Siria. Bombe turche sul Rojava per il terzo giorno, si defilano Usa e Russia

Siria. Bombe turche sul Rojava per il terzo giorno, si defilano Usa e Russia

Il presidente turco Erdogan minaccia l’invasione via terra. Ieri colpite una scuola e una clinica fuori Kobane. Hdp: «Campagna elettorale sulla pelle dei curdi». 47 arresti alla protesta di Diyarbakir

 

«Le forze turche hanno colpito la centrale elettrica. Hanno ucciso le persone che sono accorse per portare soccorsi. Sono morti 11 civili. È una persecuzione. Viviamo nel nostro villaggio, non occupiamo le terre di nessuno». Asya Bekir vive a Teqil Beqil, cittadina alla periferia di Derik, tra le prime colpite sabato notte dall’aviazione turca. Asya racconta all’agenzia Anf della distruzione dell’impianto elettrico: dava energia a sedici villaggi.

Ieri i bombardamenti turchi sulla Siria del nord-est sono proseguiti per il terzo giorno consecutivo. Da Qamishlo, «capitale» del Rojava, a Kobane, la città simbolo della resistenza allo Stato islamico. Nel mirino ancora le infrastrutture civili: una scuola a est di Kobane, una clinica a Qarmough, un pozzo petrolifero a Kradahol e due a Tirbespiyê.

SECONDO FONTI CURDE, sarebbe stata colpita anche una base condivisa con le forze della coalizione anti-Isis a guida Usa, a nord di Hasakah, usata per la pianificazione delle operazioni contro il gruppo jihadista, mai scomparso ma operativo con cellule affatto dormienti.

Per il momento Ankara colpisce dal cielo, affievolendo la reazione delle unità popolari curde (Ypg e Ypj) e delle Forze democratiche siriane (Sdf) prive di una contraerea. Per questo molti immaginano che l’operazione turca – ribattezzata Claw-Sword – possa eventualmente trasformarsi in un’offensiva terrestre solo una volta allontanate le Sdf dalle zone di confine (quelle nel mirino turco).

Eppure ieri il presidente Erdogan è tornato a paventarla: «Ce la stiamo mettendo tutta contro i terroristi con i nostri aerei e i nostri cannoni. Se dio vuole, li sradicheremo tutti il prima possibile, con i nostri carri armati e i nostri soldati».

Una minaccia che ricorre da mesi e che nei piani turchi dovrebbe dare continuità territoriale all’occupazione militare della Siria del nord, collegando il cantone occupato di Afrin, a ovest, con le città di Gire Spi e Serekaniye, a est, prese nel 2019.

Come tre anni fa anche stavolta un ruolo centrale lo hanno avuto le superpotenze: gli Stati uniti (che all’epoca diedero il via all’offensiva annunciando il proprio ritiro, mai completato, dal Rojava) e la Russia che mantiene una presenza militare al confine turco-siriano. L’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est, nata dalla rivoluzione del Rojava, ne è convinta: a dare luce verde alla Turchia sono stati Mosca e Washington.

LA PRIMA HA PARLATO ieri, tramite il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov: «Comprendiamo e rispettiamo le preoccupazione della Turchia rispetto alla propria sicurezza. Allo stesso tempo, invitiamo tutte le parti a evitare passi che possono condurre a una destabilizzazione della situazione».

Simile la reazione della Casa bianca: «Sollecitiamo una de-escalation in Siria per proteggere le vite dei civili e il comune obiettivo di sconfiggere l’Isis», si legge in una nota del Dipartimento di Stato. Un po’ poco.

Molto più coraggio lo esprimono le opposizioni in Turchia. Ieri la co-presidente dell’Hdp, il partito della sinistra curda e turca, Pervin Buldan ha accusato l’Akp (il partito di Erdogan) e il suo alleato di governo Mhp di aver lanciato la campagna elettorale sulla pelle del popolo curdo, «sopravvivenza politica» sotto forma di guerra.

Il giorno prima, lunedì, a Diyarbakir la polizia turca attaccava la protesta dell’Hdp e del Dbp contro la guerra: 47 arrestati, tra loro i co-presidenti provinciali dei due partiti.

* Fonte/autore: Chiara Cruciati, il manifesto

 

 

Photo by ANF News



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