Via i soldati, Gaza prova a ripartire È già lotta tra Hamas e Abu Mazen

Il premier israeliano Netanyahu: ricostruzione in cambio del disarmo

Davide Frattini, Corriere della Sera redazione • 7/8/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1168 Viste

RAFAH — Ashouka, la Spina, è orti che provano a nascondere il deserto, baracche che non possono nascondere la povertà. Questo villaggio sta a un paio di chilometri dal confine con Israele. Case basse, poche sono costruite in muratura, qui Rafah ritorna nomade, perde le pretese di città. Il palazzotto di Ali Al-Shur è stato trasformato in trincea temporanea dalle truppe, per arrivare alla porta d’ingresso al primo piano non c’è bisogno di prendere le scale, basta salire la montagnola di sabbia innalzata dalle ruspe per proteggere i soldati israeliani dietro le finestre. Hanno lasciato indietro scatolette di tonno, fagioli, olive della Galilea e altro metallo svuotato: bossoli di mitragliatrice, proiettili da 402 mm.
Una settimana fa Tsahal ha temuto che uno dei suoi fosse stato catturato tra i vicoli della Spina. Il sottotenente Hadar Goldin, 23 anni, è morto in una delle gallerie scavate sotto a questi campicelli ormai arati dai cingolati dei carrarmati. La ricostruzione dell’esercito racconta che i miliziani sono sbucati da una galleria, uno di loro si è fatto esplodere, ha ucciso due soldati, gli altri hanno cercato di trascinare nel buco Goldin o quel che ne restava. I comandanti hanno dato l’ordine di applicare la «dottrina Annibale», colpire con ogni mezzo il commando in fuga anche a rischio di uccidere l’ostaggio.
La casa dell’agguato non è raggiungibile. Ali indica le macerie attraverso la voragine nella parete del soggiorno. «Non possiamo avvicinarci, due agenti dell’intelligence di Hamas mandano via chiunque provi a raggiungere quella galleria» spiega. E’ tornato a quel che resta della sua villetta solo ieri, temeva che la tregua non reggesse, troppe volte era stata annunciata per poi durare poche ore, durante i ventinove giorni di guerra si è rifugiato in una delle scuole delle Nazioni Unite. Con i figli recupera quel che non è stato distrutto dall’ultimo tiro di artiglieria: «Quando i soldati sono andati via l’hanno demolita».
La bandiera gialla di Fatah e la foto di Abu Mazen assieme a Yasser Arafat stanno appese come una provocazione sulla tenda funebre di Abdel Al Baset Abu Helal. Non le esibiva da sette anni, da quando i fondamentalisti di Hamas gli hanno imposto di non indossare più la divisa delle forze palestinesi e lo hanno relegato a una vita da pensionato più o meno agli arresti domiciliari (anche se continua a ricevere lo stipendio da Ramallah). La morte del figlio toglie speranza, ridà coraggio. Lavorava come volontario nella scuola dell’Unrwa, l’organizzazione Onu per i rifugiati palestinesi, è stato ammazzato cinque giorni fa dall’esplosione di un missile israeliano sparato per eliminare tre miliziani della Jihad Islamica.
«Speriamo che questa guerra almeno riporti Abu Mazen a Gaza: deve ritornare a essere il presidente di tutti i palestinesi, non solo in Cisgiordania».
Mukhaimer Abu Saada insegna Politologia all’università Al Azhar, fondata da Fatah. Ammette che Hamas abbia riconquistato popolarità con le operazioni attraverso i tunnel, gli attacchi dentro a Israele, i 64 caduti tra i soldati. «La gente però sta già chiedendo se ne sia valsa la pena. La distruzione, i quasi 1.900 morti… Per ottenere quale risultato?». Hani Basous è uno studioso dell’ateneo islamico, finanziato da Hamas. «Le sanzioni economiche e la chiusura dei valichi avevano messo in difficoltà il movimento, gli abitanti erano al limite della sopportazione. La scelta di rinunciare al governo, di tornare agli interventi sociali e infine lo scontro militare hanno ridato sostegno al movimento. D’ora in avanti Hamas resterà fuori da ogni coalizione politica, hanno preso la strada esclusiva della resistenza».
La scuola dell’Unrwa sulla strada tra Khan Yunis e la città di Gaza ha accolto tremila palestinesi in fuga dalle aree dei combattimenti, dopo la tregua sono andati via quasi tutti, in 700 non hanno dove tornare. «I tre piani dove vivevamo tutti insieme sono stati distrutti» dice Abed Al Samad Masri». Fa da portavoce al clan, gli uomini lavoravano in Israele prima della chiusura dei valichi, sono disoccupati, abitano sul confine. «Nessuno è venuto a rassicurarci, non sappiamo se ci saranno i soldi per risarcirci. In queste settimane le autorità palestinesi non si sono fatte vedere».
Al Cairo le delegazioni stanno negoziando un’intesa che permetta di riportare la calma. I mediatori egiziani sembravano aver ottenuto un’estensione della tregua fino a lunedì, ma Hamas non ha accettato. L’annuncio su un tweet di Moussa Abu Marzuk, il numero due del movimento. A Gerusalemme il premier Benjamin Netanyahu convoca i giornalisti stranieri per quella che sembra una conferenza stampa di fine guerra. Ribadisce: «La comunità internazionale deve legare la ricostruzione al disarmo di Hamas, che sfrutta i morti tra la popolazione come strumento di pubbliche relazioni. Siamo dispiaciuti per ogni singola vittima civile e pronti ad accettare un ruolo di Abu Mazen a Gaza».
Davide Frattini

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