Corsa alla armi. L’Italia, con la Leonardo, traina il riarmo europeo

Corsa alla armi. L’Italia, con la Leonardo, traina il riarmo europeo

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Dossier. Dai sistemi satellitari di difesa ai droni, 28,7 milioni all’azienda pubblica. Due ong denunciano: finanziamenti poco trasparenti

 

È un’impresa italiana a fare la parte del leone nei nuovi programmi di difesa dell’Unione europea. Dei 600 milioni di euro stanziati per la ricerca e lo sviluppo industriale nel settore delle armi, la società Leonardo – di proprietà del ministero dell’Economia – ne riceverà 28,7, superando di gran lunga la spagnola Indra (22,78) e la francese Airbus (10,17). La società italiana, che è già la più grande compagnia in Europa nel settore delle armi, coordinerà tre dei dieci maggiori progetti: il sistema di navigazione satellitare Galileo, finanziato per 35,5 milioni di euro, Essor, un progetto per la «tecnologia sicura» che ha ricevuto poco meno di 34 milioni, e gli anti-droni Jey Cuas, che riceveranno13 milioni. Inoltre, Leonardo partecipa ad altri consorzi, come quello per la realizzazione di un drone europeo.

Nella distribuzione dei finanziamenti, l’Italia è al secondo posto dopo la Francia, dove il presidente Emmanuel Macron, presentando il programma per le prossime elezioni presidenziali, tre giorni fa ha annunciato che «dobbiamo intensificare i nostri investimenti» in armamenti «per poter affrontare una guerra ad alta intensità che può tornare sul nostro continente». Il nostro paese riceverà 40,36 milioni di euro, contro i 74,24 dei cugini d’oltralpe, superando Spagna e Germania che sfiorano i 40 milioni. A questi quattro paesi andrà quasi il 70 per cento del finanziamento.

Le cifre si leggono in un rapporto diffuso ieri dalla Rete europea contro il commercio di armi e dal Transnational Institute, intitolato «Accendere le fiamme. Come l’Unione europea sta alimentando una nuova corsa agli armamenti». Secondo gli autori, i finanziamenti sono assegnati senza controlli e in maniera non trasparente. «Il processo decisionale è stato indirizzato da aziende altamente lucrative che sfruttano gli spazi politici per il proprio guadagno», ha detto Niamh Ní Bhriain del Transnational Institute. Nove dei 16 rappresentanti dell’organo consultivo dell’Unione europea che ha portato alla creazione del bilancio militare erano infatti affiliati alle aziende di armi Airbus, Bae systems, Indra, Leonardo, Mbda e Saab, agli istituti di ricerca sulle armi Fraunhofer e Tno, e all’organizzazione di lobby dell’industria delle armi AeroSpace and Defence Industries Association of Europe. Il risultato è stato che le grandi compagnie hanno ottenuto in totale 86 milioni di euro di finanziamenti, nonostante alcune di esse abbiano esportato armi verso paesi in guerra o dove sono in vigore regimi autoritari.

Il prossimo business non riguarda però le esportazioni di armi, ma il riarmo europeo. Secondo gli autori del rapporto, l’Ue punta da tempo a diventare una «potenza militare globale» e per questo ha deciso di finanziare la ricerca e lo sviluppo di nuovi armamenti. Come presidente di turno, Macron si è impegnato a dare un forte impulso alla creazione di un esercito europeo. La Commissione Ue ha destinato quasi 8 miliardi di euro alla ricerca e sviluppo delle nuove armi per il periodo 2021-2027. In particolare, gli studi puntano su nuovi sistemi basati su tecnologie «intelligenti», come quelli automatici senza equipaggio o l’intelligenza artificiale.

La guerra in Ucraina non ha fatto altro che accelerare la corsa agli armamenti nel vecchio continente. Al vertice informale di Versailles, il 10 e 11 marzo, i leader europei hanno stabilito una crescita del le spese per la difesa. «È chiaro che dobbiamo investire molto di più nella sicurezza del nostro Paese», ha detto davanti al Bundestag, il parlamento tedesco, il cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz, annunciando lo stanziamento di 100 miliardi di euro per il riarmo. In Italia, la Camera dei deputati ha approvato a larga maggioranza un ordine del giorno proposto dalla Lega al «decreto Ucraina» per aumentare, entro il 2024, le spese militari fino al 2 per cento del Pil. Secondo i dati dell’Osservatorio Milex, vorrebbe dire passare da 25 a 38 miliardi all’anno.

«Questi fondi contribuiranno ad aumentare le esportazioni di armi europee e alimenteranno la corsa globale agli armamenti, che a sua volta porterà a più guerre, maggiore distruzione, una significativa perdita di vite umane e un aumento delle migrazioni forzati», scrivono i ricercatori, «alimentando, piuttosto che arginare, la probabilità di una guerra».

* Fonte/autore: Angelo Mastrandrea, il manifesto



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