L’euro-rimbalzo di Tremonti

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Quegli eurobond che lui evoca dal 2003 e rilancia dal dicembre scorso, sbattendo il muso contro il muro di Berlino tirato su dalla cancelleria tedesca. «Non saremmo a questo punto se ci fossero stati gli eurobond», aveva esordito il ministro presentando la manovra pochi giorni fa, come dire che la colpa delle iniquità  contenute non sarà  mai sua. Oggi l’Europa li prende in considerazione, 72 ore dopo che Merkel e Sarkozy ci hanno messo una pietra sopra, con la cancelliera ieri a insistere con il suo nein. Ma l’assegno in bianco di Bruxelles, per uno accusato di presunzione dai suoi stessi «amici» di governo, deve essere stato poco meno di un trionfo.
La notizia è di quella che fanno rimbalzare un po’ tutti. Sugli eurobond, che implicano un’Europa a guida tedesca con stati nazionali disposti a rinunciare a parte della propria sovranità , il ministro finisce in una compagnia di giro variegata quanto assai diversa da lui. Passi per il primo ministro lussemburghese Jean Claude Juncker, al volante di un paese con la tripla A incollata dalle agenzie di rating, con cui lanciò a suo tempo l’idea. Al fianco di Tremonti troviamo oggi Daniel Cohn Bendit, l’eurodeputato dei verdi tedeschi e uno dei leader del Maggio ’68 francese, il finanziere George Soros che un giorno affondò la lira, i socialdemocratici tedeschi in blocco, oltre naturalmente ai paesi più indebitati e meno virtuosi del continente come Grecia, Spagna e Irlanda. I più vicini a lui, politicamente parlando, possono essere soltanto pezzi della Cdu tedesca, come il deputato Johann Wadephul, per il quale gli eurobond «non sono affatto uno strumento del demonio». A Cohn Bendit invece piacciono perché «sono un atto di solidarietà  molto forte» (spiega a Le Monde), ai favorevoli perché sono uno strumento di maggiore integrazione europea, due onorevoli opinioni che francamente con Tremonti e la sua cultura anti-Unione (recentemente rinnegata anche da Bossi) non c’entrano nulla. Valori per una sorta di «noi», sintetizzava con altre parole a Il Sole 24 ore il politologo americano Robert Putnam, un «noi» che in Europa non esiste, a cominciare dalla Germania per finire all’ego di provincia del nostro ministro.
Eppure oggi Tremonti rimbalza, come non fanno più nemmeno le borse. Non male per un ministro diventato specie protetta dalla Lega, che pur di non «abbandonarlo tra i lupi», è pronta a organizzare anche cene a base di ossi (e una volta perfino di carne di orsi). Bossi gli ha dato il buon compleanno in una cena blindatissima (menu non comunicato) e una pacca sulle spalle, sufficienti per tenerlo ancora a galla nel governo. Dove Tremonti ha oggi una forza contrattuale equivalente ai grafici del Nasdaq, dopo l’inchiesta sul suo ex braccio destro Marco Milanese, per il quale è previsto un voto parlamentare in settembre sulla richiesta di arresto dei magistrati napoletani.
Certo, gli eurobond sono ancora solo un’idea, una macchina comunitaria senza la benzina tedesca, ma un’idea condivisa è sempre meglio dei calci italiani che continua a prendere il ministro a tutela leghista. Altri tempi quando Tremonti faceva Tremonti, senza macchia e senza paura. Senza appartamenti pagati stranamente in contanti al suo stretto collaboratore e senza il sospetto che potesse essere – anche lui – ricattabile.


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