“Intervento ponte della BCE contro la crisi”

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Che cosa si pensa in Mediobanca, la più importante banca d’investimento italiana, dei cinque giorni che, da oggi, potranno sconvolgere l’Europa? E che cosa bolle in pentola oltre la manovra da 25 miliardi, deliberata ieri dal governo Monti, e oltre quanto la stessa Mediobanca scrive nel rapporto che viene diffuso questa mattina?
La settimana di passione inizia nel contesto di una crescente penuria di liquidità . Giovedì 1 dicembre, in un seminario dei dirigenti delle Bcc, si è constatato come perfino nelle banche di credito cooperativo siano sparite le banconote da 500 euro, tutte stipate nel materasso o nelle cassette di sicurezza, non per caso introvabili. Negli stessi giorni, una grande banca italiana ha mendicato da due casse previdenziali private il prestito dei loro Btp per scontarli presso la Banca centrale europea in cambio di liquidità . Più in generale, in tutt’Europa le banche principali non sono riuscite a rinnovare per intero gli 800 miliardi di obbligazioni in scadenza quest’anno: mancano all’appello 150 miliardi. Non siamo ancora al post Lehman, ma di questo passo ci torneremo, e con un’aggravante: i governi europei non potranno più giocare, a regole costanti, la briscola dei salvataggi bancari a carico del debito pubblico.
Da Londra, Mediobanca Securities dice: o facciamo un passo in avanti decisivo verso l’unione fiscale e la garanzia comune dei debiti pubblici o torniamo indietro. Le chiavi di volta sono due, e stanno nelle mani dei due Mario: Monti e Draghi. Dal primo Mediobanca si aspetta non solo la manovra, ma anche un colpo d’ala per ridurre di 100 miliardi il debito pubblico e un’iniziativa in politica estera capace di passare dall’aspirina dell’Efsf (European Financial Stability Facility) all’arma totale degli Eurobond. Il colpo d’ala consiste nell’offrire alle banche e alle assicurazioni, oltre che ai risparmiatori, l’opportunità  di scambiare titoli di Stato dei loro portafogli contro beni patrimoniali dello Stato e degli enti locali. Potrebbero essere messi in campo 42 miliardi di immobili pubblici già  disponibili per la vendita, 45 miliardi di partecipazioni del Tesoro in società  quotate e non quotate e 3,8 miliardi delle partecipazioni degli enti locali nelle ex municipalizzate. E qui il rapporto si ferma.
Si può tuttavia immaginare che un tale scambio verrebbe facilitato da un veicolo societario che emetta obbligazioni garantite dai medesimi beni da scambiare con i Btp con i quali pagare lo Stato che, così, cancellerebbe quei Btp. Al Corriere risulta che al ministero dell’Economia stiano ristudiando la KfW tedesca e la Caisse des Dépà´ts francese. Il veicolo, ancorché a controllo parzialmente pubblico, resterebbe fuori dal perimetro del debito pubblico. A seconda dei valori dello scambio, potrebbero guadagnare qualcosa entrambi i lati del tavolo e, attraverso una gestione professionale degli attivi, il veicolo potrebbe anche riconoscere allo Stato parte della rivalutazione futura.
L’attesa di una più incisiva politica estera non è immotivata se, come notano gli analisti Antonio Guglielmi e Alex Tsirigotis, in Europa si è tornati a parlare di Eurobond e di quantitative easing (la Bce che presta e garantisce a volontà  per evitare crisi di liquidità  e spiazzare la speculazione) solo da quando Mario Monti è entrato a palazzo Chigi. Del resto, secondo McKinsey, citata nel rapporto, il costo annuale della rottura dell’euro sarebbe di 80-120 miliardi per la Germania, quella stessa Germania che dal 2000 al 2007 ha aumentato l’attivo della sua bilancia commerciale verso il resto dell’Eurozona da 46 a 126 miliardi.
Dal secondo Mario, e cioè da Draghi, Mediobanca si attende la rapidissima adozione di un regime transitorio che traghetti gli Stati e le banche dalle incertezze attuali, che portano diritte alla crisi di liquidità , verso la sicurezza degli Eurobond. In tal modo e per il tempo che serve, ogni banca potrebbe scontare presso la Bce i suoi attivi senza andare troppo per il sottile, e dunque senza più pietire i Btp altrui, in cambio della liquidità  con cui poter fare prestiti alla clientela e tonificare un’economia altrimenti esangue.
Mediobanca non crede all’efficacia dell’Efsf, nemmeno dopo che la sua dotazione è stata elevata a 440 miliardi. E questo per la semplice ragione che da qui alla fine del 2013 vengono a scadenza circa 900 miliardi di obbligazioni pubbliche greche, portoghesi, irlandesi, spagnole e, soprattutto, italiane, oltre il 30% del totale in circolazione. E se scattasse il default dei cinque, ci sarebbe un problema immediato da 2 mila miliardi. La soluzione vera, per Mediobanca, restano gli Eurobond e un ponte della Bce per arrivarci vivi, mentre i governi rivedono i Trattati. Ed è qui che si misurerà  Mario Draghi. Una marcia di avvicinamento sicura verso gli Eurobond farebbe gradualmente convergere i tassi d’interesse oggi così divaricati tra i diversi Paesi. Banche come Intesa Sanpaolo e Unicredit ne trarrebbero vantaggio. Deutsche Bank che paga la raccolta obbligazionaria la metà  degli altri grazie allo scudo dei Bund avrebbe un problema serio. E qualche problemino lo avrebbero anche le banche francesi. Ma, conclude Mediobanca, se Italia e Spagna devono soffrire per mettere a posto la loro finanza pubblica, perché Germania e Francia mettono a rischio l’Europa per proteggere le loro banche che hanno giocato troppo con i debiti?


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