Auto, il crollo non si ferma a gennaio frenata del 18%

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TORINO — Il mercato italiano dell’auto inizia il nuovo anno come aveva concluso quello vecchio: con un nuovo calo a due cifre rispetto allo stesso mese del 2012. Le vendite di gennaio scendono del 17,6 per cento a 113.500 unità . «Storicamente – fa osservare il presidente dell’Unrae, Jacques Bousquet – il mese di gennaio vale il 10 per cento dell’immatricolato dell’anno». Se così fosse il 2013 si chiuderebbe in Italia intorno al milione e 100 mila auto vendute, 300 mila in meno rispetto al già  drammatico 2012.
In questo scenario ancora molto difficile il gruppo Fiat perde meno del mercato e guadagna rispetto ai concorrenti rivedendo quota 30 per cento. Un risultato che si deve in buona parte alle vendite della 500 L prodotta in Serbia che nel mese ha immatricolato in Italia oltre 3.000 pezzi. Secondo i dati forniti dalla Fiat il modello ha già  collezionato in Europa 34 mila ordini e di questi 17 mila in Italia. La 500 L è al secondo posto tra le auto diesel più vendute e contende la leadership alla Golf. In Italia la Fiat perde meno dei concorrenti tedeschi e francesi mentre l’unica casa di una certa dimensione in positivo è la Hyundai, a dimostrazione dell’aggressività  dei costruttori coreani. Il Lingotto beneficai ancora una volta delle ottime performance americane: negli Stati Uniti la controllata Chrysler aumenta le vendite del 16 per cento, il miglior gennaio degli ultimi 5 anni.
Di fronte al nuovo calo italiano, gli analisti sperano nella ripresa dopo le elezioni. Un’ipotesi che da tempo avanza il Centro studi Promotor di Bologna che parla di «una cappa di incertezza legata alla competizione elettorale». L’associazione dei concessionari, Federauto, sostiene che «il mercato è schiacciato dalle tasse». E’ un fatto che, analizzando le vendite, a gennaio gli unici segmenti che si sono salvati sono quelli delle utilitarie, praticamente le uniche automobili acquistate dai privati. Cala invece la percentuale di auto aziendali vendute.
I nuovi dati sulla crisi dell’auto arrivano alla vigilia di una nuova rivoluzione societaria in Fiat. Ieri l’azienda ha comunicato ufficialmente ciò che si ipotizzava ormai da una settimana: Fabbrica Italia Pomigliano, la newco creata ad hoc per costruire la nuova Panda uscendo dai vincoli dei contratti di Confindustria, cesserà  di esistere il 1 marzo prossimo e i suoi dipendenti confluiranno nella Fiat Group Automobiles insieme ai cassintegrati del vecchio stabilimento Giovan Battista Vico. Questo perché, si legge nelle lettera inviata ieri dal Lingotto ai sindacati, si è verificato «il superamento dei presupposti che avevano portato all’attivazione di una specifica attività  per il progetto nuova Panda». Ormai infatti tutto il gruppo Fiat è fuori dalle regole di Confindustria. In un comunicato il Lingotto ha sostenuto ieri che «la ricostituzione di un unico soggetto societario» è «una più forte garanzia di ricollocazione per i lavoratori ancora in Cassa integrazione ». Si supera infatti in questo modo il rischio che per i 1.400 ancora fuori dallo stabilimento della Panda cessi a luglio la copertura della cassa. I vertici della Fiom si sono invece riservati ieri di valutare l’effetto che la riorganizzazione societaria avrà  sul rientro, imposto dal Tribunale, dei 145 iscritti alla Cgil finora discriminati dal Lingotto (come risulta dalle sentenze) e tenuti fuori dalle linee di  montaggio.


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Nel Novecento i comizi sindacali alle manifestazioni del 1° Maggio si concludevano regolarmente con l’appello «al lavoro e alla lotta». Altri tempi, quando il lavoro c’era per quasi tutti, al punto che una parte del movimento operaio poteva anche permettersi di invocare una lotta contro il lavoro, anzi «contro questo lavoro», cioè contro i rapporti di produzione capitalistici per liberare il lavoro dal profitto. Oggi, se si concludesse un comizio chiamando «al lavoro e alla lotta» si parlerebbe a una parte sempre meno maggioritaria di interlocutori. L’unico appello unificante, semmai, sarebbe «alla lotta per il lavoro».

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