Sanzioni Ue alla Russia, applicazione rinviata

Sanzioni Ue alla Russia, applicazione rinviata

BRUXELLES — L’Europa prova a uscire, per metà, dalla sua fatale impotenza nei confronti di Vladimir Putin. A tarda sera, 15 colossi dell’industria petrolifera e meccanica russa, nonché delle produzioni di armi — quelli più grandi, i più vincolati da interessi milionari con l’Occidente e anche l’Italia — vengono aggiunti alla lista delle sanzioni economiche compilate dagli ambasciatori della Ue.
Ma quelle stesse sanzioni verranno applicate solo «nei prossimi giorni», per ora sono virtualmente congelate: divisioni fra gli europei, speranze che la tensione si allenti, indecisione cronica. Il criterio generale, se e quando scatterà, sarà comunque questo: finché continuerà l’attacco a tenaglia di Putin contro l’Ucraina, l’Occidente non comprerà le azioni e obbligazioni di quei colossi, non li finanzierà in alcun modo. La prima risposta del Cremlino è già arrivata: minacce di chiudere lo spazio aereo sopra la Russia, e minacce ancor più concrete di dare altre serrate ai rubinetti del gas naturale. Nella lista delle imprese colpite ci sono miti come la Kalashnikov, già produttrice degli storici mitragliatori sovietici; e c’è Rosneft, società pubblica che domina i pozzi e le arterie del petrolio, socia, tramite Lauro Sessantuno, della Pirelli con un pacchetto azionario del 13% (il suo presidente Igor Sechin sta fra i massimi dirigenti del gruppo italiano), e socia anche — con una quota del 20,9% acquisita dalla famiglia Moratti — della Saras, la grande raffineria di Sarroch in Sardegna, più volte al centro di inchieste ambientali ed epidemiologiche e per gli effetti delle sue lavorazioni sulla popolazione locale. È così importante per Mosca, la Rosneft, che il primo ministro Dmitry Medvedev non ha escluso ieri un’iniezione di aiuti di Stato pari a 31 miliardi di euro per sostenerne le casse. Ma anche per i partner europei e italiani, naturalmente, il salasso indirettamente provocato dalle sanzioni sarà pesante.
Nell’elenco dei «puniti» c’è anche Transneft (il «ragno» delle reti che gestisce le linee di distribuzione energetica) e Gazpromneft, quarto produttore di greggio nel Paese cresciuto all’ombra del Cremlino.
Medvedev minaccia sì la chiusura dello spazio aereo russo, ma aggiunge anche qualcos’altro: «Le sanzioni economiche contro la Russia avranno conseguenze politiche e questo sarà più rischioso che le restrizioni imposte sulle forniture, potrebbe spezzare il sistema di sicurezza globale. Ma io spero che i nostri partner occidentali non vogliano che questo accada e che non ci siano dei pazzi tra coloro che prendono le decisioni».
Il Cremlino minaccia quindi una risposta «asimmetrica» lasciandone l’interpretazione a Bruxelles. Pallida o esangue, per forza di cose visto che i fatti reali travalicano i comunicati dei politici, la controreplica di Herman Van Rompuy, presidente uscente del Consiglio Ue: se reggerà la tregua fra Russia e Ucraina, le sanzioni potranno essere ritirate. Van Rompuy riconosce che «c’è stato qualche incidente», e basa il suo relativo ottimismo sul fatto che i separatisti russi hanno mantenuto la loro promessa di liberare 1.200 prigionieri a Mariupol sulle rive del Mar d’Azov, dove si è recato il presidente ucraino Petro Poroshenko. Ma proprio a Mariupol si è sparato ancora qua e là.
E intanto, sono iniziate ieri e dureranno fino a domani le manovre congiunte fra Ucraina e Stati Uniti nel Mar Nero, cui partecipano 280 marinai americani oltre a spagnoli, canadesi, romeni e turchi. La flotta russa guarda. I cerini nel pagliaio aumentano.
Luigi Offeddu



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