Obama: “L’Is è circondato, perderà” Mosca: “Raid coordinati con gli Usa”

Obama: “L’Is è circondato, perderà” Mosca: “Raid coordinati con gli Usa”

 NEW YORK . «Russia e Iran possono convincere Assad a cessare i bombardamenti sulla popolazione civile». L’annuncio di John Kerry all’Onu, è un primo frutto del “disgelo parziale” avvenuto poche ore prima tra Barack Obama e Vladimir Putin. La strada da fare per sconfiggere lo Stato Islamico (Is) sarà lunga, russi e americani studiano se e come farne un pezzo assieme. Il segretario generale Ban Ki-moon lancia l’allarme sul boom deiterroristi provenienti da tutto il mondo a rafforzare i ranghi del Grande Califfato: «La minaccia posta da gruppi estremisti come l’Is sta crescendo, i dati dell’Onu mostrano un aumento del 70% dei cosiddetti foreign fighter da oltre 100 paesi verso le regioni di conflitto». E’ questa una delle chiavi per capire la strategia di Putin: è anche difensiva. Mentre dall’America e dall’Europa i combattenti stranieri si misurano a centinaia, i russi sono almeno 2.000. Salgono a 8.000 se s’includono i ceceni e quelli che provengono da etnìe ex-sovietiche dell’Asia centrale. Putin preferisce mandare l’Armata rossa a contrastarli in Siria, prima di ritrovarseli in casa propria. Il suo ministro degli Esteri Sergei Lavrov descrive così la possibile intesa con gli americani: «Non una coalizione classica, ma coordinamento delle operazione aeree».
Tra Obama e Putin, due debolezze possono trasformarsi in una forza? L’America incassa una sconfitta grave in Afghanistan: per la prima volta dall’invasione militare del 2001, i talebani riconquistano un’intera città afgana, Kunduz. Il Pentagono è costretto a organizzare in fretta un attacco aereo a sostegno dell’esercito governativo. Un’umiliazione grave non solo per gli americani ma per l’intera Nato e in particolare la Germania: per ben dieci anni dal 2003 al 2013 la provincia settentrionale di Kunduz venne “assegnata” ai reparti della Bundeswehr tedesca nell’ambito della ripartizione di compiti fra alleati.
Obama ha presieduto al Palazzo di Vetro il summit di 65 paesi membri dell’Onu dedicato alla lotta al terrorismo dello Stato islamico. Ha aperto con un messaggio di fiducia, osservando che l’Is «in Iraq e Siria è circondato da forze che vogliono eliminarlo, abbiamo visto che può essere sconfitto sul campo, alla fine perderà perché non ha nulla da offrire se non disperazione e distruzione». Ha aggiunto però che quella contro l’Is è «una grande sfida», che richiede un «lavoro duro», proiettato su tempi lunghi, durante i quali ci saranno «successi e passi indietro». Mentre Oba-ma dava il benvenuto a tre nuovi membri del gruppo (Nigeria, Tunisia e Malesia), la Russia snobbava visibilmente quel vertice mandando un diplomatico di serie B. Putin ha annunciato che presenterà un suo progetto di risoluzione Onu per dare legalità internazionale all’intervento militare in Siria. L’oggetto del contendere resta Assad, sempre difeso da Putin come «unico governo legittimo e baluardo nella lotta al terrorismo». Ma anche su questo punto qualcosa si è messo in movimento dopo il lungo (95 minuti) incontro bilaterale Obama-Putin di lunedì sera. Il presidente americano è tornato a ribadire che per sconfiggere l’Is in Siria serve «un nuovo leader e un governo inclusivo che unisca il popolo siriano nella lotta contro i terroristi. Questo sarà un processo complesso ma siamo pronti a lavorare con tutte le parti, incluse Russia e Iran, per trovare un meccanismo politico con cui sia possibile iniziare un processo di transizione». Obama ha ribadito che l’annientamento dei jihadisti passa necessariamente per l’uscita di scena di Assad. Ma la posizione americana è flessibile sui tempi: il dittatore di damasco non deve per forza andarsene subito. Putin in questi termini ci sta, ha detto che «un futuro cambiamento politico in Siria è possibile, su questo è d’accordo anche Assad».
Chi ha vinto, chi ha perso, nel summit bilaterale Obama-Putin? Il giorno dopo l’incontro, la classe politica americana e i commenti dei media sono divisi. Da una parte si sottolinea il successo d’immagine del presidente russo, uscito dall’isolamento che Obama gli infliggeva dopo la crisi ucraina. Dall’altra la Casa Bianca insiste che «nessuno dei due era lì per segnare dei punti contro l’altro, è stato un vero incontro di lavoro». Obama lo ha ammonito su quel che significa per la Russia tornare ad essere un attore strategico in Medio Oriente: «Più responsabilità, e più rischi». Putin sembra consapevole, non ha dimenticato la débacle afgana che fu l’inizio della fine dell’Urss: non a caso continua ad escludere un intervento terrestre dell’Armata rossa in Sira, preferisce la “via dei cieli” come gli americani. Sull’Ucraina la Casa Bianca garantisce che Obama non ha ceduto di un millimetro. Di certo i due non hanno ritrovato un feeling personale. Le foto restituiscono un “body- language” di freddezza e diffidenza: sguardi che s’incrociano senza fissarsi, strette di mano con l’empatia delle statue di cera.


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