Dove sono finiti i terroristi?

è auspi­ca­bile che la sentenza di Torino aiuti a com­pren­dere che quella del Tav è una grande que­stione poli­tica irri­solta e non una que­stione di ordine pubblico

Livio Pepino, il manifesto redazione • 18/12/2014 • Carcere & Giustizia, Copertina, Movimenti • 629 Viste

Ma il nodo cen­trale — per gli impu­tati, che rischia­vano dieci anni e più di car­cere, e per il Movi­mento No Tav, cri­mi­na­liz­zato da que­sta vicenda nella sua inte­rezza — era l’attentato con fina­lità di ter­ro­ri­smo. Già la Cas­sa­zione, il 15 mag­gio, aveva smon­tato, nel giu­di­zio cau­te­lare, l’imputazione. Ma i pub­blici mini­steri ave­vano insi­stito: anche con la richie­sta, nei giorni scorsi, di una nuova misura cau­te­lare con la stessa impu­ta­zione nei con­fronti di altri tre impu­tati, rego­lar­mente emessa dal gip. Per que­sto la sen­tenza della corte d’assise, com­po­sta – è bene sot­to­li­nearlo – anche da giu­dici popo­lari (un pezzo di popolo ita­liano), è impor­tante.
Il fatto con­te­stato con­si­ste, come noto, in un «assalto» al can­tiere della Mad­da­lena rea­liz­zato da una ven­tina di per­sone nel corso del quale alcuni com­po­nenti del gruppo ave­vano incen­diato un com­pres­sore men­tre gli altri osta­co­la­vano l’intervento delle forze di poli­zia con il lan­cio di sassi e di «arti­fici esplo­sivi e incen­diari». I pub­blici mini­steri hanno moti­vato la con­te­sta­zione di ter­ro­ri­smo, da un lato, con l’asserita atti­tu­dine del gesto a inti­mi­dire la popo­la­zione e/o a costrin­gere i poteri pub­blici ad aste­nersi dalle atti­vità neces­sa­rie per rea­liz­zare la nuova linea fer­ro­via­ria e, dall’altro, con l’affermata ido­neità del fatto ad arre­care un grave danno al Paese («è indub­bio che azioni vio­lente come quella della notte di mag­gio arre­chino un grave danno al Paese quanto all’immagine – in ambito euro­peo – di part­ner affi­da­bile». Evi­dente l’evocazione della cate­go­ria del ter­ro­ri­smo non per rico­no­scere reati con­tras­se­gnati da carat­te­ri­sti­che spe­ci­fi­che ma per stig­ma­tiz­zare fatti rite­nuti di par­ti­co­lare gra­vità e, per que­sto, meri­te­voli di più intensa ripro­va­zione sociale. Ché la con­no­ta­zione ter­ro­ri­stica di un atto – secondo il comune sen­tire e una giu­ri­spru­denza con­so­li­data – ha neces­sa­ria­mente a che fare col sov­ver­ti­mento dell’assetto demo­cra­tico dello Stato e con la desta­bi­liz­za­zione dei pub­blici poteri men­tre l’affermazione secondo cui la man­cata rea­liz­za­zione di una linea fer­ro­via­ria com­por­te­rebbe «un grave danno per il Paese» e per la «sua imma­gine di part­ner euro­peo affi­da­bile» sfiora il grot­te­sco. Eppure l’operazione era stata aval­lata anche dai giu­dici della cau­tela e salu­tata in ter­mini trion­fa­li­stici da tutta la grande stampa. Forse per l’autorevolezza della Pro­cura tori­nese, che non aveva man­cato di sup­por­tare l’iniziativa con ter­mini enfa­tici che evo­ca­vano addi­rit­tura la guerra. Certo per la pro­gres­siva caduta nel nostro Paese, con rife­ri­mento al con­flitto sociale, della cul­tura delle garan­zie, accom­pa­gnata dalla costru­zione, legi­sla­tiva e giu­ri­spru­den­ziale, di una sorta di diritto penale del nemico in cui quest’ultimo va per­se­guito, senza esclu­sione di colpi, per quel che è più ancora che per le sue azioni spe­ci­fi­che. A con­tra­stare la deriva sono stati in pochi a fianco del Movi­mento No Tav (capace, da parte sua, di reg­gere lo scon­tro anche quando è parso che ad essere messa sul banco degli impu­tati fosse la stessa oppo­si­zione alla linea fer­ro­via­ria Torino-Lione).
Oggi è inter­ve­nuto un segnale nuovo. C’è un giu­dice a Torino! Un giu­dice con­sa­pe­vole che il pro­prio com­pito è – secondo una auto­re­vole defi­ni­zione – «assol­vere in assenza di prove anche quando l’opinione pub­blica vuole la con­danna e con­dan­nare in pre­senza di prove anche quando l’opinione pub­blica vuole l’assoluzione». Non è poca cosa. Ed è auspi­ca­bile che aiuti a com­pren­dere che quella del Tav è una grande que­stione poli­tica irri­solta e non una que­stione di ordine pubblico.

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