Venti di guerra fredda

Venti di guerra fredda

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BERLINO. IL maestoso, argenteo bombardiere con la stella rossa s’avvicina muto ai cieli Nato. La radio di bordo tace, il transponder per farsi identificare dai radar di terra è spento: dapprima, solo il fischio delle quattro enormi turboeliche, lassù a trentamila piedi, rompe il silenzio. Poi, improvviso, ecco il rombo di jet col postbruciatore acceso: piccoli, grigi caccia arrivano velocissimi, muovono le ali, si avvicinano a contatto visuale alla cabina del gigante. Con segnali e gesti, i piloti Nato intimano ai piloti del colosso di allontanarsi. Incontri ravvicinati del terzo tipo, avvengono ormai quasi ogni giorno ai margini dello spazio aereo d’Europa: da Capo Nord al Baltico, dalla Danimarca al Mar Nero, dal Regno Unito alla costa presso Lisbona. Finora tutto è finito bene: gli argentei giganti si sono allontanati, a volte i loro piloti hanno salutato i colleghi-nemici dei piccoli caccia con un “ciao” con la mano, o un sorriso. Ma tutto è sempre appeso a un filo: l’altro giorno, al largo delle isole britanniche, solo il secco avvertimento radio d’un ufficiale della Raf col suo Eurofighter ha convinto il bombardiere a identificarsi e cambiare rotta: «O rispondete o spariamo».
La guerra fredda, del cui ritorno Putin e l’Occidente si scambiano accuse di colpa, è tornata nei cieli, lassù sopra le nostre teste. È presente, non più memoria che narravamo ai figli. La Russia, a torto o a ragione, si sente minacciata da Usa e Alleanza atlantica, e ha cambiato linguaggio. Sottomarini intrusi, cacciabombardieri, ma più di tutti quel mitico simbolo della potenza sovietica nell’èra dei Muri, è il veicolo del segnale. E l’Occidente risponde: squadriglie in allarme rosso, rinforzi pesanti a Est, pattuglie aeree affidate a top gun canadesi e americani su Tallinn, Riga e Vilnius che non hanno mai conosciuto.
“Bear”, orso, si chiama in codice Nato l’argenteo, slanciato gigante leggendario, al secolo Tupolev 95: vola dal 1952, quasi immortale, incute timore a noi “atlantici”, è fierezza volante per la Russia. «Macchina straordinaria, semplice e robustissima, ammodernata mille volte», dice alla Bbc l’esperto aeronautico russo Jurij Karash. «Non ti tradisce, può sparare i missili atomici più precisi, è sicuro, ma devi pilotarlo trattandolo con rispetto». Quel mito sovietico è tornato tra noi. I suoi voli in silenzio ci lanciano il messaggio di Putin: «Con i suoi diktat unilaterali, gli Usa causano l’escalation dei conflitti e del caos nel mondo, e rendono più probabili conflitti in serie». «Ci vogliono escludere, nella crisi ucraina e altrove, con fatti compiuti e scenari operativi ai nostri confini», incalza il ministro della Difesa, Sergej Shojgu. E allora ecco gli orsi volanti, per dire: la Russia esiste, è ancora potenza.
Il flashback degli ultimi giorni fa impressione. Prima, il 17 ottobre, il misterioso sottomarino a un passo da Stoccolma. Poi due bombardieri Sukhoi 24 violano lo spazio aereo svedese, i Gripen con le tre corone decollano su allarme, la Svezia convoca l’ambasciatore. Poi due sorvoli sulla Finlandia. Guerra fredda nei cieli, al culmine la settimana scorsa. Da martedì, quando sette giganti, tra “orsi” e jet cisterna, appaiono sul Baltico non preannunciati alle autorità dell’aviazione civile. Eurofighter tedeschi, F-16 danesi, Gripen svedesi e Hornet finlandesi si alzano a turno per contrastarli. L’indomani, quattro formazioni di “orsi argentati” si presentano in più cieli, dal mare del Nord ai pressi della Turchia.
Angela Merkel minimizza, lei conosce i russi e si mostra tranquilla. Ma Jens Stoltenberg, segretario generale dell’Alleanza, avverte: «La Nato è forte, resta vigile al massimo». Da Mosca, nessun commento, e gli incontri ravvicinati continuano. Venerdì, ci sono voluti sei F-16 della piccola Força aérea portuguesa per sloggiare due “orsi” che volavano tranquilli, come in simulazione d’attacco, sulla rotta d’atterraggio per Lisbona. Ieri un Eurofighter della Raf ne ha allontanato un altro. Provocazioni o avvertimenti mostrando i muscoli, da ambo le parti: addio alla fiducia reciproca di quando cadde il Muro. Nato, e Svezia e Finlandia neutrali, rispondono: Varsavia disloca a Est le sue migliori forze, Stoccolma sposta supersonici nelle isole baltiche, più vicine a Kaliningrad, svedesi e finlandesi tengono manovre congiunte. E i top gun Usa, britannici, canadesi, portoghesi, della Luftwaffe sono ormai ospiti fissi, nei tre paesi baltici privi di aviazione.
Paura e suspense sono di nuovo tra noi, nell’aria. «Pericolo minimo per i voli civili, attenti al panico», spiega Axel Raab della Dfs, l’autorità tedesca per il traffico aereo, «gli “orsi”, riforniti in volo, hanno autonomia illimitata, solo i satelliti Usa sanno da quali basi artiche o siberiane decollano. Ma anche quando volano muti li vediamo, poi i caccia Nato ci inviano segnali. E i piloti russi a bordo non sono pivelli né teste calde, non rischierebbero una catastrofe». Hanno solo l’ordine, dicono alla Nato, di mandare un triplice segnale: mostrarsi “combat ready”, testare le nostre difese, e dirci col volo muto che non puoi ignorare Mosca.
Guerra di segnali, ma a ogni incontro, basterebbe un nulla per finire male. Nel nuovo gelo, ci salvano i nervi saldi dei piloti, i “nostri” e i “loro”, che si fronteggiano tesi nel cielo e alla fine, per ora, si salutano con un sorriso dalla carlinga.

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