Le tecniche asfissianti delle forze dell’ordine

Quanto emerge dalla peri­zia sul corpo di Ric­cardo Maghe­rini è l’ennesima con­ferma, e non ce n’era biso­gno, che esi­ste un enorme pro­blema di for­ma­zione degli appar­te­nenti alle forze dell’ordine

Luigi Manconi, il manifesto redazione • 13/9/2014 • Carcere & Giustizia, Copertina, Diritti umani & Discriminazioni • 782 Viste

Quanto emerge dalla peri­zia sul corpo di Ric­cardo Maghe­rini è l’ennesima con­ferma, e non ce n’era biso­gno, che esi­ste un enorme pro­blema di for­ma­zione, intesa nei suoi ter­mini più con­creti e ope­ra­tivi. Ovvero che esi­ste un modus ope­randi, uti­liz­zato dagli appar­te­nenti alle forze dell’ordine per effet­tuare i fermi, deci­sa­mente peri­co­loso per l’incolumità del fer­mato. Lo si è visto nelle vicende della morte del tuni­sino Bohli Kayes a San Remo e di Aldro­vandi, Rasman e Fer­rulli; e in chissà quanti altri casi che non hanno por­tato alla morte del fer­mato o che, pur cau­san­done il decesso, non sono diven­tati noti.

La tec­nica è la seguente: si immo­bi­lizza la per­sona, la si rove­scia prona a terra, si por­tano le brac­cia die­tro la schiena e si bloc­cano i polsi con manette. Quindi, un numero varia­bile di agenti, anche quat­tro, gra­vano sulla sua schiena per impe­dirne qual­siasi movi­mento. Si deter­mina qual­cosa che pos­siamo chia­mare com­pres­sione tora­cica e che porta all’infarto o all’asfissia.

Com’è pos­si­bile che dopo una serie di decessi in simili cir­co­stante, una moda­lità del genere venga ancora uti­liz­zata? Sì, è pos­si­bile, per­ché è quella che risulta più facile e più imme­diata. Ma che denun­cia, appunto, un incre­di­bile defi­cit di com­pe­tenza. Quando ho chie­sto al gene­rale Leo­nardo Gal­li­telli, coman­dante dell’Arma dei Cara­bi­nieri, e al pre­fetto Ales­san­dro Pansa, capo della Poli­zia di Stato, se esi­stano pro­to­colli pre­cisi su ciò che è pos­si­bile fare e ciò che va asso­lu­ta­mente evi­tato, al fine di bloc­care un indi­vi­duo che si ritiene peri­co­loso, mi è stato rispo­sto che que­sto tipo di tec­ni­che e di regole sono tut­tora in corso di definizione.

A me sem­bra ter­ri­bil­mente tardi. O meglio, ogni giorno che passa, a seguire le cro­na­che, è sem­pre più tardi. Senza affron­tare il com­pli­cato capi­tolo della morte di Davide Bifolco a Napoli, anche da lì emerge una domanda non troppo diversa: com’è pos­si­bile che per affron­tare due gio­vani, pale­se­mente privi di armi da fuoco o da taglio, almeno fino a prova con­tra­ria, un cara­bi­niere spiani una pistola con il colpo in canna e senza sicura? È pen­sa­bile che qual­cuno gli abbia inse­gnato che quella fosse la tec­nica più oppor­tuna? O , al con­tra­rio, non dove­vano spie­gar­gli che era pro­prio la moda­lità più inu­tile e più peri­co­losa? Come si vede, il pro­blema della for­ma­zione è enorme. E della for­ma­zione cul­tu­rale (quali sono i diritti e le garan­zie dei cit­ta­dini) e della pre­pa­ra­zione tec­nica: come si affronta una mani­fe­sta­zione, come si ferma un indi­vi­duo armato e come uno disar­mato, come si opera un inse­gui­mento. Mi sem­bra che, su tutto ciò, il ritardo sia addi­rit­tura di molti decenni. Ed è un’autentica tragedia.

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