Russia. Wagner, abbattuto l’aereo di Prigozhin e altri sei mercenari

Russia. Wagner, abbattuto l’aereo di Prigozhin e altri sei mercenari

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 L’Embraer Legacy dell’«imprenditore della violenza» precipitato nella regione russa di Tver

 

Ultimo colpo di scena dell’“imprenditore della violenza” ex-sodale di Putin. Ieri, a due mesi esatti dalla “marcia della giustizia” – la rivolota militare che aveva messo per un giorno sotto scacco la Russia di Putin – alle 18:00 ora italiana, l’aereo su cui il capo della Wagner era registrato per un volo da Mosca verso Pietroburgo è precipitato nella regione di Tver 15 minuti dopo il decollo.

Secondo i documenti d’imbarco, il jet privato Embraer Legacy 600, parte della flotta personale di Prigozhin, trasportava altri sei comandanti della Wagner (in particolare il numero due Dmitry Utkin, fra i principali autori delle prodezze militari della compagnia di ventura), oltre ai 3 membri dell’equipaggio.

SONO CIRCOLATI diversi filmati in cui l’aereo precipita al suolo senza un’ala, ciò che indicherebbe come causa dell’incidente, piuttosto che un’esplosione a bordo, un drone o il tiro di armi antiaeree (è circolata l’ipotesi di un “lancio errato” di un missile).

Secondo il canale Telegram della Wagner, Grey zone, l’aereo è stato abbattuto dalla difesa federale russa. Al contrario, commentatori nazionalisti parlano di un’azione ucraina a celebrazione della festa dell’Indipendenza del 24 agosto. Sull’incidente è stato aperto un fascicolo giudiziario per “violazione delle regole di sicurezza del traffico aereo” (art. 263).

Sebbene il nome di Prigozhin figurasse nell’elenco dei passeggeri, solo sette corpi sono stati rinvenuti sul luogo della catastrofe e dovevano ancora essere identificati al momento di andare in stampa. Lunedì, Prigozhin si era fatto immortalare, pieno di sé come d’abitudine, armi in mano in un imprecisato deserto africano, da dove si presupponeva avrebbe operato per contribuire all’espulsione dei francesi dal Niger. Ieri mattina diversi media russi avevano riportato che Prigozhin, insieme allo Stato maggiore della Wagner Pmc, aveva lasciato l’Africa per rientrare in Russia, facendo tappa a Mosca.

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Il gruppo viaggiava su due aerei, il secondo dei quali, altresì della compagnia Konkord di proprietà di Prigozhin, è decollato contemporaneamente alle 18.00, per poi rientrare, illeso, sulla capitale, all’aeroporto di Ostafevo. Secondo alcuni resoconti, Prigozhin avrebbe effettuato il check-in su uno dei suoi aerei per poi salire sull’altro così da evitare lo schianto. Conferme e smentite si sono avvicendate fino alle 21.30 di ieri.

IN OGNI CASO, la possibile eliminazione di Prigozhin rappresenta un fatto di enorme importanza per la dinamica, febbrile dall’ammutinamento di giugno, del sistema di potere della Russia. Due settimane fa, un reporter che si vantava di aver già preannunciato la ribellione della Wagner, Hristo Grozev (elemento di spicco del sito Bellingcat, che piace a Cia e MI6), aveva dichiarato al Financial Times che nel giro di sei mesi in Russia «o Prigozhin sarà morto o ci sarà una seconda insurrezione».

Se è certo che Prigozhin rappresenti per il Cremlino una figura estremamente scomoda, dare l’ordine di abbatterlo direttamente, su un velivolo civile nei cieli nazionali sembra un pò troppo anche per qualcuno con il cursus honorum di Vladimir Putin. Al tempo stesso, il fatto che ieri al Cremlino siano state prese decisioni fondamentali è suggerito dalla contemporanea conferma della destituzione del generale Surovikin dal comando dell’“Operazione speciale” contro l’Ucraina. Surovikin, uno dei principali ufficiali russi, è sospettato di simpatie prigozhiniane.

ANCHE SE PRIGOZHIN risultasse vivo, i sospetti sulla Difesa così come la possibilità di un attacco ucraino di una tale precisione nel cuore della Russia sono destinati a diffondere ancora più incertezza ed angoscia fra la popolazione. Domani sarà interessante osservare come gli spin-doctors di Putin racconteranno l’accaduto al Paese. Per la sua gravità l’incidente di ieri riveste un’importanza simile al fallito ammutinamento di giugno. A due mesi esatti quindi, l’epilogo del colpo di mano che ha fatto traballare tutta l’impalcatura della Russia di Putin non è ancora scritto.

* Fonte/autore: Fabrizio Vielmini, il manifesto



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