LA TRAGEDIA NELLE TRINCEE DEL DOLORE

INFELICE chi non sa sentire come proprio il dolore delle famiglie di quei ragazzi e della loro gente, per odio o pregiudizio, o perché non sa uscire dalla trincea del dolore proprio

ADRIANO SOFRI, la Repubblica redazione • 1/7/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 960 Viste

TRE ragazzi, Gilad, Naftali ed Eyal, due sedicenni e uno diciannovenne, usciti dalla loro scuola religiosa, sono stati rapiti mentre di notte facevano l’autostop — pochi gesti sono così inermi e fiduciosi nel prossimo sconosciuto come fare l’autostop — e trucidati. È un crimine vile e ripugnante .
INFELICE chi non sa sentire come proprio il dolore delle famiglie di quei ragazzi e della loro gente, per odio o pregiudizio, o perché non sa uscire dalla trincea del dolore proprio. Per guardare il filmato della festa di Purim, appena tre mesi fa, in cui Eyal in divisa recitava il salvataggio di un ostaggio rapito.
Tutto quello che avviene nel vicino Oriente, e più ancora fra Israele e Palestina, è come predestinato a essere inghiottito dal suo contesto, a eludere subito il confronto fra l’umano e il disumano, per diventare di colpo una mossa nella partita senza fine su una scacchiera in cui le caselle non sono più bianche né nere. Ci sono tre vittime, tre ragazzi ebrei, e ci sono gli uomini che hanno colto l’occasione per dare sfogo alla loro infame violenza. Questo è successo. Ed è successo che nella ricerca dei rapiti, nel giuramento di riportarli alle loro case, il governo israeliano ha dispiegato una forza di 8 mila militari, ha compiuto più di 400 arresti («una gran parte di Hamas o del Jihad islamico», dunque una parte no), ha fatto cinque vittime fra i palestinesi, ha fatto sentire la propria risposta come una punizione collettiva alla popolazione palestinese. Non importa ora osservare che la reazione israeliana sia stata inefficace rispetto al salvataggio dei rapiti: non poteva esserlo, se davvero erano stati assassinati subito, e comunque non si può essere efficaci di fronte a nemici pronti a uccidere ostaggi inermi. L’angoscia diffusa che Israele si trovasse di nuovo di fronte a un ricatto esasperante come quello dei cinque anni di sequestro di Shalit, aggravato dall’età e l’ingenuità dei rapiti di Hebron, era in realtà ottimistica: questa volta non si mirava ad atterrire e scambiare prigionieri al tasso di uno contro mille.
Netanyahu ha attribuito immediatamente la responsabilità del rapimento — dunque ora dell’assassinio — a Hamas, in toto, ha detto di averne le prove inconfutabili, e ha orientato di conseguenza la propria reazione, e avverte adesso di voler a maggior ragione orientarla così, a distruggere Hamas. Ieri sera alla tv israeliana Carmi Gilon, un ex capo dello Shin Beth, ha detto una necessaria ovvietà: che annientare Hamas vorrebbe dire annientare centinaia di migliaia di persone. Israele fa i conti con molte condizioni esterne — a cominciare dalla collaborazione di Abu Mazen, indispensabile alla sua sicurezza — e interne. Il nuovo presidente, eletto dalla Knesset a succedere, dal 24 luglio, a Shimon Peres, Reuven Rivlin, è una singolare personalità: compagno di partito, il Likud, di Netanyahu, che ha fatto di tutto per sventarne l’elezione, è un falco vegetariano con una lunga passione democratica-radicale, che lo ha portato a osteggiare le discriminazioni contro i cittadini arabi di Israele e ad auspicare uno Stato solo, binazionale, per le due comunità. Viene dal vecchio Yishuv, l’insediamento ebraico precedente al 1882, da un padre traduttore del Corano e delle Mille e una notte, parla l’arabo, è immune al sionismo più retorico, ma attaccato al sogno della Grande Israele.
È solo un aspetto di una situazione in straordinario movimento, benché il pessimismo e almeno lo scetticismo pretendano
di aver sempre ragione su quella scacchiera dalle righe cancellate o ricalcate. La tragedia conclusa ieri col ritrovamento dei corpi mostra come nella più studiata delle sceneggiature quanto sia complicata, meticolosa e paziente la ricerca della pace, e quanto sia svelta di mano e facile la voglia della guerra. Un ulivo messo cerimonialmente in terra nei giardini del Vaticano, a rincorrere migliaia di ulivi sradicati in terra santa. Mettete a confronto l’azione probabilmente improvvisata dei rapitori del 12 giugno — Hamas? O una banda di criminali politici e comuni, magari aderenti a Hamas? — con l’incontro nei giardini del Vaticano fra papa Francesco, Shimon Peres, Abu Mazen e il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, definito un evento “storico”. Una lentissima ragnatela strappata di colpo, magari da una ditta artigiana di assassini. Si è tentati, almeno per ipotesi, di paragonare i diari della fine di giugno del 1914 a Sarajevo con la cronaca di oggi. Lì si ammazzò un arciduca erede all’impero, qui degli scolari di Yeshivà spensieratamente in cammino: lì e qui non si ammise che non ci fosse qualcuno dietro, la Serbia per gli uni, l’Austria e la Germania affamate di guerra per gli altri — Hamas per gli uni, Israele voglioso di guerra per gli altri. Fa impressione la sequenza. Il 23 aprile Fatah e Hamas firmano l’accordo che porta, il 2 giugno, alla costituzione di un governo di unità nazionale palestinese. Il governo israeliano reagisce interrompendo i colloqui di pace con l’Autorità Nazionale Palestinese, che avrebbero dovuto concludersi, nel calendario originario, il 29 aprile. Il 27 aprile, giorno in cui in Israele si celebra il ricordo della Shoah, Mahmud Abbas, alias Abu Mazen, presidente dell’Anp, dichiara che «l’olocausto è stato il più odioso crimine contro l’umanità dei tempi moderni». L’8 giugno l’incontro ai Giardini Vaticani, preparato poco fa dalla visita di papa Bergoglio in Israele e Palestina. Il 16 giugno Abu Mazen deplora il rapimento ma anche le «violazioni israeliane che ne sono seguite»; il 18 giugno dichiara che «gli autori del rapimento dei tre giovani israeliani mirano a distruggere l’unità dei palestinesi, e dovranno renderne conto». Si moltiplicano lanci di razzi dalla striscia di Gaza contro Sderot e incursioni dell’aviazione israeliana sulla striscia. Sul Golan, un ragazzo israeliano di 15 anni, figlio di un manutentore di reticolati, muore colpito da un proiettile sparato dalla Siria. Infine le notizie di ieri, e quelle di domani.
Bring back our boys , chiedevano i cartelli dei giovani israeliani. La sequenza diventerà più eloquente se le si affiancheranno le date di altri avvenimenti, per cerchi via via più larghi. Della Siria, del califfato islamico, fino a quello stato nigeriano del Borno in cui le vittime di ieri erano molte decine, e le centinaia di ragazze scolare — Bring back our girls — sono ancora schiave e maneggiate da Boko Haram. Oppure, nel cerchio d’acqua che si apre verso di noi, le 30 creature umane arrivate a Pozzallo in una stiva, morte, come ha scritto con amara disperazione Wlodek Goldkorn, “in una camera a gas”.

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