Lo straccio sporco dei barbari razzisti

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 Almeno in questo caso, per favore, non apriamo il solito dibattito da talk show, dove tutti hanno un po’ ragione e un po’ torto. Qui la ragione sta tutta da una parte, il torto dall’altra.
Si dirà, ma qual è la novità? Sono ormai vent’anni che sopportiamo il continuo imbarbarimento del discorso pubblico, la progressiva perdita di dignità culturale della politica, archiviando ogni passo verso il baratro dell’intolleranza come occasionale “gaffe”, prontamente seguita da svogliate, ipocrite scuse. Il risultato concreto di questo vecchio che avanza è l’aver ridotto a pezzi l’immagine dell’Italia agli occhi del mondo, l’infelice laboratorio di una regressione collettiva. Allora, che cosa cambia una in più o in meno? Il fatto è che esistono punti di non ritorno e questo dell’offesa di Calderoli al ministro Cécilie Kyenge segnala esattamente questo.
Sarebbe un tragico errore considerare la vicenda come un episodio isolato, per quanto deplorevole, o peggio una semplice voce dal sen fuggita. Da un lato l’offesa di Calderoli è il precipitato di un ventennio di sotto cultura politica. Dall’altro, collegato agli altri fatti di questi giorni, annuncia il definito assalto agli ultimi baluardi di opinione pubblica democratica sopravvissuti nel nostro Paese.
Proviamo a guardarci un istante con lo sguardo degli altri. Siamo una nazione finita nelle prime pagine dei giornali stranieri, soltanto nell’ultima settimana, per queste tre notizie. Abbiamo bloccato i lavori del Parlamento in polemica contro una (forse) imminente condanna definitiva di un leader politico per evasione fiscale. Seconda notizia, abbiamo espulso e consegnato nelle mani di un regime dittatoriale in qualche modo amico, o meglio amico degli amici, una donna e una bambina colpevoli soltanto di essere moglie e figlia di un dissidente. Terza notizia, il vice presidente del Senato della Repubblica ha “scherzosamente” definito “un orango” una donna nera che è ministro del governo. Non stiamo a far paragoni con nazioni di superiore civiltà e quindi non staremo a raccontare che cosa sarebbe successo negli Stati Uniti se un vice presidente del senato americano avesse definito “un orango” Condoleeza Rice. Ora, che cosa si può e si deve pensare di un paese in cui tutto questo passa in prescrizione in una sola settimana, senza alcuna assunzione di responsabilità da parte di nessuno, senza conseguenze, confuso nel grigio pietrisco della cronaca quotidiana?
Enrico Letta ha fatto bene a rivolgersi a Roberto Maroni per chiedere le dimissioni di Calderoli. Se Maroni fosse un vero leader politico, invece che un semplice erede, ne coglierebbe l’opportunità istituzionale, politica e personale. Istituzionale perché il presidente della Regione Lombardia è uno dei principali registi dell’Expo 2015, un evento ad alto rischio, il cui (improbabile) successo è legato all’afflusso di “orango” e “bingo bongo” dai paesi emergenti dell’ex Terzo Mondo, dall’Africa, dall’Asia, dal Sud America. Visto che un massiccio arrivo a Milano 2015 di milioni di visitatori californiani o tedeschi o scandinavi, ansiosi di scoprire le novità tecnologiche del-l’Italia è, per usare un eufemismo, piuttosto incerto. Politico e personale perché se davvero la Lega, dismessa la bandiera pur nobile del federalismo, è ormai ridotta a sventolare lo straccio lurido del razzismo, allora non le serve un leader azzimato come Bobo Maroni. È molto più adatto uno dei dobermann addestrati alla caccia allo straniero.
Naturalmente, Maroni tutto questo non lo capirà. L’ha già dimostrato, anzi. A non capire le cose è infatti rapidissimo. Neppure il più acuto Enrico Letta sembra comprendere che la difesa del suo vice Alfano è insostenibile davanti agli elettori del Pd. Quello che si scrive è dunque inutile, ma noi continueremo a farlo. Perché almeno, come diceva il titolo di un vecchio giornale satirico, possiamo vergognarci per loro.


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