La mossa per salvarsi

È il caso dei proventi dell’asta sulle frequenze del digitale terrestre, che potevano essere utilizzati per ridurre il debito pubblico. A dire il vero fa ancora peggio: pianifica di raccogliere altre risorse, magari pregiudicando entrate future come nel caso dei condoni ventilati da molti esponenti della maggioranza, pur di alimentare altra spesa. Stando a quanto dichiarato ieri dal ministro degli Esteri e dal sottosegretario alla Difesa Crosetto, il “pacchetto per lo sviluppo” non sarà  a costo zero. I ritardi nella presentazione (come previsto slitterà  ulteriormente, oltre il 20 ottobre) sono legati alla ricerca di “coperture”. Serviranno per ridurre i pochi tagli previsti dalla manovra estiva e di sviluppo ci sarà  presumibilmente soprattutto quello dei bilanci dei loro ministeri. È davvero penoso assistere a questa lotta furibonda per prelevare in qualche modo altri soldi dalle tasche degli italiani, dopo aver già  portato il peso delle entrate sul pil al 50 per cento, con un euro su due generati nel nostro Paese che finisce all’erario.
Il rischio in questo clima è che tutto l’incremento della pressione fiscale deciso questa estate finisca, gradualmente ma inesorabilmente, col trasferirsi in aumenti permanenti della spesa pubblica. È quanto tipicamente avviene in questi casi. I consolidamenti fiscali condotti sul lato delle entrate falliscono proprio per questo: più tasse vengono succedute da spese più alte, facendo evaporare ogni miglioramento nei saldi. Non a caso, lo spread ieri è tornato a salire ai livelli di inizio agosto e non è sceso sotto i 350 punti base neanche durante l’euforia sui mercati seguita al vertice Merkel-Sarkozy. Significativamente, si è ulteriormente allargato lo spread fra i titoli italiani e quelli spagnoli. Se a inizio estate i rendimenti dei Btp decennali erano 70 punti al di sotto di quelli dei bonos con la stessa scadenza, adesso la situazione si è invertita: ieri il rischio paese dell’Italia è stato valutato fino a 70 punti base in più di quello della Spagna. Questi 140 punti persi sono la misura della credibilità  persa dal nostro Paese negli ultimi tre mesi. È una Papi tax che continua a salire. Nell’immediato trascina giù, come ieri, le banche italiane, imbottite di nostri titoli di Stato. A regime, significa 25 miliardi di euro da pagare a chi compra i nostri titoli di stato, 85 milioni per ognuno dei 320 deputati che potrebbero oggi dare la fiducia al non-governo. Un giorno dovranno renderne conto.
L’unico modo per evitare che i mercati ci penalizzino ulteriormente per questo non-governo è ridurre la discrezionalità  di questa classe politica, renderla incapace di farci ancora più male. Legarle le mani in questo frangente è utile perché permette di ridare credibilità  ai nostri impegni di rientro del debito e, al contempo, evita il peggio, riduce il rischio che un esecutivo mantenuto artificialmente in vita si lanci in spese elettorali, vanificando i sacrifici che milioni di italiani stanno compiendo per fronteggiare la crisi del debito. Nelle ultime settimane si è molto parlato di vendita di beni pubblici per ridurre in modo consistente il debito. L’idea sembra attraente: un programma di vendite massicce dovrebbe servire ad abbattere il debito pubblico, migliorando quindi le percezioni dei mercati sulla sua sostenibilità . In apparenza il patrimonio pubblico è cospicuo, vale quasi quanto il debito pubblico. Ma a guardare più a fondo, il patrimonio liquido dello Stato (le partecipazioni in Eni, Enel, Finmeccanica, Anas, etc.) è di “soli” 55 miliardi ed è quello che oggi ha un rendimento più alto (attorno al 5,5 per cento contro lo 0,5% del resto del patrimonio gestito da Stato, regioni ed enti locali). Viene da chiedersi se vale la pena di venderlo nelle presenti condizioni di mercato (ad esempio Finmeccanica ha perso più di metà  del proprio valore di borsa nell’ultimo anno) rinunciando a questi rendimenti. La proprietà  pubblica è poi dispersa in mille rivoli, dalle autorità  portuali alle comunità  montane, dalle camere di commercio alle agenzie regionali di sviluppo, e non è quindi immediatamente disponibile. Impossibile, dunque fare il botto, abbattere in modo significativo il debito pubblico. E poi, questa classe politica ha dato ampiamente dimostrazione di essere capace di spendere questi soldi anziché utilizzarli per ridurre il debito.
Il vero problema del nostro patrimonio pubblico è che rende troppo poco, perché viene dato in concessione a privati a prezzi stracciati oppure viene utilizzato per ospitare amministrazioni pubbliche che potrebbero avere sede altrove liberando risorse da mettere a frutto (pensiamo al caso delle caserme nei centri cittadini o ai terreni di proprietà  che la Difesa continua a non voler censire e rendere di pubblico dominio). I costi della nostra politica sono, oltre che nei compensi eccessivi che si concede, anche e soprattutto in una gestione clientelare del patrimonio di noi tutti. Secondo le stime dello stesso ministero dell’Economia, si può legittimamente pensare di farlo fruttare attorno al 5-6 per cento all’anno. Sommando il patrimonio fruttifero di Stato, regioni ed enti locali, si raggiungono circa 600 miliardi; al 6 per cento potrebbero fruttare circa 30 miliardi all’anno a fronte dei 5 raccolti oggi. Per arrivare a questo risultato bisognerebbe dare in gestione questi beni a un’agenzia, preferibilmente gestita a livello europeo onde distanziarla ulteriormente dalle pressioni della classe politica. Il suo obiettivo non dovrebbe essere la vendita, ma la valorizzazione del nostro patrimonio, e la destinazione automatica, obbligatoria di tutti i proventi alla riduzione del debito pubblico. Un modello di riferimento è quello della Treuhandanstalt che si è trovata a gestire il patrimonio pubblico dello Stato tedesco-orientale, un patrimonio altrettanto, se non più, eterogeneo di quello pubblico italiano. Chi pagherà  per questa struttura? I governi dell’area dell’Euro, dato che servirà  per evitare interventi ben più onerosi a sostegno del nostro Paese. Inoltre l’esperienza accumulata potrà  essere utilizzata anche in altri paesi in difficoltà : pensiamo alla Grecia, alla Spagna o al Portogallo.
Una scelta di questo tipo potrebbe riuscire a sorprendere i mercati, contribuendo a ridurre in modo significativo lo spread sui nostri titoli di stato. Servirà  anche questo a ridurre il debito. Una volta riportato il debito pubblico sotto livelli di guardia (ad esempio, il 60 per cento del prodotto interno lordo), la gestione di questo patrimonio potrà  tornare sotto la giurisdizione di Stato ed enti locali. Sarà  un incentivo in più ad accelerare il rientro del debito e queste amministrazioni potranno trarre grandemente beneficio dall’esperienza gestionale dell’agenzia. Potranno anche decidere di vendere beni a quel punto adeguatamente valorizzati. Nell’immediato ci vuole una struttura in grado di vincere le fortissime resistenze a mantenere lo status quo. Anche l’esperienza fallimentare di Patrimonio Spa, di fatto liquidata quest’anno per mano del suo stesso creatore, ce lo sta a indicare. C’è un costo politico da pagare nel contrastare la gestione clientelare del patrimonio pubblico. Meglio per questo rivolgersi a un’agenzia esterna, legare le mani a una classe politica che ha orizzonti troppo angusti. Garantirebbe allo stesso tempo noi contribuenti italiani e i contribuenti di altri paesi che stanno chiedendosi se rinnovare o meno i nostri titoli di stato alla scadenza.


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