Renzi fa pesare il 40,8% alle urne: basta, si decide a maggioranza

Il premier Renzi: non ho preso i voti per lasciare il Paese a Mineo

Maria Teresa Meli, Corriere della Sera redazione • 13/6/2014 • Copertina, Politica & Istituzioni • 1130 Viste

ROMA — Matteo Renzi, al telefono con i suoi terminali nel governo e nel partito, vorrebbe parlare del Consiglio dei ministri di oggi, ma sa che non è giornata, che i media inseguono Mineo e Mineo insegue i media, mentre gli altri dissidenti fanno lo stesso. Perciò gli tocca. Anche se la cosa gli dà non poco fastidio: «Io epuratore stalinista? Ma non diciamo cavolate. Sulla riforma del Senato ci siamo confrontati in modo democratico in mille sedi. Abbiamo fatto un sacco di riunioni di direzione, assemblee di gruppo, un seminario e il governo non ha mai presentato un testo blindato. E martedì, al Senato, ci sarà un’altra assemblea ancora, ma di che diavolo parlano?».
È arrabbiato Renzi per la versione che si sta dando di questa vicenda mentre lui è all’estero: «Abbiamo sempre detto che si sarebbe deciso a maggioranza. Anche io, quando lo si è fatto, e il segretario era Bersani, non mi sono certo tirato indietro. Ma ora c’è un di più. Non si sta parlando solo della maggioranza dei nostri parlamentari. Il 40,8 per cento degli italiani che ci ha votato ci ha affidato una grandissima responsabilità alla quale non possiamo sottrarci. E sapete che cosa ci hanno chiesto gli elettori che ci hanno votato? Esattamente quello che io chiederò al partito all’assemblea nazionale: basta scherzare, basta cincischiare, adesso bisogna rimboccarsi le maniche e fare le riforme per davvero. Non possiamo sperperare quel risultato».
Di Mineo, il presidente del Consiglio quasi non vorrebbe parlare, ma alla fine, è costretto a farlo. I suoi a Roma gli chiedono come comportarsi. Lui sbotta: «È incredibile e allucinante che Corradino Mineo parli di epurazione. Il Pd non è un taxi che si prende per farsi eleggere, andare in televisione, e fare interviste. Non ho preso i voti che ho preso per lasciare il futuro del Paese nelle mani di Mineo». Certo, Renzi è un tipo sveglio e si rende ben conto che adesso gli verrà buttata addosso la croce del «dittatore». Già lo chiamano così, chi apertamente e chi solo dietro la garanzia del l’anonimato. C’è chi ricorda i suoi trascorsi fiorentini, quando epurava gli eretici, o, comunque, li metteva fuori gioco: «Io non criminalizzo il dissenso, ma abbiamo deciso a maggioranza e sono decenni che ci riempiamo la bocca con la parola “riforme” senza approdare a nulla. Io non mi faccio riportare indietro, nell’immobilismo della palude, solo per dei veti che servono a un gioco di posizionamenti tattici interni al partito. I voti degli italiani contano più dei veti dei politici. Adesso basta, adesso facciamo le riforme istituzionali. Subito, come avevamo promesso: io non lascio diritti di veto a nessuno». E quel nessuno vale non solo per i ribelli del Pd, ma anche per Berlusconi. Di qui il confronto serrato con la Lega (anche sulla riforma elettorale, a costo di tornare al Mattarellum), proprio per costringere il leader di Forza Italia a rinverdire il patto del Nazareno. Del resto, Renzi è convinto che almeno 7 o 8 (se non di più ) dei senatori che si sono autosospesi torneranno sui loro passi già nell’assemblea di martedì prossimo. Mentre da altri gruppi arriveranno nuovi parlamentari a sostenere il governo.
E comunque Renzi è sicuro che, alla fine, si troverà una quadra «perché nessuno, nella maggioranza di governo come nell’opposizione, vuol far saltare il tavolo delle riforme e andare a votare». Le elezioni, del resto, non le vuole nemmeno il premier, come ha spiegato ai suoi: «Io non le uso come minaccia, io voglio governare e fare le riforme. Le aspettano gli elettori che ci hanno votato, le aspetta l’Europa, le aspettano i tanti che vogliono tornare a investire in Italia. Certo che se non si fa niente…».
Ma il «niente» non è previsto da Renzi: «Adesso tocca a noi: la vittoria delle Europee, il 40,8 per cento che abbiamo preso, non verranno archiviati nei palazzi della politica romana e non per il mio orgoglio, ma per il rispetto che dobbiamo al voto degli elettori».
Maria Teresa Meli

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