L’incarico a Mario Draghi, alla prova di una crisi di sistema

La storia recente delle idee sul debito, il reddito, il fisco, i giovani e la moneta. Dall’articolo-manifesto sul Financial Times al discorso programmatico di Rimini fino al rapporto del “Group of Thirty”, pratiche e riflessioni pragmatiche all’insegna dell’economia sociale del mercato, variante del neoliberalismo

Negli ultimi due anni del suo mandato da presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi ha chiesto ai governi europei che hanno beneficiato della «sua» politica monetaria accomodante – il «Quantitative Easing» («Qe») – l’uso espansivo della leva fiscale, ovvero gli investimenti dagli enormi margini fiscali accumulati dalle politiche monetariste che hanno creato asimmetrie spaventose tra gli Stati membri dell’Ue. L’invito era diretto a governi come quello tedesco, mai sanzionato, meno all’Italia che ha seguito la stessa politica ma era gravata -allora come oggi- dal peso del debito pubblico e da prospettive di crescita economica anemica. Nessun governo allora ascoltò quell’invito. Il «Qe» ha alleviato il costo degli interessi sul debito pubblico e ha comprato tempo in attesa di una discontinuità che tuttavia non è mai arrivata. Davanti a questa contraddizione si è arenata la politica monetaria che porta ancora oggi il nome di Draghi, il signor Whatever It Takes.

***Bce, l’addio di Draghi un’eredità scomoda nella crisi che incombe

Ma tutto questo era prima del Covid. Sembra un secolo fa. Da marzo 2020 l’ortodossia del bilancio è stata sospesa, mentre i governi hanno iniziato a spendere. Negli ultimi dieci mesi la leva fiscale è stata usata, eccome. La Commissione Ue, tutti i governi europei, compreso quello uscente «Conte 2», senza contare l’ultimo maxi-piano anti-pandemia Usa da 1900 miliardi di dollari di Biden, hanno seguito una politica così riassunta da Draghi sul Financial Times del 25 marzo 2020: «Dobbiamo proteggere in primo luogo i lavoratori dalla perdita del lavoro – scrisse – Se non lo facciamo usciremo dalla crisi con un occupazione e una capacità produttiva permanentemente più bassa mentre la famiglie e le imprese faranno fatica a riparare i loro bilanci e ricostruire i loro patrimoni». Il «debito è buono», specificò nell’intervento fatto a Rimini il 18 agosto scorso alla rentrée estiva di Cl, se «utilizzato a fini produttivi» si legge in un testo che a molti allora sembrò delineare il contenuto programmatico di un altro governo. Il suo. Sempre che riesca a comporre una maggioranza, in attesa di un programma (la Flat tax di Salvini o il «No» di Renzi al «reddito di cittadinanza»?), Draghi potrebbe trovarsi al governo, dall’altra parte della barricata.

Buono o cattivo, il «debito», sarà finanziato dal «Qe» e dal Programma di acquisto per l’emergenza pandemica (PEPP) della Bce con 1850 miliardi di euro fino a marzo 2022, rinnovabile. Per ora questa politica tiene in piedi l’Italia che ha prodotto un debito pari a 150 miliardi di euro. Il «Conte 2» lo ha impiegato in gran parte in aiuti alle imprese e nell’estensione delle casse integrazioni (si attende l’approvazione del decreto «Ristori V»), bruciando molte risorse in una politica disordinata e simbolica di bonus per precari e poveri, priva di una prospettiva di reale riforma sociale universalistica. Nell’articolo sul Financial Times Draghi ha alluso a un «reddito di base». Un breve cenno nel quadro di un’economia sociale di mercato (variante nel neoliberalismo) seguita da tutti i governi che scambiano i diritti per «sussidi», «ristori» e indennizzi. Servono a «sopravvivere, a ripartire» ha detto Draghi a Rimini. È la premessa di un«workfare» basato sulle «politiche attive del lavoro», previste dal cosiddetto «reddito di cittadinanza» e dal «Recovery fund» di cui sarà il garante. Così avverrà per il blocco dei licenziamenti che scade il 31 marzo. L’eliminazione costerebbe il posto a quasi un milione di persone. E così sarà per le imprese. Nel rapporto del Group of Thirty, diretto da Draghi si legge: «Chi dovrà decidere quali aziende dovranno essere aiutate?».

Dopo avere chiesto ai governi di azionare la leva fiscale, Draghi potrebbe ora porsi il problema della sua durata, e di chi la pagherà, sempre che la recessione non si trasformi in «depressione prolungata», causando «danni irreversibili» e «una pletora di bancarotte». Tamponare, in attesa che la crescita ritorni. Questo è l’orientamento messianico per evitare il crack.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, il manifesto



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