Big Pharma. L’insana passioni per le fusioni

Big Pharma. L’insana passioni per le fusioni

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Con­tro le aspet­ta­tive di molti, anche la terza offerta della Pfi­zer è andata a vuoto, nono­stante il piatto fosse salito a 118 miliardi di dol­lari: il con­si­glio di ammi­ni­stra­zione della società far­ma­ceu­tica anglo-svedese Astra­Ze­neca, sesta al mondo per dimen­sioni, ha rifiu­tato la pro­po­sta di acqui­si­zione del colosso ame­ri­cano. Per sei mesi, Pfi­zer non potrà pre­sen­tare nuove offerte, ma tutti, com­presi gli azio­ni­sti di Astra­Ze­neca, riten­gono che tor­nerà alla carica.

Il ten­ta­tivo, che da mesi agita le pagine eco­no­mi­che dei media inglesi, aveva gene­rato un note­vole dibat­tito nell’opinione pub­blica e con­dotto par­titi e gruppi di pres­sione a pren­dere posi­zione. Labu­ri­sti e con­ser­va­tori ave­vano tenuto posi­zioni oppo­ste: per la pro­te­zione degli inte­ressi inglesi i primi, più favo­re­voli a lasciar corso al mer­cato i secondi. Sullo sfondo, la cam­pa­gna per le euro­pee con il par­tito nazio­na­li­sta Ukip lan­cia­tis­simo dai sondaggi.

Ma per una volta si erano mossi per­sino gli scien­ziati. Quat­tro società scien­ti­fi­che inglesi (la Royal Society of Che­mi­stry, la Society of Bio­logy, la Bio­che­mi­cal Society e la Bri­tish Phar­ma­co­lo­gi­cal Society) in rap­pre­sen­tanza di circa cen­to­mila ricer­ca­tori, hanno pub­bli­cato un appello per mani­fe­stare l’opposizione della comu­nità scien­ti­fica all’acquisizione. Non è una presa di posi­zione scon­tata: per capirci, è come se il nostrano ordine degli inge­gneri si fosse espresso sull’operazione Fiat-Chrysler.

Il timore è che la Pfi­zer non sia inte­res­sata tanto alle com­pe­tenze dei 6700 dipen­denti inglesi di Astra­Ze­neca, quanto al van­tag­gio fiscale di por­tare la sede legale a Lon­dra, dove l’aliquota è net­ta­mente infe­riore rispetto agli Usa (21% con­tro 27%). La dif­fi­denza non è infon­data: la Pfi­zer dispo­neva già di un cen­tro di ricerca in Inghil­terra (a Sand­wich, per 2400 dipen­denti) ma nel 2011 lo aveva ceduto, con una per­dita di circa mille posti di lavoro.

Il costo sociale delle fusioni tra grandi case far­ma­ceu­ti­che è tor­nato all’attenzione anche per la giran­dola di accordi e fusioni che hanno ani­mato il set­tore nell’ultimo mese. La tede­sca Bayer ha acqui­sito il set­tore dei far­maci da banco della sta­tu­ni­tense Merck per 14 miliardi di dol­lari. La divi­sione vac­cini della Novar­tis è pas­sata alla Gla­xo­Smi­th­Kline, in cam­bio del por­ta­fo­glio di far­maci onco­lo­gici. La Valeant, una delle società emer­genti attra­verso una spre­giu­di­cata stra­te­gia di acqui­si­zioni e licen­zia­menti, ha offerto ben 46 miliardi per l’acquisizione della Aller­gan: è quella che pro­duce il Botox, dif­fu­sis­simo nella chi­rur­gia este­tica di massa, e per ora ha rifiu­tato la pro­po­sta pro­prio per i tagli pre­vi­sti dalla Valeant, giu­di­cati eccessivi.

Una fusione tra case far­ma­ceu­ti­che non è neces­sa­ria­mente una buona noti­zia, se non per gli azio­ni­sti. Come si è visto, non lo è dal punto di vista dei lavo­ra­tori. E non dovrebbe ral­le­grare nem­meno i pazienti. Un’analisi fir­mata pro­prio dall’ex-presidente della Pfi­zer Glo­bal Research and Deve­lo­p­ment John LaMat­tina sulla rivi­sta Nature Drug Disco­very nel 2011 aveva dimo­strato che con le fusioni degli ultimi anni si è ridotta la capa­cità inno­va­tiva com­ples­siva e ral­len­tato lo svi­luppo dei far­maci. Secondo un altro ana­li­sta indi­pen­dente, Ber­nard Munos, il numero di nuovi far­maci appro­vati ogni anno dalla Food and Drug Admi­ni­stra­tion sta­tu­ni­tense è legato diret­ta­mente al numero delle società far­ma­ceu­ti­che attive ed è calato da 31 a 24 (-20%) nei due decenni a cavallo del millennio.

Infine, la dimi­nu­zione della con­cor­renza genera pre­ve­di­bili rialzi nei prezzi delle medi­cine. Le società Novar­tis e Roche, col­pe­voli di essersi accor­date per favo­rire le ven­dite di un far­maco costo­sis­simo (Lucen­tis) nono­stante la dispo­ni­bi­lità di un equi­va­lente decine di volte più eco­no­mico, l’Avastin, sono appena state mul­tate per 180 milioni di euro dall’antitrust italiana.

L’opposizione dif­fusa incon­trata dalla Pfi­zer nella mossa su Astra­Ze­neca è dovuta anche al bas­sis­simo indice di popo­la­rità di Big Pharma, sotto i riflet­tori più per gli scan­dali che per i risul­tati scien­ti­fici. Dall’inizio dell’anno si mol­ti­pli­cano le accuse a carico soprat­tutto della Gla­xo­Smi­th­Kline. I diri­genti della società sono inda­gati in Polo­nia, Libano e Iraq e Cina (qui insieme a quelli di Astra­Ze­neca) per la cor­ru­zione di medici e fun­zio­nari al fine di aumen­tare i pro­fitti dei pro­pri far­maci. I mer­cati emer­genti sono i più appe­ti­tosi, ma si tratta di pra­ti­che note anche alle nostre lati­tu­dini: «Il ven­di­tore di medi­cine», film ispi­rato a simili inchie­ste, non si iscrive certo nel filone della fan­ta­scienza e il suo suc­cesso ne dimo­stra piut­to­sto l’attualità.

Le inchie­ste interne della Gsk hanno pro­vo­cato 375 licen­zia­menti nel solo 2013 e nello stesso periodo anche alla Novar­tis ben 357 dipen­denti hanno perso il lavoro dopo la sco­perta di com­por­ta­menti poco etici nel set­tore com­mer­ciale. Gla­xo­Smi­th­Kline, non a caso, si difende soste­nendo che le vio­la­zioni accer­tate che la riguar­dano (161 nel 2013) sono nume­rose quanto quelle delle società con­cor­renti. Ma se que­sto dato dif­fi­cil­mente sca­gio­nerà l’azienda inglese, sicu­ra­mente pesa come una con­danna per l’intero settore.



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