Raid in Libia, l’Italia dice no alla Nato

ROMA – L’Italia continuerà  a non partecipare ai raid in Libia. E rivedrà  le sue missioni, anche riducendo il numero dei soldati impegnati all’estero. Il consiglio dei ministri dice “no” alla Nato, che chiedeva ai nostri aerei un maggiore impegno sul terreno: una decisione, questa, che arriva nel giorno in cui emerge l’ipotesi di un dispiegamento dei caschi blu dell’Onu nel caso di un cessate-il-fuoco tra il regime di Tripoli e i ribelli. «È prematuro parlarne adesso – spiega Alain Leroy, capo del dipartimento per il peacekeeping delle Nazioni Unite – ma stiamo lavorando a un piano che potrebbe avere un futuro in caso di tregua». Mentre la coalizione Occidentale spinge per la fase due della missione, l’Italia frena su un maggiore impegno sul terreno. «Facciamo già  abbastanza», dice Silvio Berlusconi alla fine di un consiglio dei ministri dedicato alle operazioni all’estero. «Il nostro coinvolgimento – aggiunge – è in linea con la risoluzione dell’Onu». Sono troppi, secondo il premier, i rischi politici internazionali («la Libia è un ex colonia»), ed è grande il pericolo di fare vittime civili. La riflessione a palazzo Chigi si allarga anche alle missioni. E, alla fine, il governo ipotizza una riduzione dei contingenti, a partire da quello in Libano, dove sono impegnati 2500 militari nella missione Unifil. Giorgio Napolitano la pensa diversamente. E da Bratislava pronuncia parole che vanno nella direzione opposta a quella scelta dal premier. «Sotto le bandiere dell’Onu, della Nato e dell’Ue – dice il capo dello Stato in un discorso scritto una settimana fa, ma che sembra una risposta a Berlusconi – l’Italia offre un significativo contributo per la pace e la sicurezza nel mondo. I nostri contingenti sono schierati nei Balcani, in Medio Oriente e in Afghanistan per promuovere e sostenere quei principi di rispetto dei diritti umani». Sulla spinta della Lega, però, l’Italia va verso un disimpegno internazionale. Ma non tutti applaudono, nel governo. Non Ignazio La Russa che, all’inizio della riunione, aveva messo sul tavolo la richiesta degli alleati di un maggior coinvolgimento dei nostri caccia, attualmente usati solo per infastidire i radar del Colonnello. La risposta del premier, spalleggiato dagli esponenti del Carroccio, è stata molto ferma. Anche sul futuro delle nostre missioni. L’unica concessione sul “fronte” libico è l’aiuto ai ribelli, con una fornitura in sistemi di comunicazione. La Nato, invece, pensa alla fase due, per rompere lo stallo sul terreno. In un articolo che ricompatta i leader forti dello schieramento occidentale, Obama, Cameron e Sarkozy avvertono Gheddafi: «Il futuro è senza il raìs al potere». Parole che, ammette il ministro della Difesa francese, segnano una volontà  di andare oltre la risoluzione 1973 dell’Onu. «Parigi – spiega Garard Longuet – resta in prima linea nel chiedere maggiore impegno agli alleati. Forse, il Consiglio di sicurezza adotterà  presto una nuova deliberazione». Ma la Russia mette in guardia l’Alleanza da un uso eccessivo della forza. «I raid – avverte il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov – sono andati oltre la risoluzione Onu. Ora serve un cessate-il-fuoco e l’avvio di un dialogo tra Gheddafi e i ribelli».


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