“Vendicati, uccidi l’arabo” Sul web i selfie dell’ odio

GERUSALEMME VENDETTA . E’ la parola più in voga in questi giorni in Israele alimentata da quell’ odio carsico che impasta la vita di tutti i giorni e che emerge solo per esplodere, deflagrare nelle sue mille articolazioni, dalla caccia all’arabo nei quartieri occidentali alle sassaiole contro i soldati in quelli orientali. Sale l’allarme per [&hellip

FABIO SCUTO, la Repubblica redazione • 4/7/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1356 Viste

GERUSALEMME VENDETTA . E’ la parola più in voga in questi giorni in Israele alimentata da quell’ odio carsico che impasta la vita di tutti i giorni e che emerge solo per esplodere, deflagrare nelle sue mille articolazioni, dalla caccia all’arabo nei quartieri occidentali alle sassaiole contro i soldati in quelli orientali. Sale l’allarme per le istigazioni all’ odio comparse sul web, il tam tam della vendetta corre su Internet, si manifesta su Twitter, Facebook e dilaga su YouTube, i social network sono diventati propagatori di minacce, avversione, ostilità e disprezzo con decine di pagine dedicate solo alla vendetta per la morte dei tre seminaristi ebrei rapiti e assassinati. La pagina Facebook “Il popolo di Israele chiede vendetta” in meno di 24 ore ha collezionato tremila followers e 34 mila “mi piace”. Ragazzi, adolescenti ma anche soldati e studenti universitari che hanno postato su #Israel-DemandsRavenge i loro “selfies dell’ odio”, che promettono vendetta e augurano una morte vicina a tutti gli arabi. I social media hanno reso l’espressione di amore
e odio altrettanto facile. Si può partecipare a un linciaggio premendo un tasto. La violenza su Facebook sembra un’astrazione ma non lo è, anche se basta trovare l’#Retaliation ed il gioco è fatto.
In uno scatto due ragazze israeliane si abbracciano e posano per un selfie. I capelli sono perfetti, il trucco impeccabile, sorridono baciate dal sole. Sono perfette anche le mani, con lo smalto sulle unghie. Il cartello che mostrano dice: “Odiare gli arabi non è razzismo, è un valore”. In un altro un soldato in divisa si copre il volto con cartello che recita “Lo Stato di Israele chiede vendetta”, un altro scatto mostra dei mitragliatori appoggiati su un tavolo
con una scritta su un foglio: I soldati della Brigata Kfir chiedono vendetta, un muscoloso militare imbraccia in una camerata una mitragliatrice pesante sul petto la scritta: Vendetta, 97 (il numero di un’unità speciale di combattimento).
Il numero dei selfie dell’ odio con protagonisti militari e soldati è impressionante. Al punto che ieri il portavoce dell’Esercito ha annunciato che verranno presi seri provvedimenti contro i militari che appaiono sui social network urlando slogan razzisti e chiedendo vendetta per l’assassinio dei tre ragazzi israeliani. Sette militari sono già stati individuati e sospesi dal servizio o condannati a brevi pene detentive.
Il ministro della Giustizia Tzipi Livni è stata il primo politico a condannare il tono di questi messaggi e ha chiesto un deciso intervento della polizia contro il “terrorismo» interno”, perché «così come è responsabilità dei militari combattere il terrorismo palestinese, i poliziotti devono combattere il «terrorismo interno » degli estremisti ebrei». La Livni non si è voluta pronunciare sull’omicidio del palestinese, dato che l’inchiesta non è conclusa. Ma ha sottolineato che «la situazione è già scioccante» anche senza un omicidio, «basta vedere quanto avviene sui social media, diventati una piattaforma violenta e pericolosa d’incitazione». A lei si è unito il leader dei laburisti
Haim Herzog, promotore mercoledì sera di una manifestazione a Gerusalemme contro l’odio. «Israele non permetterà che gli estremisti di governare, né dalla nostra parte né da quella palestinese», ha detto Herzog, «ebrei e arabi dovranno vivere fianco a fianco in questo paese per sempre, e dobbiamo lavorare tutti per frenare qualsiasi tentativo di trascinare tutti noi in un cerchio di sangue».
Ieri sera è voluto intervenire anche il presidente israeliano eletto, Reuven Rivlin, che ha stigmatizzato gli appelli alla vendetta contro gli arabi. Rivlin, che assumerà l’incarico a fine luglio, è andato ieri a trovare le famiglie dei tre adolescenti ebrei uccisi:
Eyal Yifrach, Gilad Shaer and Naftali Fraenkel. Ed è in quest’occasione che ha esortato tutti a prendere posizione contro le esortazioni all’ odio: «Non basta esserne disgustati bisogna dire basta».
Mentre i gruppi di Facebook che chiedono vendetta e incitano all’ odio contro gli arabi si moltiplicano, qualcuno in Israele finge sorpresa. Ma perché dare la colpa ai ragazzi e ai soldati? Israele da martedì è inondato di richieste di vendetta da parte di politici di alto livello e di esperti dei media, e da atti reali di squadre di vigilantes ebrei che si fanno “giustizia”: il linciaggio degli arabi e l’assalto alle imprese o negozi di proprietà araba per le strade di Gerusalemme.
Il mondo dei religiosi sembra ignorare questa deriva, c’è un assordante silenzio di rabbini, ulema e muftì, perché da entrambe le parti si trovi perdono e dialogo. No, nel cuore di ognuno che vive in Terrasanta sembra esserci solo la legge del Vecchio Testamento, quella del taglione. Rabbi Noam Perel, capo del movimento giovanile Bnei Akiva, ha chiesto al governo israeliano di trasformare l’Esercito israeliano in una “forza di vendicatori” sulla sua pagina Facebook, «che non si fermerà fino a quando non avrà 300 prepuzi dei Filistei ». Un macabro eufemismo per dire che ci vogliono 100 arabi morti per ogni israeliano ucciso.

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