La nuova Kabul torna a sperare “I Taliban non ci fanno più paura”

KABUL – Com’è lontana la guerra vista dal parco Shar-e Naw, dove gli innamorati sorseggiano tè e gli anziani giocano a scacchi seduti sull’erba. Tra i pini e le rose gravide di boccioli perfino il rumore del traffico sembra giungere attutito. Basta però la sirena di un’ambulanza o uno sparo che echeggia in lontananza a ricordarti che dietro le cime ancora innevate che sovrastano Kabul si nascondono torme di Taliban pronte a portare l’inferno in città . È accaduto ieri, dopo che il presidente Barack Obama era segretamente atterrato alla base di Bagram per firmare un patto strategico con il suo omologo afgano, Hamed Karzai, che sancirà  la permanenza degli americani in Afghanistan per altri dodici anni: l’esplosione di un’autobomba davanti a un hotel usato dal personale Onu ha ucciso sette persone, tra le quali diversi bimbi di una scuola vicina. 
Era già  successo due domeniche fa, quando per vendicare i recenti abusi commessi dalle truppe statunitensi – il rogo dei corani e il massacro di diciassette civili per opera di un sergente – gli insorti avevano attaccato il cuore della capitale, le sue ambasciate, il Parlamento. «Sì, ma allora sono stati uccisi tutti, e un quarto d’ora dopo la fine delle operazioni, la gente era di nuovo in strada, come se non fosse successo niente, il che significa che i Taliban non ci terrorizzano più», dice Barry Salaam, giovane businessman di successo al quale i soldi non hanno fatto dimenticare il suo impegno per i diritti civili.
Attraversiamo la città  per recarci nella sede di Tolotv, l’emittente più seguita del Paese, interamente finanziata ai suoi esordi dagli americani e poi acquistata dal gruppo Murdoch. Il centro di Kabul sembra più blindato che in passato, con interi quartieri circondati da muri anti-kamikaze: pareti di cemento alte quattro metri e larghe due, messe una accanto all’altra come gigantesche tessere di domino, che rendono le strade simili a dedali difficilmente percorribili. Gli incroci sono sbarrati da posti di blocco e presidiati da soldati e poliziotti di ogni genere: afgani, della Nato o delle società  di contractors che sempre più numerose operano nel Paese per proteggere la quantità  di avventurieri attratti da questa succulenta economia di guerra (dal 2001 sono già  stati spesi 440 miliardi di dollari per scopi bellici e 56 per scopi civili). Dove impera il business della paura la parola più pronunciata è “security”: eppure in città  continuano ad aprire nuovi ristoranti, negozi di Hi-fi e una quantità  sorprendente di agenzie di viaggi. 
La sede di Tolotv è più sorvegliata di Fort Knox, ma la palazzina è modesta, con gli studi del notiziario ricavati nel cortile. Il direttore dell’informazione, Lotfullah Najafizada, la trentina, giacca di sartoria e accento oxoniano, sostiene che un ritorno al potere dei Taliban sia ormai impossibile: «Nel 1996 gli afgani erano impoveriti da vent’anni di guerre, e stanchi della tirannia dei capi mujaheddin. Per le nuove generazioni i divieti dei Taliban non sono più accettabili. E poi, negli ultimi mesi, gli insorti hanno perso terreno, e tanti uomini. Il loro morale è a terra». 
Tanto ottimismo è anche dovuto all’accordo strategico tra Washington e Kabul firmato ieri, che prolunga di dieci anni la permanenza statunitense dopo la data prevista per il ritiro del grosso delle forze Nato, a fine 2014. L’intesa lascia aperta la porta alla permanenza di istruttori militari e forze speciali americane per dare la caccia agli uomini di Al Qaeda, toglie l’incertezza sul futuro – che era fonte di angoscia per tutti gli afgani e per gli imprenditori stranieri- e può finalmente far nascere la fiducia in un Afghanistan “normalizzato”, che un giorno non dipenderà  più né dall’elemosina né dalla protezione dei grandi del pianeta. «Pakistan e Iran speravano di occupare il vuoto lasciato tra due anni dalle truppe Nato, ma dovranno aspettarne altri dodici, e così i Taliban», spiega Saeed Niazi, presidente del Civil society development center. «Chi aveva mire sull’Afghanistan dovrà  adesso rivedere i propri piani». Un Paese più stabile 
Ma è davvero il crepuscolo dei Taliban? Anche se hanno perduto territori preziosi nelle province di Helmand e Kandahar, sono ancora invincibili nell’est del Paese, alla frontiera con il Pakistan, dove possono riparare quando la Nato sferra offensive troppo robuste. In quelle regioni sono forse più forti di prima, e sempre più numerose sono le donne costrette a indossare il burqa e le bambine ritirate dalle scuole costruite con i soldi dell’Occidente. Niazi si dice contrario all’ipotesi della riconciliazione o di una reintegrazione degli insorti: «Vanno prima sconfitti, ideologicamente e politicamente. Soprattutto vanno snidati e eliminati i loro finanziatori. Poi si potrà  forse pensare al perdono. Ma non dobbiamo chiamarli “nostri fratelli”, come ha nuovamente fatto Karzai rivolgendosi a loro dopo gli attacchi del 15 aprile scorso. Non è il tono che va usato con gli assassini».
Ma secondo Fazel Rabi Haqbeen, alla cui mano sinistra una pallottola sovietica portò via due dita, e che dirige l’antenna afgana dell’ong statunitense Asia Foundation, esistono ancora luoghi dove per ogni Talib ucciso se ne nasce uno nuovo, e dove è l’uso della forza a creare guerriglia. Per Rabi Haqbeen negli ultimi dieci anni gli afgani non hanno ancora imparato a fidarsi degli americani: «E lo sa perché? Perché i militari statunitensi continuano a ignorare il contesto nel quale operano. Con la loro illogica fierezza non fanno altro che calpestare i nostri valori e la nostra cultura. Perciò nei prossimo dodici anni la guerra civile non si fermerà , noi continueremo a svolgere il ruolo di servitori e l’Afghanistan non diventerà  uno Stato sovrano».


Related Articles

Cristiani e altre minoranze: «riconciliazione dal basso»

I cristiani promuovono a Homs l’incontro tra le numerose comunità  siriane, riferisce la cattolica Fides

Territori palestinesi occupati. Gli Stati uniti: «Fermare gli sgomberi», mentre la Ue si defila

Palestina/Israele. Bruxelles chiede a entrambe le parti di «evitare un’escalation» in un confronto tra forze impari. La Casa bianca si rivolge a Tel Aviv: stop alla cacciata di famiglie palestinesi che vivono lì da generazioni. Pelosa la reazione delle cancellerie arabe

Perché Bersani è andato in Libia?

La domanda è semplice: perché Bersani è andato in Libia? Meglio ancora: perché è stato il suo primo gesto pubblico a pochi minuti dalla vittoria su Renzi nelle primarie del Pd?  Un interrogativo assolutamente spontaneo, che si sono fatti in molti. E che torna d’attualità  soprattutto dopo i resoconti e le interpretazioni giornalistiche date ieri sulla sua missione libica.  Tutte volte a sottolineare come il viaggio del candidato in pectore a nuovo presidente del consiglio sia stato dettato solamente dalla necessità  di ribadire «la vocazione mediterranea dell’Italia».

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment