Record italiano: lavorare fino a 71 anni per una pensione indegna

Record italiano: lavorare fino a 71 anni per una pensione indegna

Rapporto Ocse 2021. Gli effetti perversi delle «riforme» sui precari e chi ha iniziato a lavorare dal 1996 in poi

 

Anche l’Ocse nel rapporto annuale «Pensions at a glance 2021» ieri si è accorto che l’Italia farà i conti con gli effetti di una delle riforme pensionistiche che hanno aumentato l’età pensionabile da superare tutti i record. Questo paese passerà da una media considerata «bassa» di 61,8 anni a quella più alta dopo i danesi: 71 anni. Questa situazione riguarda, in particolare, chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 senza pensare a chi si affaccia nel mondo dell’iperprecariato.

Quando saranno loro a raggiungere i 71 anni è possibile che dovranno lavorare fino in punto di morte senza raggiungere una pensione degna di questo nome. E chi oggi ha tra i 40 e 50 anni rischia di avere tra vent’anni una pensione inferiore a quella minima attuale. Si lavorerà precariamente tutta la vita e, quando si sarà vecchi, sarà peggio. Le proposte sulla «pensione di garanzia», avanzata dalla Cgil, non valutata nemmeno da questo governo, cerca di stabilire un minimo vitale sotto il quale le pensioni non dovrebbero scendere. La bomba sociale è innescata. E nessuno sembra volerla neutralizzare.

L’Ocse insiste sul fatto che la spesa pensionistica pubblica da noi è tra le più alte: il 15,4% del Pil nel 2019. Si tratta di un dato contestato, anche perché calcolerebbe anche la spesa sociale per l’assistenza, e non considera la copertura già realizzata dalle riforme degli anni Novanta. Queste ultime sono intervenute sia sul metodo di calcolo sia sui requisiti d’accesso al pensionamento. Così facendo hanno sostanzialmente stabilizzato l’ evoluzione della spesa previdenziale e il suo andamento per il prossimo mezzo secolo in rapporto al Pil, nonostante la dinamica di quest’ultimo sia stata e si prospetti su livelli modesti.

Si prospetta però un circolo vizioso: anche a causa delle denatalità continuerà a crescere la popolazione in età avanzata. Nel 2050 ci saranno 74 persone di età pari o superiore a 65 anni ogni 100 persone di età compresa tra i 20 e i 64 anni. Tutti gli altri lavoreranno di più, e sempre peggio. Questo è uno degli effetti combinati delle riforme che hanno cercato di aumentare il più possibile il tasso degli occupati precari senza nemmeno preoccuparsi del lavoro né della sua sostenibilità. Il rapporto conferma che chi sta peggio sono le partite Iva: pensioni più basse del 30% rispetto ai dipendenti con la stessa anzianità contributiva. La media dei paesi Ocse è del 25%.

L’Ocse critica misure, comunque insufficienti, come «quota 100» che hanno permesso un’uscita anticipata dal mercato del lavoro. È stata abolita tramite «quote» intermedie (102, 103, …). Ma il problema della «Fornero», e della «Dini», resta intatto. Se avessero ottenuto dal governo Draghi un tavolo vero sulle pensioni i sindacati avrebbero ribadito la richiesta di un’elasticità di scelta dell’età di pensionamento e della prestazione maturata in un arco temporale variabile anche in relazione alle mansioni svolte. Si sostiene che nel sistema contributivo ciò non avrebbe effetti sul medio periodo, ma contribuirebbe a favorire le sicurezze personali e gli equilibri economici.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, il manifesto



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