano e l’amministrazione comunale che ha costretto ad un incontro di chiarimento in serata tra il sindaco Sala e i vertici dell’Ats. «Penso che Ats debba fare di più perché in tanti mi state segnalando che c’è da aspettare troppo tempo dal momento in cui c’è una segnalazione, per fare il tampone» aveva detto in mattinata il sindaco Beppe Sala. E la vicesindaco Anna Scavuzzo: «Se l’unica risposta è il lockdown c’è qualcosa che non abbiamo imparato nella gestione dell’epidemia».

PER IL DIRETTORE SANITARIO dell’Ats Milano Vittorio Demicheli «siamo tornati a una fase in cui il contenimento sanitario è insufficiente rispetto alla restrizione sociale». E perché il contenimento sanitario è insufficiente? «Perché si arriva ad un momento in cui bisognerebbe avere un esercito di persone per correre dietro a tutti i contatti, ma una delle cose che abbiamo visto anche in quest’ultima stagione è che questa eccessiva fiducia nel tampone provoca dei paradossi: le persone si fanno il tampone e continuano a uscire in attesa dell’esito del tampone. Questo virus non si trasmette se le persone si muovono di meno e se rispettano la distanza fisica tra di loro».

LA GIUNTA FONTANA AVREBBE dovuto mettere in strada questo «esercito» di operatori sanitari, ma non l’ha fatto. «Sono solo una quarantina le Usca, le Unità speciali di continuità assistenziale attivate rispetto alle 200 preventivate» hanno denunciato i sindacati Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil. A Milano i medici impiegati in questa fondamentale attività di assistenza territoriale sono ancora meno che a maggio, denuncia il Pd regionale. «Allora a Milano e Città metropolitana avevamo 70 medici impegnati nelle Usca, oggi ne abbiamo solo 12-14» ha denunciato la consigliera regionale Carmela Rozza. «Il Governo aveva chiesto alle Regioni di prevedere una Usca ogni 50 mila abitanti e le ha finanziate.

A MILANO teoricamente dovremmo avere 65 Usca e 130 medici e invece ne abbiamo 6-7 pari a 12-14 medici. Le cifre sono scritte nel piano territoriale delle Ats» ha spiegato la consigliera Pd. Erano stati promessi anche 520 infermieri di famiglia, per supportare il lavoro dei medici di base, anche loro non pervenuti. Manca un piano di assistenza sanitaria delle Rsa, diventate focolai a marzo e aprile. La Regione ha chiuso le strutture alle visite ma non ha previsto un piano di tamponi dedicato e un supporto medico in queste strutture che ospitano i soggetti più fragili.

SONO 156 LE PERSONE ATTUALMENTE ricoverate in terapia intensiva, 22 più di ieri. È stata quindi superata la soglia dei 150 oltre la quale la Regione riaprirà l’ospedale in Fiera. Sale a 1.695 il numero dei pazienti non in terapia intensiva. In provincia di Milano i nuovi positivi sono stati 2.031 di cui 917 in città. «A marzo temevo la battaglia di Milano, ma fu evitata grazie alla relativa tempestività del lockdown. Adesso stiamo per averla perché l’infezione dilaga» ha detto Massimo Galli, direttore di malattie infettive all’ospedale Sacco. «Un nuovo lockdown generalizzato sarebbe un intervento della disperazione e indice del fallimento di altre azioni di contenimento»

* Fonte: Roberto Maggioni, il manifesto

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