Vladimir il duro e il buon Dmitrij Il gioco delle parti fra i due zar

Putin non ha mai smesso di controllare i corpi dello Stato e le leve sommerse del potere russo. Medvedev deve la presidenza a Putin e non ha mai dato l’impressione di desiderarne la conservazione sino al punto d’incrinare i suoi rapporti con l’amico più vecchio. I due provengono dalla facoltà  di giurisprudenza di Leningrado e hanno studiato con lo stesso professore, il grande giurista Anatolij Sobchak. Sono stati iniziati alla vita politica nel Soviet della città , dopo il crollo dell’Urss, quando il loro maestro divenne il primo sindaco democratico della vecchia capitale zarista. E hanno consolidato la loro amicizia a Mosca, prima all’ombra di Boris Eltsin, poi, con incarichi diversi, al vertice dello Stato. Lo stesso Medvedev aveva detto più volte, negli scorsi mesi, che la scelta del candidato al Cremlino sarebbe stata decisa di comune accordo. Sapevamo quindi che non avremmo assisto a una gara fra due contendenti. Attendevamo soltanto di sapere se Putin avrebbe concesso a Medvedev un secondo mandato presidenziale o avrebbe rivendicato per sé, dopo un decoroso intervallo, la carica maggiore. Nulla di veramente nuovo, quindi. Il copione era già  scritto sin dal giorno in cui Putin aveva deciso di rispettare la costituzione (che proibisce tre mandati consecutivi) e di presiedere per quattro anni il governo anziché la repubblica.

Eppure i due amici hanno recitato parti diverse. Putin ha continuato a esercitare il potere con la sua abitale durezza. Ha trattato i dissidenti come nemici del popolo. Ha usato i tribunali per raddoppiare la punizione di Michail Khodorkovskij, l’oligarca che aveva osato disobbedirgli; ma ha accarezzato gli oligarchi «buoni» che si conformavano alle sue direttive. Ha organizzato il consenso creando una milizia di giovani avanguardisti, i «nostri» (in russo «nashi»), molto vivaci, se non addirittura spregiudicatamente brutali. Ha mantenuto al potere in Cecenia un piccolo tiranno caucasico. Si è circondato di vecchi compagni (i «siloviki», uomini del potere) provenienti dal Kgb e dall’agenzia che ne ha ereditato le competenze. Ha chiuso gli occhi sui vizi più vistosi del regime e in particolare, probabilmente, su quelli dei suoi sodali. E ha esibito i suoi muscoli, non solo metaforicamente, con un evidente compiacimento.

Medvedev, invece, ha dato la sensazione di comprendere che la Russia ha bisogno di legalità , di magistrati liberi e neutrali, di una opposizione efficace, di una più decisa lotta contro la corruzione, di una funzione pubblica che serva i cittadini prima di servire se stessa, di imprenditori che paghino le tasse e di una maggiore rispettabilità  internazionale. Si è trattato di un gioco delle parti, di una distribuzione di compiti fra il poliziotto buono e il poliziotto cattivo? Dopo lo scambio delle poltrone, molti, senza dubbio, hanno buoni motivi per pensarlo. Ma chi giunge troppo rapidamente a questa conclusione ignora la ricchezza e la complessità  della società  russa. Non esistono soltanto gli oligarchi, i siloviki, i funzionari corrotti, i miliardari che esibiscono volgarmente la loro ricchezza. Esiste una società  russa in cui è cresciuto un forte desiderio di libertà  e legalità . Medvedev alla guida del governo potrebbe fare con maggiore efficacia, nella quotidiana amministrazione del Paese, ciò che raccomandava nei suoi migliori discorsi presidenziali. Se queste sono le sue intenzioni l’Europa ha interesse ad aiutarlo.


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