Nasce il Gruppo di intervento Operativo, benzina sul fuoco del disagio carcerario

Nasce il Gruppo di intervento Operativo, benzina sul fuoco del disagio carcerario

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Il sottosegretario Delmastro presenta la sua creatura, «su modello dell’Éris francese». «Entro luglio» 200 agenti saranno selezionati con bando interno alla polizia penitenziaria

 

Il modello è quello dell’Équipes régionales d’intervention et de sécurité (Éris) francese. Anzi, per approntare il nuovo reparto della Polizia penitenziaria «abbiamo un trattato di cooperazione con la Francia che ci garantisce di avvalerci dei loro esperti», spiega il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro ai giornalisti convocati in via Arenula per la presentazione del neonato Gio, Gruppo di intervento Operativo, e i sottoposti Gir, Gruppi di intervento regionali, tutti specializzati nel sedare rivolte nelle carceri e negli Istituti penali minorili italiani.

CREATO CON DECRETO ministeriale del 14 maggio 2024, il Gio sarà composto inizialmente da circa 200 agenti, selezionati «entro luglio» con un bando interno alla polizia penitenziaria e pronti per l’uso «entro la fine dell’anno», secondo la previsione del capo del Dap Giovani Russo. A regime però dovrebbero diventare circa 270 nel Gruppo centrale, che avrà sede presso il Dap a Roma, e 24 per ciascun Gruppo regionale. Ben equipaggiati e «altamente specializzati», assicurano «l’intervento entro un’ora dalla richiesta». «Il Gio non solo garantirà ordine e sicurezza negli istituti, ma sarà a garanzia anche, e soprattutto, dei detenuti stessi», ha precisato il sottosegretario con delega alla polizia penitenziaria spiegando che tra le figure da formare ci saranno anche i negoziatori, che saranno «i primi ad intervenire», «muniti obbligatoriamente di body cam per tracciare la corretta applicazione delle tecniche». Perché l’obiettivo, giura Delmastro, è «di contenere i rivoltosi con il minor uso della forza possibile».

«Pretenderemo che le agenzie dell’Onu che si occupano di questi temi partecipino alla formazione», approfondisce Russo assicurando che «ci sarà particolare attenzione alla tenuta psicologica del nostro personale» nel rispetto della «legalità e dei diritti umani». Il modello è appunto l’Éris francese: «In Francia, da quando esiste e criticità negli istituti sono diminuite del 90% – spiega il vicecapo del Dap, Lina Di Domenico – e nei 20 anni di attività solo in un caso è stato necessario l’uso delle armi».

UNA BELLA PUBBLICITÀ, senza dubbio, in tempi di elezioni, per il sottosegretario di Fd’I, tanto più che a capo del Gio è stata scelta una donna: Linda De Maio, primo dirigente di polizia penitenziaria. Il Gio «corona un percorso, di cui sono orgoglioso, di rafforzamento della polizia penitenziaria e della sicurezza nei nostri istituti», ha detto Delmastro sorvolando sulle proteste ormai quotidiane delle sigle sindacali più vicine alla sua area politica che sulle «rivolte», più o meno reali, hanno costruito la loro identità e la loro forza (a questo proposito ieri l’associazione Antigone ha fatto notare che al carcere minorile “Beccaria” è andata in scena una «protesta e non una rivolta – consistita prima nel mancato rientro in cella e poi nella battitura delle sbarre -, rientrata dopo poche ore senza violenza e senza che nessuno, sia tra i ragazzi che tra gli agenti, sia risultato ferito»).

Ma per Delmastro il Gio si è reso necessario alla luce di quanto accaduto «nel marzo 2020» quando ci furono «7517 rivoltosi nelle carceri, con danni per 30 milioni, evasioni di massa, agenti sequestrati, morti e feriti». Tredici morti, per l’esattezza, tutti detenuti. La peggiore strage carceraria nella storia dell’Italia democratica. E la procura di Modena indaga ancora sull’operato della polizia nelle fasi conclusive di quelle rivolte.

CHE CI SIA UN PROBLEMA di sicurezza nelle carceri – per i detenuti, costretti a vivere nel sovraffollamento – lo riconosce pure Delmastro che però ripropone la stessa solfa: «Non è colpa mia se ho trovato 155 milioni fermi per l’edilizia penitenziaria che ho sbloccato. E ora, grazie ad altri fondi del Pnrr, riusciremo a recuperare 7.000 dei 10.000 posti che mancano». Sa benissimo, il sottosegretario, che l’edilizia penitenziaria non risolve il problema. Lo ha ammesso perfino il ministro Nordio. Ma non questo è il momento per la verità.

* Fonte/autore: Eleonora Martini, il manifesto



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