«L’indagine lo conferma: armi italiane contro i civili yemeniti»

«L’indagine lo conferma: armi italiane contro i civili yemeniti»

Ieri nuova udienza davanti alla gip di Roma: sentenza rinviata. Le tre ong denuncianti chiedono di portare a processo l’azienda Rwm e due ex direttori dell’Uama della Farnesina per lo sterminio di una famiglia nel 2016

 

Ieri l’udienza di un’ora e mezza davanti alla gip di Roma Maria Gaspari si è chiusa con un rinvio della decisione ma anche con un risultato politico: «Quello che potevamo solo ipotizzare è stato confermato da anni di indagine: in Yemen sono state usate bombe italiane contro dei civili e chi ha prodotto quelle armi e chi ne ha autorizzato l’esportazione lo sapeva».

Così Francesco Vignarca di Rete Italiana Pace e Disarmo riassume al manifesto l’udienza sul ricorso mosso dalla sua ong, insieme all’Ecchr e alla yemenita Mwatana, contro l’archiviazione delle indagini su Rwm (filiale sarda dell’azienda bellica tedesca Rheinmetall) e tre direttori di Uama, l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento del ministero degli esteri italiano.

IL RICORSO RUOTA intorno al ritrovamento di ordigni prodotti dalla Rwm, nello stabilimento sardo nel Sulcis, sul luogo di un attacco perpetrato dalla coalizione militare anti-Houthi, guidata da Arabia saudita ed Emirati, nel villaggio yemenita di Deir al-Hajari, l’8 ottobre 2016: morì un’intera famiglia, sei persone. Da cui la richiesta delle tre ong di procedere per violazione del diritto internazionale e della stessa legge italiana, la 185 del 1990, che vieta la vendita di armi a paesi impegnati in conflitti bellici.

Nello specifico chiedono l’incriminazione per l’ad di Rwm, Fabio Sgarzi, e per due ex direttori di Uama, Francesco Azzarello e Michele Esposito (ma non per l’attuale, Alberto Cutillo, entrato in carica solo dopo la sospensione governativa dell’export di armi all’Arabia saudita).

La gip emetterà sentenza tra qualche settimana: la speranza delle ong non è solo «di non archiviare l’inchiesta ma di procedere con un’imputazione coatta – continua Vignarca – Ovvero che si vada a processo perché nella prima parte dell’indagine e nella seconda parte, imposta dalla gip nel 2021, sono stati raccolti elementi sufficienti per andare a processo», per l’emissione e l’utilizzo di licenze illegittime in violazione del diritto internazionale e della legge italiana.

«L’INDAGINE ha dimostrato che i direttori di Uama erano ben consapevoli di cosa stava succedendo in Yemen: hanno acquisito informazioni sulla situazione ma hanno preferito emettere le autorizzazioni dicendo che garantirebbero posti di lavoro. Una posizione inammissibile anche per la gip nel primo passaggio in aula nel 2021: il diritto internazionale prevale sull’ordine pubblico interno e, ovviamente, sulle necessità occupazionali italiane».

«L’udienza di oggi è stata molto importante – aggiunge Francesca Cancellaro, avvocata delle organizzazioni denuncianti – Finalmente siamo riusciti a portare davanti a un giudice i direttori di Uama e l’amministratore delegato di Rwm Italia Spa. Abbiamo chiesto con forza un processo perché come abbiamo sempre sostenuto in questi anni le indagini hanno confermato pienamente la responsabilità tanto dei funzionari pubblici che dei produttori di armamenti per l’illegittimo export verso Arabia saudita ed Emirati».

* Fonte/autore: Chiara Cruciati, il manifesto



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