La vita rubata di un innocente I 30 anni di Glenn in attesa del boia

La vita rubata di un innocente I 30 anni di Glenn in attesa del boia

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WASHINGTON. C’era soltanto il buio lungo undicimila giorni — e undicimila notti — oltre la cella del penitenziario della Louisiana dalla quale Glenn Ford contemplò per trent’anni da innocente la propria morte. Per il tempo di una generazione, entrato in carcere da padre e ora, a 64 anni, nonno, attese che il direttore del carcere lo svegliasse annunciandogli l’esecuzione per un delitto che lui sapeva di non avere commesso, ma per il quale avrebbe pagato con la vita. Trent’anni e due mesi per sentirsi finalmente dire, ieri, che giustizia era stata fatta e il giudice si era dovuto rassegnare a riconoscere la sua innocenza e a liberarlo.
Ma di qualcosa, quest’uomo con il nome di una superstar di Hollywood adorato dalla madre che volle aggiungere Glenn al cognome Ford, era colpevole, nell’anno 1984, quando fu condannato alla sedia elettrica, allora il metodo usato prima della siringa. Era, e ancora è, nero di pelle, molto nero e — come il 75% dei condannati a morte e giustiziati — quella pigmentazione della pelle è già una mezza sentenza. Almeno in Alabama, nella terra dove Harper Lee ambientò il suo To Kill a Mockingbird, Il Buio Oltre la Siepe, il romanzo dell’ingiustizia razziale più letto dopo la
Capanna dello Zio Tom.
Ford era stato incriminato e processato per l’omicidio di Isadore Rozeman, un gioielliere e rigattiere, anche un po’ ricettatore, di Shreveport, in Louisiana. C’era una faccenda di revolver, che lui aveva ritirato nel negozio di Rozeman e che risultò essere l’arma del delitto e su questa circostanza il giovane, ambizioso prosecutor,
Charles Scott, il pubblico ministero della Contea, aveva costruito il suo caso. Per assicurarsi una sentenza di colpevolezza, il magistrato aveva utilizzato il più classico degli espedienti: era riuscito a manovrare, con ricusazioni e obiezioni, per ottenere una giuria di soli uomini e donne bianchi. Se le prove e gli indizi sono deboli, il pregiudizio razziale è la polizza di assicurazione che non tradisce.
Ma dal momento della sentenza di colpevolezza e poi della condanna al patibolo agli inizi del 1984 — quando Ronald Reagan era ancora Presidente e la Guerra Fredda soffiava ancora gelida — il caso del «Popolo dell’Alabama contro Glenn Ford» cominciò a perdere pezzi. Testimoni d’accusa, i presunti complici che avevano deposto per salvarsi il collo dopo avere patteggiato con l’Accusa, si ritrassero. I due avvocati difensori d’ufficio, due ragazzi appena sfornati dalle facoltà di Giurisprudenza privi di qualsiasi esperienza processuale e pagati 20 dollari all’allora più un buono pasto dalla Contea, ammisero di non averci capito niente. Uno dei due fu radiato dal “Bar”, dall’ordine degli avvocati, per manifesta incompetenza e per una eccessiva frequentazione di altri bar, nel senso delle taverne. Con l’aiuto di legali più esperti, che avevano rilevato il Caso Glenn “Pro Bono”, dunque senza essere pagati, partì la solita processione dei ricorsi, degli appelli, delle petizioni, delle richieste di revisione.
Glenn dovette, come i tremila condannati a morte in attesa di esecuzione, aspettare. Oltre la sua siepe di cemento e sbarre, nel penitenziario di massima sicurezza di Angola, prima la “Old Sparky”, la vecchia scintillona nel gergo macabro del braccio della morte, la sedia elettrica e poi gli stantuffi dei veleni da flebo, continuavano a funzionare. Cinquantasei suoi compagni di viaggio nel lungo miglio verde, due all’anno, facevano il tragitto finale verso la barella. Trascorsero i primi dieci anni, il tempo medio di attesa fra la condanna e l’esecuzione, senza che il direttore bussasse alla sua porta. Poi altri dieci, e altri dieci.
Un appello raggiunse la Corte Suprema della Louisiana e gli alti magistrati emisero una decisione sbalorditiva. Il processo contro Glenn Ford era stato viziato da errori procedurali evidenti. Prove che si sarebbero dovute ammettere erano state respinte dal giudice. Gli avvocati si erano dimostrati ridicolmente inetti, di fatto negando all’imputato il diritto costituzionale alla difesa. Elementi a discolpa erano stati ignorati dall’Accusa per tirare diritto verso la condanna. Ma, ma. La condanna era valida e l’esecuzione doveva essere portata termine. Uno dei nove “Supremi” si indignò e si chiamò fuori. «I miei illustri colleghi sono fuori di testa».
Chi rientrò in sé, all’undicimillesimo giorno, fu il più imprevedibile dei protagonisti del Buio oltre la Siepe:
Charles Scott, proprio il pubblico ministero che aveva pilotato il processo verso il patibolo. Quei trent’anni e due mesi dovevano aver morso anche la sua coscienza, seppur lentamente, e Scott, riaprendo le indagini per propria decisione, riascoltato testimoni ancora vivi, esaminate le false deposizioni che avevano indicato Ford come colpevole, ha riconosciuto i proprio errori, ha chiesto al Tribunale la scarcerazione del condannato per non avere commesso il fatto. In pochi minuti, prova della vergogna che la Giustizia serbava, il giudice ha ordinato la scarcerazione.
Ora su Glenn Ford pioveranno dollari in danni per falsa carcerazione, un milione, a colpi dei 35mila per ogni anno previsti dallo Stato dell’Alabama. «Li userò per aiutare i miei nipotini» ha detto l’uomo che è tornato fra i viventi con un cappello di lana in testa e un paio di occhiali da vista nuovi «perché quando entrai qui dentro ero padre di due baby e oggi sono nonno di due baby». Ma nessuno gli restituirà quei trent’anni nella sala d’attesa del boia. «Mi chiedono se provi rancore, ci potete scommettere che provo rancore». A noi resta il pensiero di che cosa possa provare chi, meno fortunato di lui, è stato — ed è — condotto a morire sapendo di essere innocente, come lo è il 3% di tutte le vittime del delitto di Stato.


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