Stato-mafia. La critica non è tritolo

Stato-mafia. L’occasione per lo scontro è il processo per la trattativa, con vari accadimenti in corso d’opera quali la distruzione delle intercettazioni casuali del capo dello stato con il senatore Mancino e la successiva audizione dello stesso Napolitano come teste per gli «indicibili accordi» adombratigli dal suo defunto consigliere Loris D’Ambrosio: non mancheranno comunque altre puntate, posto che si andrà avanti ancora per alcuni anni

Giuseppe Di Lello, il manifesto redazione • 15/11/2014 • Copertina, Criminalità, controllo & sicurezza, Politica & Istituzioni • 630 Viste

Le minacce al tri­tolo per il pm della pro­cura di Palermo Di Mat­teo destano appren­sione per i tra­gici pre­ce­denti che dimo­strano la capa­cità di Cosa nostra di met­terle in pra­tica. Le con­ti­guità ambien­tali di cui la cri­mi­na­lità orga­niz­zata si giova sono sem­pre pre­senti nella zona gri­gia della società e, anch’esse, con­tri­bui­scono ad accre­scere i peri­coli di chi opera nei palazzi di giu­sti­zia della Sici­lia e non solo. Ulti­ma­mente, pur­troppo, in que­sta zona gri­gia sono stato risuc­chiato anch’io con argo­men­ta­zioni che pre­fi­gu­rano una spe­cie di accusa di con­corso esterno in con­ti­guità «ogget­tiva» con la mafia, un mix tra libera crea­zione di fat­ti­spe­cie penale e nesso cau­sale tanto caro al fami­ge­rato pro­cu­ra­tore Vyšin­skij dei tempi di Stalin.

L’occasione per lo scon­tro è il pro­cesso per la trat­ta­tiva stato-mafia, con vari acca­di­menti in corso d’opera quali la distru­zione delle inter­cet­ta­zioni casuali del capo dello stato con il sena­tore Man­cino e la suc­ces­siva audi­zione dello stesso Napo­li­tano come teste per gli «indi­ci­bili accordi» adom­bra­ti­gli dal suo defunto con­si­gliere Loris D’Ambrosio: non man­che­ranno comun­que altre pun­tate, posto che si andrà avanti ancora per alcuni anni.

L’importanza del pro­cesso, le sue impli­ca­zioni giu­ri­di­che, sto­ri­che e poli­ti­che, la tifo­se­ria media­tica sca­te­nata dal fronte col­pe­vo­li­sta per­sino con la rac­colta di un cen­ti­naio di migliaia di firme (con rela­tiva adu­nata pub­blica nel corso della quale, sotto lo sguardo ammic­cante dal palco di alcuni pm diret­ta­mente impe­gnati nell’inchiesta, la folla festante gri­dava «ver­go­gna» al sen­tire il nome di Napo­li­tano), hanno deter­mi­nato anche momenti di rifles­sione cri­tica svolti prin­ci­pal­mente in una pub­bli­ca­zione (La mafia non ha vinto; Laterza) di Sal­va­tore Lupo e Gio­vanni Fian­daca, seguita dagli usuali dibat­titi, senza rac­colte di firme o raduni di piazza.

Dopo aver par­te­ci­pato ad uno di que­sti dibat­titi con gli autori e senza acri­mo­nia alcuna verso i pm, su que­sto gior­nale e in un’intervista alla Stampa mi ero espresso a favore della distru­zione delle tele­fo­nate casuali di Napo­li­tano, dato che gli stessi pm le ave­vano giu­di­cate irri­le­vanti per il pro­cesso e avevo rite­nuto super­flua e, anzi, stru­men­tale, la richie­sta di audi­zione come teste dello stesso.

Essendo rima­sto sem­pre nell’ambito di una cri­tica legit­tima sul merito del pro­cesso e sul modo di con­durlo dei pm, cre­devo di aver con­cluso per il momento il mio con­tri­buto al dibat­tito, ma a causa di acca­di­menti extra­pro­ces­suali sono stato risuc­chiato nelle pole­mi­che con argo­men­ta­zioni abba­stanza inquie­tanti, anche se non nuove, per­ché toc­cano il diritto di cri­tica in con­te­sti di peri­colo per l’ordine demo­cra­tico e l’incolumità personale.

Con il pro­cesso in corso, come è noto, è stata resa pub­blica la noti­zia dei pre­pa­ra­tivi per un atten­tato al tri­tolo al pm Di Mat­teo ed è tor­nata di attua­lità l’urgenza della nomina del nuovo pro­cu­ra­tore capo a Palermo, pol­trona vacante ormai da troppi mesi.

Il peri­colo del tri­tolo è stato subito col­le­gato allo spe­cu­lare peri­colo della cri­tica, accet­ta­bile quest’ultima, certo, ma solo se non in mala fede o viziata da igno­ranza dei codici, altri­menti fonte di dele­git­ti­ma­zione e iso­la­mento dei magi­strati e, dun­que (ogget­ti­va­mente s’intende), di un raf­for­za­mento di ten­ta­zioni stragiste.

Sgom­brato il campo dalla mala­fede o dall’ignoranza, dato che il nucleo fon­da­men­tale delle cri­ti­che mosse al pro­cesso sulla trat­ta­tiva è dovuto a docenti come Lupo e Fian­daca, non in odore di mafia né di cat­te­dre occu­pate per suc­ces­sione dina­stica, si arriva al punto fon­da­men­tale e ricor­rente della que­stione: si pos­sono cri­ti­care i magi­strati anti­ma­fia e il loro ope­rato ed è logico e intel­let­tual­mente one­sto legare con un unico filo con­dut­tore cri­tica, dele­git­ti­ma­zione, iso­la­mento e, addi­rit­tura, il tritolo?

La cri­tica è in grado di deter­mi­nare un clima di dele­git­ti­ma­zione e di iso­la­mento solo in un con­te­sto di man­canza di libertà di stampa e con cen­sura impe­rante, cosa che non è certo riscon­tra­bile da noi dove, appunto, i giu­dici anti­ma­fia hanno avuto, e con­ti­nuano ad avere, grande spa­zio in gior­nali e pro­grammi tv, alcuni dei quali si sono sem­pre messi alla quasi esclu­siva dispo­si­zione della loro buli­mia mediatica.

La tv di stato, per esem­pio, non avrebbe mai inter­vi­stato il dot­tor Ingroia in col­le­ga­mento addi­rit­tura dal Gua­te­mala se non fosse stato un famoso pm anti­ma­fia sul fronte giu­sti­zia­li­sta e, dopo la fal­li­men­tare avven­tura elet­to­rale, non se lo sarebbe preso mai il pre­si­dente Cro­cetta nel suo staff se fosse stato un delegittimato-isolato.

La cri­tica non è né tri­tolo né vio­lenza ma pen­siero libero e in un paese libero non ci sono san­tuari davanti ai quali deve fer­marsi, fos­sero il ter­ro­ri­smo rosso o nero di ieri o quello mafioso di ieri e di oggi, altri­menti si per­de­rebbe l’abitudine all’uso della ragione. Per quanto possa essere, a seconda dei punti di vista, sco­moda o sba­gliata va com­bat­tuta sullo stesso piano con le armi della dia­let­tica e del con­fronto, senza ricor­rere a impro­pri e illo­gici nessi con­se­quen­ziali quali dele­git­ti­ma­zione– iso­la­mento– espo­si­zione a peri­coli di attentati.

È lecito dire che i giu­dici non pos­sono ten­tare di far rien­trare ogni acca­di­mento della vita isti­tu­zio­nale o poli­tica in una fat­ti­spe­cie penale per poi san­zio­narlo. Se la giu­ri­sdi­zione può tutto, allora è pos­si­bile chie­derle tutto, per assurdo che sia: vedi la denun­cia gril­lina del patto del Naza­reno alla pro­cura di Roma.

Que­sta lamen­ta­zione paler­mi­tana, infine, con la stessa logica lam­bi­sce anche il Csm che viene avvisato: o nomina un pro­cu­ra­tore capo che con­di­vide il lavoro del gruppo e, in par­ti­co­lare, il pro­cesso sulla trat­ta­tiva, o ci saranno dele­git­ti­ma­zione, iso­la­mento, peri­coli con­nessi e, viene da pen­sare, cavoli amari per l’eventuale capo non alli­neato. Potrebbe essere anche que­sta una rifles­sione delegittimante?

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