Elezioni in Ecuador: è il caos, la destra blocca il riconteggio dei voti

Elezioni in Ecuador: è il caos, la destra blocca il riconteggio dei voti

A dieci giorni dalle elezioni generali, l’Ecuador sprofonda sempre più nell’incertezza politica. Se le tensioni legate al sospetto di brogli sembravano risolte con l’accordo per un riconteggio parziale dei voti tra il banchiere Guillermo Lasso e il candidato indigeno Yaku Pérez – giunti rispettivamente secondo e terzo ma con uno strettissimo margine di differenza (19,74% contro 19,38%) – tutto è tornato in alto mare.

Due giorni dopo l’annuncio del Consiglio nazionale elettorale (Cne) del nuovo scrutinio del 100% dei voti nella provincia di Guayas e del 50% in altre 16 province della Sierra e della Costa, un totale di circa sei milioni di voti, il candidato di destra ha rimesso tutto in gioco.

Rimangiandosi il suo «chi nulla deve nulla teme» ed evocando un possibile tentativo di frode da parte di Pérez, Lasso ha sconfessato l’accordo – denunciandone il carattere extra-legale – e sollecitato il Cne, in deficit di credibilità anche prima delle elezioni, a proclamare i risultati del primo turno. E con ciò alimentando i sospetti di un’elezione falsata, già suscitati dalle denunce di irregolarità presentate dal candidato di Pachakutik, il braccio politico della Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador (Conaie).

«Perché questo passo indietro?», ha chiesto Pérez al suo avversario, accusandolo per di più di aver «co-governato negli ultimi quattro anni con il governo peggiore, quello di Lenin Moreno»: «Cos’è che tu e il Cne non volete che sappia l’Ecuador? Per te la politica è un gioco, per me è l’occasione per cambiare la vita di milioni di ecuadoriani. Riaprire le urne è difendere la democrazia».

Dopo una riunione convocata lunedì dal Cne per organizzare il riconteggio, ma sospesa per l’assenza di non meglio precisate «garanzie logistiche», anche la sessione del giorno successivo si è conclusa così con un inquietante nulla di fatto, vale a dire con la mancata approvazione del rapporto tecnico-giuridico che avrebbe dovuto dare il via al nuovo scrutinio. «La plenaria del Cne non ha dato seguito alla richiesta: non approva né respinge il rapporto», ha dichiarato la presidente dell’organismo Diana Atamaint, che invece aveva votato a favore.

In questo quadro, cresce la preoccupazione tra tutte le forze del paese, compresi due attori parimenti delegittimati: il presidente Lenin Moreno e la Missione di osservazione elettorale dell’Organizzazione degli Stati americani, irrimediabilmente screditata dopo il suo intervento pro-golpe in Bolivia.

Se infatti il Cne finisse per favorire Lasso, il rischio di un’esplosione sociale sarebbe tutt’altro che irrilevante, tanto più di fronte all’annuncio di mobilitazioni da parte della Confederazione dei popoli di nazionalità kichwa dell’Ecuador (Ecuarunari), di cui Pérez è stato presidente tra il 2013 e il 2019.

«Ci mobiliteremo nei territori e marceremo fino a Quito per difendere gli interessi di 18 milioni di ecuadoriani», ha assicurato il presidente dell’organismo (una delle componenti principali della Conaie) Carlos Sucuzhañay: «Se c’è da combattere combatteremo, se c’è da andare in carcere ci andremo, se ci assassineranno ci faremo uccidere, ma mai in ginocchio».

Estrema attenzione riguardo ai possibili sviluppi della crisi è stata assicurata anche dal vincitore del primo turno, il candidato della Unión por la Esperanza (Unes) André Arauz, che si è espresso a favore del riconteggio ma esigendo assoluta trasparenza nei risultati. Vincitore in 107 cantoni del paese, contro i 94 di Yaku Pérez e i soli sei di Lasso, il delfino di Rafael Correa potrebbe in realtà trarre vantaggio dalla situazione, scongiurando il pericolo di un’alleanza tra i due rivali nel segno dell’anti-correismo.

Se fosse il banchiere ad arrivare al ballottaggio, il mondo indigeno, sentendosi defraudato dalla destra, potrebbe inclinarsi in maniera più decisa a favore di Arauz, perlomeno in quei settori della Conaie meno ostili al candidato della Unes.

* Fonte: Claudia Fanti, il manifesto



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