Il corpo delle donne: il nuovo campo di battaglia

Il corpo delle donne: il nuovo campo di battaglia

Margaret Owen è un avvocato internazionale per i diritti umani. Si è concentrata per la maggior parte della sua vita, come racconta, sui diritti delle donne, delle ragazze e dei bambini, e anche sui diritti dei gruppi più vulnerabili come le minoranze, i rifugiati e gli sfollati interni. Lavora sulla vedovanza e sostiene che oggi il nuovo campo di battaglia a livello mondiale è raffigurato dal corpo delle donne.

 

Lei è il direttore dell’organizzazione internazionale, Widows for Peace through Democracy, Vedove per la Pace attraverso la Democrazia, la prima al mondo a concentrarsi sulla vedovanza e a occuparsi delle vedove di tutte le età (https://www.widowsforpeace.org). Ci racconta di cosa si tratta?
Fino alla morte di mio marito nel 1990 e dopo aver ascoltato i commenti di una donna del Malawi che visitava la mia casa e mi chiedeva: «i fratelli di tuo marito ti lasciano stare qui e ti fanno tenere tutte queste cose?», non avevo mai pensato alle vedove e neanche considerato che potessero essere di tutte le età e che quindi ci fosse bisogno di sfatare il mito che esse siano principalmente anziane. Una volta aperto questo vaso di Pandora, ho iniziato a scoprire gli orrori di una delle questioni di genere e di diritti umani più trascurate. E continuo questa lotta per ottenere giustizia per le vedove a 89 anni!

Le vedove non sono solo donne anziane. Sono bambine, giovani madri e, ovviamente, nonne anziane. Mi concentro su queste persone perché mai prima d’ora il mondo ha visto un aumento così esponenziale di vedove di tutte le età e di mezze vedove, laddove questo termine indica le mogli degli individui scomparsi o di coloro che sono allontanati forzatamente a causa di conflitti, guerre, rivoluzioni e anche a causa di disastri naturali o pratiche tradizionali dannose come il matrimonio tra bambini. Lavoro sulla vedovanza perché è la più trascurata tra tutte le questioni di genere e di diritti umani.

Le vedove (giovani donne, bambine e donne anziane), nonostante ne abbiano estremo bisogno, sono meno in grado di accedere alla protezione sociale, a pensioni e altri servizi essenziali che potrebbero garantire una vita dignitosa e proteggere loro e i loro figli dalla povertà estrema, dalla mancanza di una casa, dall’emarginazione e dalla violenza. Nella maggior parte dei Paesi, e in particolare nei Paesi più poveri, i sistemi di protezione sociale danno poca o nessuna considerazione alle vedove. Pochissime vedove ricevono una pensione di qualsiasi tipo.

Vi è nel complesso una mancanza di dati certi sulla vedovanza. Ciò è molto grave, dato che, secondo i dati attuali, probabilmente sottostimati, ci sono più di 300 milioni di vedove nel mondo, di cui 115 milioni che vivono in condizioni di povertà estrema e cronica. È quindi urgente agire per riconoscere i diritti delle vedove alla protezione sociale, ovvero a una pensione e ai servizi pubblici, tra cui l’istruzione e la sanità. Inoltre, bisogna garantire loro un riconoscimento giuridico e l’accesso alla giustizia, senza contare il diritto all’alloggio e un sistema di ricoveri.

La vedovanza è anche una delle principali cause della trasmissione della povertà tra le generazioni…

Certo. Nei Paesi sviluppati, ad esempio, i sistemi pensionistici statali universali si fanno carico della maggior parte delle vedove più anziane, ma pochissimi Paesi a medio e basso reddito, così come gli stati fragili delle aree in guerra, hanno sistemi di pensione universale, protezione sociale o reti di sicurezza che potrebbero garantire alle vedove di tutte le età una certa sicurezza di reddito. Gran parte della letteratura e della ricerca sulla vedovanza e sulle pensioni si concentra sulle vedove più anziane. L’accesso alla protezione sociale per le donne e le ragazze più giovani in lutto non è ben documentato. Si tratta di una lacuna significativa, dato che in tutto il mondo si stima che il 10% delle donne in età coniugale, che possono essere persino bambine di 10 anni, siano vedove.

Le vedove nei Paesi in conflitto e nei Paesi in via di sviluppo non hanno accesso ad alcun tipo di protezione sociale. Milioni di persone vivono in condizioni di estrema povertà e lottano per mantenere sé stesse e le loro famiglie. I sistemi di sostegno informale e familiare sono estremamente inaffidabili e spesso dannosi, con vedove soggette a sfruttamento, abusi sessuali ed esclusione. I beni dei mariti deceduti sono molto spesso sottratti dai parenti maschi. Pratiche tradizionali dannose espongono le vedove a molteplici forme di violenza, ovunque si trovino. In alcuni casi sono segregate e sfruttate, sono le schiave, domestiche, agricole o sessuali, di oggi, allontanate dall’ambito familiare e costrette a mendicare e a prostituirsi nella comunità. Coloro che le obbligano sono spesso membri della famiglia del marito defunto. Gli atteggiamenti patriarcali nei confronti della vedovanza a molti livelli decisionali negano alle donne e alle ragazze vedove sia una giustizia imparziale per recuperare i loro legittimi beni, sia una difesa da riti di lutto e sepoltura come la pratica di dare una vedova in sposa a un parente del marito defunto, il levirato e la purificazione rituale.

L’estrema povertà incentiva anche i matrimoni precoci, poiché le vedove impoverite non sono in grado di mantenere le loro figlie a scuola. Di conseguenza, le figlie vengono spesso date, vendute o concesse come merce di scambio a uomini molto più anziani, dando vita a un numero sempre maggiore di vedove bambine. Dei meccanismi di protezione sociale efficaci e l’accesso ai servizi e alle tutele legali potrebbero eliminare queste pratiche di sopravvivenza pericolose e le violazioni del diritto delle vedove.

La maggior parte dei sistemi pensionistici statali si basa sui contributi di coloro che lavorano nel settore formale. La maggior parte delle donne nei Paesi in via di sviluppo, tuttavia, lavora nel settore informale e non dispone di previdenza sociale. Nei pochi Paesi in via di sviluppo che hanno istituito pensioni per le vedove, l’idoneità può essere riconosciuta solo a chi ha superato i 50 anni, lasciando così le molte vedove più giovani senza alcun sostegno. Le procedure per richiedere le pensioni statali svantaggiano le vedove, soprattutto le giovani vedove rurali analfabete, perché dipendono dalla documentazione formale, dai certificati di nascita, di matrimonio e di morte che o non hanno o non riescono a ottenere. La grande distanza dagli uffici governativi e i costi da sostenere per raggiungerli, l’impossibilità di compilare i moduli e i problemi di comunicazione con gli estranei al proprio villaggio, dissuadono molte persone dal cercare di ottenere questi sussidi.

ONG come Women for Human Rights Single Women’s Group (WHR-SWG), Donne per i Diritti Umani – Gruppo delle Donne Single in Nepal, la Self-Employed Women’s Association (SEWA), l’Associazione delle Donne Auto-Impiegate in India, il Guild of Service (GoS), l’Associazione di Servizio in India e il Bangladesh Rural Advancement Committee (BRAC), il Comitato per l’Avanzamento Rurale in Bangladesh, hanno messo in atto delle buone pratiche per la sicurezza e l’assistenza sanitaria delle vedove, borse di studio per l’istruzione dei loro figli, assistenza legale, sostegno per le spese funerarie e l’assicurazione sulla vita. Il loro lavoro ha fatto registrare un calo delle vedove che chiedono l’elemosina, delle figlie che si ritirano da scuola per un matrimonio precoce e della prostituzione. Mentre in molti paesi le vedove possono dipendere dal sostegno che ottengono dalle ONG, i risultati migliori nell’accesso ai diritti si riscontrano quando vengono aiutate a fondare le proprie organizzazioni, come in Nepal e in Kenya, dove rispettivamente il WHR-SWG e la Ronan Foundation for Widows and Orphans, la Fondazione Ronan per le Vedove e gli Orfani, garantiscono che la voce delle vedove sia ascoltata nei comitati decisionali in modo da influenzare le decisioni che possono rispondere alle loro esigenze.

 

Lei ha parlato dei corpi delle donne come del nuovo campo di battaglia…

In Ruanda alcuni uomini hanno detto alle donne che stavano violentando: «Non ti uccideremo. Ti daremo una morte lenta. Siamo infettati dall’HIV e te lo trasmetteremo». Per quanto orribile possa sembrare, è stato detto davvero.

E sta accadendo lo stesso in Kashmir, in totale violazione del diritto internazionale. L’India ha occupato il Kashmir – la situazione perdura da 30 anni – ma lo scorso agosto ha trasgredito alla sua stessa Costituzione. Stanno violentando donne, uccidendo e facendo sparire uomini. Ci sono moltissime “mezze vedove” in Kashmir. Inoltre, se si osserva ciò che la Turchia sta facendo in Siria e persino all’interno dei propri stessi confini, è evidente che il mondo oggi è guidato da un folto gruppo di leader autoritari che non sono solo razzisti e guerrafondai, ma sono soprattutto misogini.

Nell’estate del 2020 la Turchia ha discusso una legge secondo la quale un uomo che violenta la sua figliastra, sua figlia, potrebbe sfuggire alla condanna se la sposasse.

In Siria ci sono tante donne e ragazze che ora sono sfollate interne insieme ai propri figli e vivono da rifugiate nei campi del nord-est del Paese, dove la Turchia sta violando le leggi internazionali, chiudendo le frontiere e interrompendo le forniture d’acqua. Nessun aiuto da parte dell’OMS o dell’ONU può raggiungere il nord e l’est della Siria e l’Amministrazione Autonoma, che non è solo un’enclave curda. Perché, in realtà, i curdi hanno accolto nel proprio territorio persone di tutte le diverse etnie e religioni. E le lingue ufficiali sono il curdo, l’arabo, il siriaco e l’armeno. Ciò che è stato incoraggiato in quella regione è un sistema basato sulla libera coesistenza di identità e credenze.

È assolutamente scioccante che permettiamo che il corpo delle donne sia il campo di battaglia di questo secolo. Ciò che mi addolora e mi spaventa è che – ora che ho 88 anni e lavoro sulle questioni femminili da anni – con la pandemia di Coronavirus in corso, tutti i diritti che abbiamo conquistato e per i quali abbiamo combattuto negli ultimi 50 anni sono stati completamente distrutti. Anche nel Regno Unito stiamo tornando rapidamente indietro nel tempo. Durante la pandemia sono state le donne a perdere il lavoro. Inoltre, la pandemia sta causando un numero ancora maggiore di vedove. E quelle povere vedove che dipendono dai lavori più sfruttati e quasi schiavistici, come le pulizie domestiche, hanno perso anche quelli.

Ricordo il 1945 quando andai con i miei fratelli maggiori davanti a Buckingham Palace a sventolare la bandiera inglese. Non ho potuto sventolare nessuna bandiera inglese quest’anno (giugno 2020) nel 75° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale, perché tutto quello che abbiamo creato dopo, come le Nazioni Unite, tutte queste leggi internazionali, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, tutte le cose in cui crediamo sono ora minacciate. Non c’è più un ordine basato sulle regole perché siamo governati da tutti questi leader autoritari, a cui semplicemente non importa nulla. Il Segretario generale dell’ONU aveva chiesto un cessate il fuoco globale già nel marzo 2020 e quasi nessuno gli ha dato ascolto. Quindi sono davvero preoccupata.

D’altra parte, non ci arrenderemo, anche se siamo molto preoccupati per il futuro e per tutto ciò che questo ci riserva. Abbiamo delle leggi in vigore e ovviamente dovremmo continuare a usarle quando e dove possiamo. Ma ci troviamo anche in una situazione molto, molto difficile e ciò che dobbiamo fare come donne solidali in tutto il mondo, è portare sempre più uomini dalla nostra parte.

Abbiamo bisogno che uomini e ragazzi capiscano quanto tutto ciò metta a repentaglio la pace, persino il clima, la cura del pianeta. Dobbiamo agire insieme. Dobbiamo responsabilizzare tutti i governi che non riescono a proteggere le donne dalla violenza o che non fanno nulla per porre fine alla discriminazione che le priva di potere decisionale.

 

Lei è anche membro di Every woman everywhere Coalition, la Coalizione Ogni Donna Ovunque, un gruppo che propone un nuovo trattato sulla violenza contro le donne. Che obiettivi si pone?
Sì, questa è la sua missione: sappiamo che la CEDAW, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, ha 40 anni e non dice nulla di abbastanza approfondito sulla violenza. Non dice nulla sulle vedove, ovviamente, ma la verità è che i tipi di violenza a cui assistiamo oggi richiedono un nuovo trattato internazionale dell’ONU. Pensiamo alla violenza informatica, per esempio, la violenza che avviene attraverso Internet. Ci sono molti nuovi tipi di violenza: economica, tecnologica, in rete.

Un trattato ben elaborato permetterà di trattare la violenza contro le donne e le ragazze non con una soft law ma con uno strumento completo, specifico, giuridicamente vincolante, che stabilisca norme e standard minimi globali per mettere al bando la violenza contro le donne e creare dei meccanismi di monitoraggio e di attuazione per tracciare i progressi fatti.

****

* intervista a cura di Orsola Casagrande, dal 18° Rapporto sui diritti globali – Stato dell’impunità nel mondo 2020, “Il virus contro i diritti”, a cura di Associazione Società INformazione.

L’edizione italiana, Ediesse-Futura editore, in formato cartaceo può essere acquistata anche online: qui
L’edizione internazionale, in lingua inglese, Milieu edizioni, può essere acquistata qui in cartaceo e qui in ebook

 

***

photo by Margaret Owen, https://www.facebook.com/margaret.owen.714/

 



Related Articles

In un mondo senza più regole serve un sindacato forte, nuovo e globale

Per uscire dalla crisi il sindacato deve internazionalizzarsi e globalizzarsi. Dal 16° Rapporto Diritti Globali, l’intervista a Fausto Durante a cura di Massimo Franchi

Brian Currin. Processi di pace e giustizia di transizione, il potenziale di un futuro condiviso

Intervista a Brian Currin, avvocato sudafricano, mediatore internazionale. “La giustizia di transizione. È una forma di giustizia straordinaria che ha come obiettivo l’ottemperanza degli interessi a lungo termine della società e lo persegue ponendo fine ai conflitti armati e alle uccisioni in corso. Richiede alle vittime di mettere gli interessi della società al di sopra dei propri”

Intervista a Alfredo Alietti. Investire nelle periferie, l’antidoto al risentimento sociale

Intervista ad Alfredo Alietti, a cura di Susanna Ronconi, dal 15° Rapporto sui diritti globali

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment