Piazza Tahrir contro Israele

Appresso ad uno dei cespugli spinosi della rotonda nella piazza che confina con l’entrata del giardino zoologico e il palazzo dell’ambasciata israeliana, c’è un brandello di una delle centinaia di pagine di documenti ufficiali che venerdì sera sono stati lanciati dalla finestra della sede diplomatica, la stella di Davide che fa capolino sotto una foglia. Su un marciapiede gruppi sparuti di manifestanti continuano a inneggiare contro Israele. Su un altro contro-manifestanti (ancora più sparuti) affermano che l’evento ha messo in cattiva luce l’Egitto e la sua rivoluzione.
In questa piazza senza nome, che nel cuore di tanti rivoluzionari egiziani ha sostituito piazza Tahrir, venerdì notte è stata battaglia tra manifestanti e polizia. Battaglia come non si era vista dai giorni gloriosi della rivoluzione contro Mubarak. Una battaglia che ha lasciato sul terreno tre morti, e 1049 feriti, secondo il bilancio provvisorio stilato dal ministero della salute egiziano, spingendo la giunta militare a dichiarare lo stato di allerta ed il primo ministro Sharaf a rassegnare le dimissioni poi rifiutate. E la crisi non riguarda certo solo la politica interna, dato che l’assalto all’ambasciata ha pure spinto l’ambasciatore israeliano, appena tornato in Egitto a lasciare il paese con un volo militare diretto a Tel Aviv, nella crisi più grave nella storia del trentennale trattato di pace tra i due paesi.
Eppure la giornata di protesta di venerdì era cominciata sotto tono con una manifestazione a Tahrir che era stata ben sotto il milione di persone annunciato dagli organizzatori. Attorno all’enorme rotonda resa celebre dalla rivoluzione erano comparsi di nuovo striscioni e palchi di gruppi e partiti, parenti dei martiri con le foto dei propri cari, al lato di venditori ambulanti, in un’atmosfera rilassata che sapeva più di festa di paese che di rivoluzione.
Poi verso le sette di sera è arrivata la mossa a sorpresa. Il grosso dei manifestanti, con in prima fila i tifosi dei club di calcio cittadini Al-Ahly e Zamalek, è cominciato ad uscire dalla piazza e a scendere lungo il grande corso di Kasr-el-Nil. Dove andassero sarebbe dovuto essere chiaro a tutti, polizia compresa: all’ambasciata israeliana nel quartiere di Giza. Del resto è dal 18 agosto che tutti i giorni lì si concentrano centinaia di manifestanti per far sentire la propria rabbia per l’uccisione di 6 poliziotti di frontiera egiziani. Uccisi dagli israeliani che inseguivano a ridosso del Sinai un gruppo di palestinesi che avevano attaccato un pullman diretto alla località  balneare di Eilat, uccidendo 7 civili e 2 soldati.
Il 21 agosto durante una delle proteste uno dei manifestanti era riuscito a scalare fino al 13esimo piano dell’edificio che ospita l’ambasciata di Israele, sostituendo la bandiera di Davide, con quella d’Egitto con al centro la grande aquila dorata di Saladino. Un piccolo assaggio di quello che sarebbe successo pochi giorni dopo. Allertata dall’evento, la giunta militare aveva pure innalzato un muro di protezione intorno all’edificio. Ma la mossa ha solo contribuito a esacerbare gli animi dei manifestanti, a cui quel muro ricordava quello eretto contro i palestinesi.
Per abbatterlo venerdì ai manifestanti ci sono volute poche ore. A partire dalle 4 di pomeriggio hanno cominciato a colpirlo con sbarre di ferro e martelli senza essere troppo impensieriti dalla polizia anti-sommossa. Poi, verso le otto di sera, quando il grosso di manifestanti è arrivato da Tahrir, le esigue linee di polizia messe all’ingresso dell’edificio sono dovute presto battere in ritirata consentendo ad almeno 30 persone di salire le scale dello stabile, fino ai piani più alti in cui si trovano gli uffici diplomatici.
Se l’ambasciata vera e propria sarebbe rimasta indenne, l’ufficio consolare è stato preso d’assalto dai manifestanti, che hanno malmenato un impiegato e hanno messo a soqquadro scaffali e scrivanie. Poi è cominciato il lancio di documenti dalla finestra, con fogli di carta intestata che sono atterrati lentamente sulla piazza di fronte all’ambasciata in una scena surreale che per un attimo ha ammutolito non solo la polizia ma pure i manifestanti, prima dei lanci celebrativi di bengala e delle grida “Horreya! Horreya!” (libertà ) e “Tasqot, tasqot Israil” (abbasso Israele).
La polizia ha provato a respingere i manifestanti ed è riuscita a cacciare gli invasori dagli uffici diplomatici di Israele. Ma presto si è vista costretta ad arretrare verso nord, a ridosso della centrale di polizia di Giza, che non è stata data alla fiamme solo grazie all’arrivo dei blindati dell’esercito. La battaglia è andata avanti tutta la notte con ondate continue di attacchi da parte dei manifestanti . Per disperderli non sono bastati lacrimogeni e pallottole di gomma. Il grosso della folla si è ritirato solo dopo che i militari hanno cominciato a sparare in aria raffiche di avvertimento e i blindati della polizia si sono lanciati in caroselli a tutta velocità  contro la folla.
Mentre ieri i manifestanti attendevano con trepidazione notizie dalla riunione di emergenza del consiglio militare convocata per la serata, gli egiziani si dividevano tra la gioia e la preoccupazione per le conseguenze dell’evento. Secondo Kamal, un meccanico ventenne di Giza, «questa è la dimostrazione che gli egiziani sono liberi e non si faranno mettere i piedi in testa da nessuno». Ma c’è chi come Mohammed Sharqawi uno studente di scienze politiche vede pericoli profilarsi all’orizzonte. «A noi egiziani non interessa fare la guerra con Israele. Questo è quello che vogliono i salafiti e i fratelli musulmani. Se scoppia una guerra possiamo dire addio alla nostra rivoluzione».


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