L’Italia e l’Iraq. Una guerra “profumata” di bugie

I nostri strateghi si svegliano soltanto adesso, come se la disfatta dei curdi in Rojava, la fuga dei jihadisti e la destabilizzazione irachena non ci riguardassero anche dal punto di vista militare, oltre che politico e morale

Alberto Negri * • 12/11/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi • 166 Viste

Ci sono coincidenze drammatiche, come l’attentato di domenica rivendicato dall’Isis, ai militari italiani feriti a Kirkuk, che forse non sono soltanto coincidenze. Ma i nostri strateghi – con il consiglio supremo di difesa convocato ieri da Mattarella – si svegliano soltanto adesso come se la disfatta dei curdi in Rojava, la fuga dei jihadisti dell’Isis dalle carceri e la cronica destabilizzazione irachena non ci riguardassero anche dal punto di vista militare, oltre che politico e morale. Come scriveva sabato sul manifesto Tommaso di Francesco c’è «una grande puzza di guerra» ma qui in Italia abbiamo in azione da 30 anni dei «profumieri» che occultano con le bugie i conflitti cui partecipiamo (Iraq, Afghanistan, Kosovo, Libia) come «missioni di pace» o umanitarie. E quando ci sarebbe da proteggere qualcuno come i curdi siriani, usati dagli Usa come fanteria contro il Califfato, ci tiriamo indietro mentre, a 70 anni dalla sua fondazione, suona la campana a morto per la Nato, come dice anche Macron.

Così domani Erdogan – salvo imprevisti – farà a visita a Trump alla Casa Bianca per sancire questo nuovo ordine «umanitario», stragi e guerre comprese. Oggi, nel 16° anniversario della strage di Nassiriya, seguiamo quindi con apprensione la sorte dei feriti perché qui non si vuol dire la verità: queste non sono missioni di peacekeeping, come vengono contrabbandate, ma in teatri di guerra, anche quando i soldati vengono destinati non al combattimento ma all’addestramento di eserciti che in Iraq – come in Afghanistan dove abbiamo altri 800 militari – sono sempre il bersaglio di azioni di guerriglia e terrorismo. Accertare quindi che siano gli italiani l’obiettivo specifico è importante ma anche relativo: il contesto è quello di un conflitto e noi siamo presenti con i militari, non con i boy scout.

Lo dice con fermezza lo stesso sindacato dei militari che chiede il ritiro dei nostri 900 uomini. In Iraq non c’è peacekeeping, mantenimento della pace, ma guerra da quasi due decenni: dal momento in cui gli americani bombardarono il regime baathista di Saddam nel 2003 questo Paese ha sempre vissuto uno stato di conflitto e guerra civile. Basti pensare agli anni degli attentati di Al Qaida e poi all’Isis che aveva conquistato metà del Paese. La sua sconfitta territoriale e l’uccisione del leader Al Baghdadi non significano la fine del Califfato come organizzazione di guerriglia e terroristica: in Iraq in questi anni ci sono stati dai 500mila ai 600 mila morti, con città e villaggi distrutti, milioni di profughi interni ed esterni. In Iraq negli ultimi due mesi ci sono stati almeno una trentina di attentati con dozzine di morti in gran parte ignorati dai media.

Ma adesso c’è pure dell’altro a complicare la situazione. Le forze di sicurezza irachene, da noi addestrate, possono avere allentato i controlli sulla guerriglia perché sono impegnate su un altro fronte: la sanguinosa repressione delle proteste popolari, oltre 300 morti dal mese di ottobre quando sono iniziate le manifestazioni. Proteste che hanno visto scendere in piazza i giovani superando in parte le acute divisioni settarie tra sciiti e sunniti, un segnale pessimo per un governo, debitore agli Usa e all’Iran, che nelle città ha di nuovo eretto alte barriere di cemento anti-terrorismo come ai tempi peggiori dell’occupazione americana. Barricate alzate da un potere corrotto contro la sua stessa popolazione.

Una cosa è certa: cosa ci facciamo ancora in Iraq o in Afghanistan? L’unica giustificazione sarebbe che una nostra presenza militare possa avere un ruolo di intelligence sui jihadisti italiani che avevano aderito all’Isis, per evitare che li rispediscano a casa senza preavviso come sta facendo Erdogan. I francesi, per esempio, hanno un discutibile e feroce accordo ufficiale con Baghdad per processare i loro in Iraq e condannarli a morte: ma da noi di questo non si parla.
Possiamo comunque ringraziare anche Trump che ha lasciato un pezzo della Siria del Nord in mano alla Turchia e ai gruppi jihadisti: per sapere cosa succede realmente da quelle parti e intorno dobbiamo rivolgerci non alla Nato ma alla Russia di Putin che tiene a bada la Turchia nella «fascia di sicurezza».

Il tutto avviene in coincidenza con il 16° anniversari di Nassiriya, quando il 12 novembre del 2003 morirono 19 italiani (17 i militari) e 9 iracheni. L’Italia partecipava alla missione «Antica Babilonia» con fini di pacificazione. In realtà il governo Berlusconi aveva deciso di aderire per essere in prima fila nella ricostruzione dell’Iraq e lo sfruttamento delle risorse petrolifere. Per un’altra coincidenza degli eventi e della storia l’attentato di domenica è avvenuto nella zona petrolifera di Kirkuk, da sempre contesa tra arabi, curdi e turcomanni e obiettivo, mancato, anche del Califfato. Non è un caso forse che gli americani, traditi i curdi, in Siria abbiamo occupato i giacimenti di oro nero di Deir ez Zhor. Qui, ovunque ti giri, c’è una grande puzza, di guerra o di petrolio. Quasi sempre di tutti e due.

* Fonte: Alberto Negri, il manifesto

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