Nucleare, non c’è accordo Rinviati i negoziati con l’Iran
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VIENNA Non ce l’hanno fatta, l’Iran e i «5+1» (Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania) a chiudere in bellezza sei giorni di dura maratona negoziale. Ma, con le parole del segretario di Stato americano John Kerry, «progressi reali e sostanziali» sono stati fatti sulla strada di un accordo, che dovrebbe impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica, in cambio della fine delle sanzioni occidentali contro il regime persiano.
E proprio perché «non si è mai stati così vicini a un’intesa che renderà il mondo intero, specialmente Israele e i nostri alleati nel Golfo, più sicuro», le parti hanno deciso di estendere il negoziato per sette mesi, fino al 1° luglio prossimo. La vera deadline è però quella del 1° marzo, quando Kerry, il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif e i loro colleghi si sono impegnati a raggiungere un’intesa politica complessiva, per poi lasciare agli esperti il compito di definire nei mesi rimanenti tutti i complessi aspetti tecnici dell’accordo. I colloqui riprendono fra un mese, in località da stabilire. «E’ un negoziato duro — ha ammesso il capo della diplomazia Usa, apparso provato dalla lunga trattativa — ma dopo tanto lavoro fatto, saremmo pazzi a mandare tutto in aria».
Kerry ha riconosciuto pubblicamente «la serietà e la buona fede» del collega Zarif, ricordando che gli iraniani, «hanno rispettato in pieno» l’accordo ad interim di un anno fa, in base al quale Teheran ha congelato le proprie attività di arricchimento dell’uranio, in cambio di un parziale allentamento dell’embargo. «Grazie all’intesa provvisoria — ha ricordato Kerry — l’Iran non ha più una sola oncia di uranio arricchito per uso militare, mentre gli ispettori internazionali hanno pieno accesso ai siti iraniani». La contropartita è stata lo scongelamento di fondi persiani depositati nelle banche occidentali, al ritmo di 700 milioni di dollari al mese. L’estensione dei negoziati fino a luglio 2015 vale anche per queste misure.
Kerry si è rifiutato di discutere del merito della trattativa, ma fonti occidentali e iraniane confermano che i nodi più difficili rimangono i limiti alla capacità di arricchimento dell’Iran, il calendario di smantellamento delle sanzioni e la durata dell’accordo. «Non negozieremo per sempre — ha assicurato Kerry — ma non vogliamo qualsiasi accordo, ne vogliamo uno giusto, che non potrà essere basato sulla fiducia, ma sulla piena possibilità di verificarlo».
L’estensione offre margini di respiro ai due principali protagonisti della partita, Iran e Usa, ma comporta anche seri rischi politici interni per entrambi. A Teheran, l’ala dura del regime potrebbe aumentare la pressione sulla Guida suprema Khamenei, convincendolo a rompere i negoziati, nel timore che l’accordo finale comporti troppe concessioni. A Washington, il nuovo Congresso da gennaio sarà sotto il controllo dei repubblicani, alcuni dei quali hanno già fatto sapere di voler votare nuove sanzioni. Kerry ha ammesso il problema, dicendosi però fiducioso che, «una volta informato dello stato della trattativa, il Congresso saprà vedere la saggezza di quello che stiamo facendo e non manderà segnali sbagliati, che sarebbero male interpretati».
Paolo Valentino
Kerry ha riconosciuto pubblicamente «la serietà e la buona fede» del collega Zarif, ricordando che gli iraniani, «hanno rispettato in pieno» l’accordo ad interim di un anno fa, in base al quale Teheran ha congelato le proprie attività di arricchimento dell’uranio, in cambio di un parziale allentamento dell’embargo. «Grazie all’intesa provvisoria — ha ricordato Kerry — l’Iran non ha più una sola oncia di uranio arricchito per uso militare, mentre gli ispettori internazionali hanno pieno accesso ai siti iraniani». La contropartita è stata lo scongelamento di fondi persiani depositati nelle banche occidentali, al ritmo di 700 milioni di dollari al mese. L’estensione dei negoziati fino a luglio 2015 vale anche per queste misure.
Kerry si è rifiutato di discutere del merito della trattativa, ma fonti occidentali e iraniane confermano che i nodi più difficili rimangono i limiti alla capacità di arricchimento dell’Iran, il calendario di smantellamento delle sanzioni e la durata dell’accordo. «Non negozieremo per sempre — ha assicurato Kerry — ma non vogliamo qualsiasi accordo, ne vogliamo uno giusto, che non potrà essere basato sulla fiducia, ma sulla piena possibilità di verificarlo».
L’estensione offre margini di respiro ai due principali protagonisti della partita, Iran e Usa, ma comporta anche seri rischi politici interni per entrambi. A Teheran, l’ala dura del regime potrebbe aumentare la pressione sulla Guida suprema Khamenei, convincendolo a rompere i negoziati, nel timore che l’accordo finale comporti troppe concessioni. A Washington, il nuovo Congresso da gennaio sarà sotto il controllo dei repubblicani, alcuni dei quali hanno già fatto sapere di voler votare nuove sanzioni. Kerry ha ammesso il problema, dicendosi però fiducioso che, «una volta informato dello stato della trattativa, il Congresso saprà vedere la saggezza di quello che stiamo facendo e non manderà segnali sbagliati, che sarebbero male interpretati».
Paolo Valentino
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