Texas. La causa di 13 donne obbligate a partorire: «Torturate»

Texas. La causa di 13 donne obbligate a partorire: «Torturate»

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 Alcune di loro rischiavano la vita o portavano in grembo feti destinati a morire. Lo stato Gop dopo l’abrogazione del diritto all’aborto

Si celebra ad Austin il processo intentato da tredici donne per «le torture» cui sono state sottoposte da parte dello stato del Texas. Le querelanti hanno denunciato che le leggi contro l’aborto promulgate dal loro stato le hanno obbligate a portare a termine gravidanze pur dopo le diagnosi di malformazioni mortali dei feti e gravi rischi per la loro stessa incolumità.

IL TEXAS è fra i tredici stati americani che si sono precipitati a proibire le interruzioni di gravidanza salvo rarissime eccezioni, dopo la storica sentenza contro l’aborto della Corte suprema l’anno scorso.
Nel caso di Amanda Zurawski, da cui prende il nome il caso (Zurawski v. Texas) la rottura premature delle acque ha irrimediabilmente pregiudicato il feto a 18 settimane. In presenza di residua attività cardiaca, ai medici è tuttavia stato impedito di praticare un aborto. Zurawski, trattenuta in osservazione per impedire che inducesse da sola l’aborto, ha sviluppato una setticemia che l’ha tenuta in fin di vita per giorni, prima che i medici intervenissero. Un’altra donna, Samantha Casiano, è stata costretta a portare a termine una gravidanza pur dopo la diagnosi di anancefalia che costituiva una condanna per il feto. In tribunale la donna ha vomitato durante il racconto di come ha dovuto assistere a quattro ore di disperate sofferenze del suo bambino prima che spirasse fra le sue braccia.

SI TRATTA di episodi che riflettono la realtà di migliaia di donne americane in seguito alla sterzata integralista della Corte suprema. Per le cittadine che hanno la sventura di risiedere negli oltre trenta stati che hanno istituito leggi proibizioniste (circa la metà delle americane), si tratta di una distopia degna di Gilead: il regime che nella fantapolitica de Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood si instaura in Nordamerica – un’autocrazia patriarcale in cui le donne sono rese schiave adibite alla riproduzione. Di fatto oggi milioni di donne non godono più di autonomia sul proprio corpo e sulle decisioni che riguardano la propria salute.

SOLO UN MESE dopo l’abrogazione di Roe v. Wade una donna texana era stata obbligata a portare in grembo per due settimane un feto già morto. In Florida una donna incinta è stata costretta a portare a termine una gravidanza di un feto senza reni. Molte donne sono costrette a recarsi in altri stati in cerca di un aborto che a volte è essenziale alla loro sopravvivenza. Lo fanno, almeno, quelle che possono permettersi la spesa ed il tempo necessario e molti stati proibizionisti prevedono severe sanzioni specificamente per chi “espatria”. In Nebraska ad esempio, in questi giorni, una madre e la figlia 18enne rischiano entrambe due anni di galera per essersi procurate pillole abortive per interrompere la gravidanza della ragazza alla fine del secondo trimestre.

A rischiare severe pene (fino a 99 anni di reclusione) sono anche dottori e personale medico obbligato a seguire regole che contraddicono il codice etico. Due ostetriche ginecologhe si sono costituite parte civile nel processo in Texas. La dottoressa Damla Karsan di Houston ha affermato di essersi unita alla querela anche nel nome di numerosi colleghi che sentono di essere impossibilitati a compiere il proprio dovere ippocratico, ma esitano a rendere pubblica la loro indignazione per timore di rappresaglie.

Negli ultimi giorni nel tribunale di Austin si sono susseguite le testimonianze drammatiche, come quella di Lauren Miller di Dallas ha raccontato di essere stata costretta a recarsi fuori stato per l’aborto che ha salvato la vita ad uno dei gemelli di cui è tuttora incinta, quando all’altro è stata diagnosticata la sindrome di Edwards (una condizione genetica mortale). Le donne hanno affermato di sentirsi ostaggio dello stato e in angoscia per la possibilità di trovarsi nuovamente in quella condizione. Gli avvocati della difesa hanno invece chiesto l’archiviazione del caso dato che le donne «non sono attualmente in pericolo, né è certo che lo saranno in futuro».
I sondaggi continuano a rilevare ampie maggioranze popolari a sostegno del diritto ad abortire.

* Fonte/autore: Luca Celada, il manifesto



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