Colombia, Le Farc liberano il generale Alzate

Bogotà. A Cuba riprendono le trattative di pace

redazione • 2/12/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 525 Viste

Il gene­rale colom­biano Ruben Dario Alzate è tor­nato a casa. Le Farc lo hanno libe­rato dome­nica, come ave­vano pro­messo, vicino al fiume Arquia, al nord di Quibdo. Era stato cat­tu­rato nella regione del Chocó (nel nor­dest del paese) il 16 novem­bre, insieme al sot­tuf­fi­ciale Jorge Rodri­guez e a Glo­ria Urrego, un’avvocata che coor­dina i pro­getti spe­ciali dell’esercito. Una zona di con­flitto, con­trol­lata dalla guer­ri­glia mar­xi­sta. Per­ché un gene­rale della sua espe­rienza e leva­tura si è adden­trato nella selva disar­mato e in abiti civili? La domanda, espressa pub­bli­ca­mente dal pre­si­dente colom­biano Manuel San­tos è rim­bal­zata subito sui media: anche per­ché, ancora prima che il governo desse noti­zia della cat­tura, l’ex pre­si­dente Alvaro Uribe, feroce avver­sa­rio del pro­cesso di pace in corso all’Avana, lo aveva già annun­ciato in twit­ter. Secondo quanto ha rac­con­tato alla stampa un altro sol­dato, sfug­gito alle Farc quel giorno, il gene­rale era stato messo in guar­dia dai suoi circa la peri­co­lo­sità della zona, ma aveva ordi­nato di pro­se­guire ugual­mente.
Eppure, Alzate ha un pedi­gree che non lascia dubbi sulla sua espe­rienza e sul suo orien­ta­mento, e 31 anni di atti­vità anti­guer­ri­glia. La Forza Titan dell’esercito, di cui è a capo, è stata più volte denun­ciata per vio­la­zioni dei diritti umani nei con­fronti di con­ta­dini e indi­geni del Choco; e così altri reparti che ha diretto, dopo aver com­ple­tato la for­ma­zione mili­tare negli Stati uniti. Ora, il gene­rale e i suoi accom­pa­gna­tori dovranno rispon­dere all’udienza pre­vi­sta al Senato e anche alla magi­stra­tura, che li ha invi­tati a pre­sen­tarsi davanti alla sezione spe­ciale “antiterrorismo”.

Nono­stante le con­di­zioni atmo­sfe­ri­che che hanno reso dif­fi­cili gli spo­sta­menti, dome­nica il gene­rale e gli altri pri­gio­nieri sono stati presi in con­se­gna dal per­so­nale della Croce rossa e da rap­pre­sen­tanti di due paesi garanti nelle trat­ta­tive, Nor­ve­gia e Cuba. Ha viag­giato nella regione anche Pastor Alape, uno dei lea­der guer­ri­glieri che par­te­cipa ai tavoli dell’Avana, anch’egli coman­dante del Fronte 34: «Il gene­rale – ha detto ad Ann­col – non andava in quella zona per por­tare scuole o miglio­rare le con­di­zioni degli afro­di­scen­denti o quelle degli indi­geni. Il suo com­pito era sem­pre quello di com­bat­tere e annien­tare le forze di guer­ri­glia nella regione. La Forza Tita­nic è un’unità di repres­sione alle dipen­denze della pre­si­denza. Ho sen­tito tante volte sopra la testa gli aerei da guerra inviati da Alzate per ordine di San­tos». Alape ha poi rispo­sto a una domanda circa l’accusa alle Farc di essere legate al nar­co­traf­fico: «E come mai cir­cola così tanta droga nel dipar­ti­mento del Choco quando tutti i punti stra­te­gici in cui la droga passa sono con­trol­lati dall’esercito?», ha ribattuto.

Quello sulle dro­ghe ille­cite e sulle col­ti­va­zioni ille­gali è stato uno dei punti più discussi nell’agenda di pace, che cerca di por­tare a solu­zione il cin­quan­ten­nale con­flitto armato (600.000 morti e quasi 4 milioni di sfol­lati).
Dopo due anni di discus­sioni e momenti tesi, la cat­tura del gene­rale ha rischiato di far fal­lire l’intero pro­cesso di pace. San­tos, infatti, ha subito deciso di sospen­dere le trat­ta­tive, bloc­cando il viag­gio di un altro gruppo di vit­time, pronto a recarsi al tavolo dell’Avana. Nel frat­tempo, la sini­stra colom­biana – che ha soste­nuto il neo­li­be­ri­sta San­tos per via del pro­cesso di pace – è scesa ripe­tu­ta­mente in piazza: per appog­giare la richie­sta di un ces­sate il fuoco bila­te­rale, sem­pre avan­zata dalle due guer­ri­glie di sini­stra, Farc e Eln. E tutti hanno cri­ti­cato la scelta di San­tos: una vio­la­zione delle regole del nego­ziato, indi­pen­dente dal fronte di guerra.
Ieri, i nego­zia­tori del governo sono ripar­titi per Cuba. Forti del loro gesto uni­la­te­rale di buona volontà, le Farc hanno fatto però sapere che occor­rerà ripar­tire su altre basi: per non rischiare un nuovo arre­sto gover­na­tivo in pre­senza di qual­che altro siluro.

Intanto, le orga­niz­za­zioni popo­lari discu­tono la loro pre­senza alle ammi­ni­stra­tive dell’anno pros­simo, senz’altro con­di­zio­nata dagli esiti delle trat­ta­tive. Giorni fa, l’ex sena­trice Pie­dad Cor­doba, una delle lea­der del movi­mento Mar­cia patriot­tica (pronto a pre­sen­tarsi alle ele­zioni) ha denun­ciato minacce e la pos­si­bi­lità di un atten­tato ai suoi danni e a quelli del coman­dante Alape. E ieri, il più peri­co­loso gruppo para­mi­li­tare colom­biano, Agui­las Negra, ha inviato minacce di morte a Repor­ters sans Fron­tiè­res, Tele­sur e Canal Capi­tal, la tv pub­blica di Bogotà: «Abbiamo la lista com­pleta dei servi del castro-madurismo tra­ve­stiti da gior­na­li­sti — hanno scritto — e quella dei difen­sori dei diritti umani, che fanno da cassa di riso­nanza a un pro­cesso di pace con cui il tra­di­tore San­tos sta con­se­gnando il paese al nar­co­traf­fico. Pre­sto arri­verà la loro ora, hanno un mese di tempo per sparire».

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