Ecuador. Il governo in guerra coi narcos: «Lo Stato deve prevalere»

Ecuador. Il governo in guerra coi narcos: «Lo Stato deve prevalere»

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Esercito in strada dopo la fuga di “Fito”, le violenze che hanno provocato 14 morti e l’irruzione choc in diretta tv. Ore di terrore tra allarmi bomba e fake news. Anche Correa ora vuole «l’unità nazionale»

 

«Siamo in onda perché sappiano che non si gioca con la mafia». Con queste parole, 13 uomini armati a volto coperto hanno fatto irruzione martedì pomeriggio negli studi del canale televisivo TC , nella città portuale di Guayaquil, obbligando giornalisti e tecnici a sdraiarsi al suolo. Per mezz’ora la trasmissione è andata avanti in diretta, con il personale di TC obbligato a chiedere che la polizia – che nel frattempo aveva circondato l’edificio – si ritirasse. Il sequestro si è concluso senza morti due ore dopo, quando la polizia ha fatto irruzione negli studi televisivi e arrestato 18 persone. Tutte giovanissime, fra i 16 e i 25 anni di età.

È L’ENNESIMA giornata di terrore per l’Ecuador. Secondo il Comitato di emergenza di Guayaquil, 29 diversi edifici sono stati oggetto di attacchi da parte di vari gruppi di uomini che hanno cercato di replicare l’azione di TC e prendere altri ostaggi nelle loro mani. Nemmeno gli ospedali sono stati risparmiati dall’ondata di violenza: il quotidiano online Primicias ha riportato infatti tentativi di sequestro nelle strutture Luis Vernaza, Teodoro Maldonado, nell’ospedale cittadino e in quello del niño. Alla fine, il bilancio sarà di 11 morti violente a Guayaquil e almeno due poliziotti assassinati nel cantone di Nobol. La polizia arresterà 70 persone in tutto il paese.

Il sequestro di TC è arrivato dopo che il governo dell’Ecuador ha decretato lunedì sera lo stato di eccezione e il coprifuoco in tutto il territorio nazionale per permettere la mobilitazione dell’esercito a supporto delle operazioni di polizia, sia nelle carceri che per le strade. Una decisione presa a sua volta a seguito della fuga dalla prigione di Guayaquil del più pericoloso narcotrafficante del paese, José Adolfo Macías Villamar, conosciuto anche come “Fito”. Alla scelta dell’esecutivo ha fatto immediatamente seguito una notte di violenze, con attacchi bomba e macchine incendiate in otto provincie del paese. E poi il sequestro in diretta televisiva.

NELLA CAPITALE QUITO, martedì molti edifici sia pubblici che privati hanno deciso di mandare a casa i loro dipendenti prima dell’orario stabilito. Alle quattro di pomeriggio il traffico bloccava così completamente le vie attorno al parco della Carolina, cuore del quartiere dove si trovano i ministeri e la maggior parte delle istituzioni del paese. Fra chi aspettava l’arrivo dell’autobus o si affrettava a prendere un taxi lo sconcerto era unanime. Le fake news si susseguivano senza sosta sui social, annunciando sequestri nella metropolitana e allarmi bomba nei centri commerciali. Per diverse ore è stato difficile sapere cosa stesse accadendo realmente.

«La principale risposta dovrebbe essere la mobilitazione delle forze armate» racconta al manifesto Jonathan, cardiologo di 31 anni, mandato a casa dall’ospedale dove lavora per paura di eventuali assalti. Il suo non è un sentimento isolato: anche Jenny, 38 anni e operatrice delle pulizie, pensa che «il governo dovrebbe mettere più militari per controllare la delinquenza. Non possiamo più fidarci nemmeno dei nostri figli».

Una richiesta che viene presto ascoltata. Martedì sera Noboa ha firmato il decreto-legge 111, dichiarando il conflitto interno nel paese. L’Ecuador ora è in guerra. I nemici sono 22 gruppi criminali, elencati uno a uno nel decreto. Contro di loro, l’esercito potrà effettuare operazioni militari.

«Fino alla giornata di ieri (martedì), parlavamo di operazioni delle forze armate subordinate alla conduzione e alla coordinazione della polizia. Con il decreto di oggi (mercoledì) stiamo parlando praticamente di uno stato di guerra, dove chi dirige le operazioni sono le forze armate. E in una guerra non c’è uso proporzionale e progressivo della forza», spiega il giurista Mauro Andino Espinoza al manifesto.

Sia nel decreto che nelle interviste successive, Noboa ha comunque garantito che qualsiasi operazione avverrà nel rispetto dei diritti umani. Ciononostante, l’Alleanza per i diritti umani dell’Ecuador esprime preoccupazione per l’ennesima «dichiarazione dello stato di eccezione e mobilitazione delle forze armate che risultano inefficaci nella loro prospettiva e nella loro esecuzione». Ma sembra una delle poche grida fuori dal coro: dopo il sequestro a TC, l’assemblea dei parlamentari ecuadoriani ha manifestato subito il proprio appoggio all’esercito e alla polizia nazionale, includendo «l’adozione di indulti e/o amnistie in caso siano necessari per garantire il loro operato».

TUTTA LA CLASSE POLITICA si stringe attorno al presidente. Lo stesso Rafael Correa, ex presidente dell’Ecuador dal 2007 al 2017 e leader morale del partito di centro sinistra della Rivoluzione Cittadina che ha conteso a Noboa la presidenza l’anno scorso, si affretta a dichiarare su X che «è il momento dell’unità nazionale. Il crimine organizzato ha dichiarato guerra allo Stato, e lo Stato deve prevalere».

Che la forza basti a porre fine alla crisi in cui è piombato l’Ecuador risulta difficile da credere. Dopo anni in cui sembrava immune alla crisi del narcotraffico, il paese è oggi al centro della rete dei traffici internazionali. Per l’Osservatorio Ecuadoriano sul crimine organizzato, ormai tutti i grandi cartelli internazionali hanno alleanze sul territorio. Già all’indomani delle elezioni, Luis Córdova-Alarcón, esperto di sicurezza dell’Unversità centrale dell’Ecuador, spiegava al manifesto che «tutta l’America latina si trova di fronte a un grande trilemma: deve riuscire a ridurre la volenza, ridurre la corruzione e ottenere crescita economica. Purtroppo, è un trilemma impossibile da risolvere tutto insieme».

* Fonte/autore: Michele Bertelli, il manifesto



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