Irlanda, Grecia e Spagna ormai fuori pericolo ma la cura della Troika costa 6 milioni di disoccupati

I quattro pazienti della Troika, malgrado gli ultimi progressi, hanno visto andare in fumo in cinque anni 200 miliardi – circa il 10% – del loro prodotto interno lordo

ETTORE LIVINI, la Repubblica redazione • 15/9/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 1178 Viste

MILANO . Il “Troika fan club” – dopo aver passato cinque anni in trincea subissato dalle critiche dei nemici dell’austerity – inizia, un dato economico alla volta, a rialzare la testa. La cartella clinica dei grandi malati d’Europa finiti sotto alla tendina ad ossigeno di Ue, Bce e Fmi evidenzia qualche timido segnale di miglioramento: il Pil di Spagna e Portogallo ha ripreso a crescere, l’Irlanda rimborserà in anticipo i prestiti al Fondo Monetario. La Grecia, che molti davano per spacciata, è stata promossa da Standard & Poor’s e ha chiuso il bilancio 2013 con 1,3 miliardi di attivo. Nessuno, ovvio, canta ancora vittoria. Tra i falchi del Vecchio continente, però, il tam tam dell’ottimismo inizia a suonare con insistenza: «Avevamo ragione noi – è il mantra dei profeti del rigore –. La cura da cavallo imposta a questi Paesi ha funzionato». Sottointeso: Italia e Francia farebbero meglio ad alzare bandiera bianca e affidarsi alle cure delle istituzioni internazionali se vogliono davvero risolvere i loro problemi.
Jyrki Katainen – numero due della commissione Ue ed enfant prodige della linea dura alla tedesca – è stato chiaro all’Ecofin di Milano: «Chi ha fatto le riforme come Madrid ha raccolto i frutti e corre più veloce degli altri». Klaus Regling, altro rigorista di vecchia data imposto da Berlino al vertice del fondo salva-Stati, è ancora più esplicito: «L’aggiustamento è stato duro e doloroso – ha ammesso –. Ma senza vivremmo in un mondo molto diverso». E i Paesi risanati dalla cura lacrime e sangue della Troika «avranno performance migliori di altre nazioni dell’area euro».
Vero? Dipende se si guarda al bicchiere mezzo pieno o a quello mezzo vuoto. Se cioè si mettono sul piatto i primi segnali positivi che, in effetti, arrivano dagli ex-Piigs o se si mette sotto la lente il costo sociale – ancora ben visibile – dell’effetto Troika. La medicina, su questo nessuno discute, è stata amarissima: Bce, Ue e Fmi hanno stanziato per Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda e Cipro qualcosa come 530 miliardi di prestiti. Chiedendo in cambio riforme strutturali e manovre finanziarie pari a circa 300 miliardi. Un elettrochoc. Che come tutte le terapie d’urto che non uccidono il paziente, ha accelerato la guarigione, rischiando però di lasciare sul corpo dei degenti cicatrici difficili da rimarginare.
Oggi come oggi, in effetti, il quadro pare questo: a due facce. Qualche dato macro e contabile – quelli sventolati da Katainen & C. – spinge il barometro degli ex Paesi a rischio verso il bel tempo: il Pil di Dublino salirà quest’anno dell’1,7%, le entrate fiscali dell’isola sono state di un miliardo superiori alle previsioni e l’attività delle imprese è ai massimi degli ultimi 14 anni. «Merito di una spesa pubblica ridotta dal 47 al 42% del Pil», dicono i falchi. E l’Irlanda ha già deciso di uscire in anticipo alla tutela di Fmi, Ue e Bce. L’economia in Portogallo e Spagna è cresciuta dello 0,6% nel primo semestre, cifra che a Roma e Parigi guardano con invidia. Lisbona chiuderà il bilancio 2013 con il primo surplus in venti anni mentre Madrid, il fiore all’occhiello del fronte del rigore «è l’esempio di come le riforme funzionino », ha ricordato l’ex premier finlandese. «L’austerity ad Atene è finita», applaudono gli ottimisti. Il premier Antonis Samaras ha annunciato (nel timore di elezioni anticipate) il taglio delle tasse e il prodotto interno lordo balzerà dell’1,9% nel 2015.
Quanto è costato arrivare a questi risultati? Molto, troppo. Specie sul fronte sociale, dicono i detrattori della visione “contabile” della Ue. «La crisi della Grecia non è risolta, anzi la situazione sta peggiorando», sostiene ad esempio il leader di Syriza, Alexis Tsipras. E cinque anni di austerity hanno lasciato sul terreno molte macerie. Anche il fronte anti-Troika ha i suoi numeri da mettere sul piatto: nel 2008 Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia davano lavoro a 33 milioni di persone. Oggi gli occupati nei (presunti) ex-Piigs sono poco più di 27 milioni. Come dire che sono andati in fumo quasi 6 milioni di posti. Negli ultimi sei mesi, è vero, la ripresa ha creato quasi 600mila nuovi occupati in Spagna, 100mila in Grecia e 200mila in Irlanda. Il tasso di disoccupazione resta però al 27% ad Atene e al 24% a Madrid con picchi da brividi (oltre il 53% per entrambi i paesi) tra i giovani.
Atene ha bruciato il 25% del suo Pil dal 2008. I quattro pazienti della Troika, malgrado gli ultimi progressi, hanno visto andare in fumo in cinque anni 200 miliardi – circa il 10% – del loro prodotto interno lordo. E sul fronte dell’equilibrio dei conti, i loro bilanci scricchiolano ancora: il rapporto debito/Pil della Spagna è balzato dal 36 al 96%. Quello ellenico è ancora nella stratosfera e pure a Dublino il dato è in crescita. I grandi malati d’Europa, è vero, non sono più in sala di rianimazione. Ma prima di firmare le dimissioni dall’ospedale – con buona pace dell’euforia forse un po’ prematura del “Troika fan club” – è meglio aspettare che il quadro clinico sia un po’ più chiaro.

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