Lo sfratto degli sfratti

Lo sfratto degli sfratti

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Nel “resi­dence” di Campo Far­nia, 133 appar­ta­menti per sette piani e più di tre­cento per­sone ospi­tate, sono dispo­ni­bili tre lava­trici in comune. Erano dieci all’inizio, tutte rigo­ro­sa­mente per uso fami­liare e non indu­striale, ma poi l’usura del ciclo con­ti­nuo ne ha rese inser­vi­bili la mag­gior parte. Il rego­la­mento dei resi­dence non con­sente il pos­sesso di elet­tro­do­me­stici pri­vati di grandi dimen­sioni, così come non pre­vede l’utilizzo del gas per la cucina o altre como­dità della vita quo­ti­diana date per scon­tate. Per anni la “guerra” per acca­par­rarsi una lava­trice è stata una delle que­stioni cen­trali di una comu­nità sociale che è pas­sata dalla con­di­zione di occu­pa­zione a quella rego­la­riz­zata di «cen­tro per l’assistenza allog­gia­tiva» peg­gio­rando para­dos­sal­mente le pro­prie con­di­zioni di vita.

Nati più di dieci anni fa per volere della giunta Vel­troni, i cen­tri per l’assistenza allog­gia­tiva (chia­mati comu­ne­mente «resi­dence») vole­vano isti­tuire una camera di com­pen­sa­zione tra lo sfratto e la casa popo­lare. Un pas­sag­gio inter­me­dio, rapido, capace di con­te­nere l’emergenza sociale cit­ta­dina. Un ten­ta­tivo fal­lito in par­tenza. Senza poli­ti­che per la casa, da subito i resi­dence si sono tra­sfor­mati in pur­ga­tori per­ma­nenti per fami­glie in attesa decen­nale di casa popo­lare, un limbo che ha ali­men­tato sper­pero di denaro pub­blico (i resi­dence del comune sono in mano ai costrut­tori pri­vati a cui il comune paga lauti affitti) e mar­gi­na­lità sociale.
In que­sta vicenda Campo Far­nia rap­pre­sen­tava il ten­ta­tivo pro­gres­sivo di instau­rare un rap­porto con la que­stione abi­ta­tiva che andasse al di là del mero scon­tro tra isti­tu­zioni e movi­menti di lotta per la casa. Costi­tuiva lo sforzo di avviare un dia­logo. Il pro­cesso di rego­la­riz­za­zione di un’occupazione, tra­sfor­mata in «casa dello sfrat­tato», l’apice di un con­fronto imme­dia­ta­mente inter­rotto. Oggi che il sin­daco Marino ha deciso (o, per meglio dire, minac­ciato) di chiu­dere i resi­dence, le vicende di que­sta comu­nità tran­si­tata dall’illegalità al rico­no­sci­mento pub­blico rischiano di tor­nare alla casella di par­tenza, disper­dendo un patri­mo­nio sociale note­vole che, nel suo pic­colo, ha vis­suto anche i suoi momenti di gloria.

Impa­reg­gia­bile l’emozione degli abi­tanti di Campo Far­nia alla vit­to­ria del docu-film Sacro Gra al Festi­val del cinema di Vene­zia nel 2013, girato per gran parte pro­prio den­tro il residence.

L’eccezione Campo Far­nia è quella di un cen­tro abi­tato da 179 stra­nieri e 130 ita­liani che mai hanno visto, nel corso dei dieci anni di con­vi­venza, scon­tri etnici di qual­siasi tipo. L’eccezione di un ghetto poten­zial­mente esplo­sivo che ha saputo inse­rirsi nel quar­tiere di Vil­lag­gio Appio pro­du­cendo inte­gra­zione e non esclu­sione sociale, nono­stante la mag­gior parte dei nuclei resi­denti con­ti­nua a non avere alcuna pos­si­bi­lità di auto­no­mia eco­no­mica, capa­cità di imma­gi­narsi in un con­te­sto abi­ta­tivo diverso dall’assistenza allog­gia­tiva, per ragioni esclu­si­va­mente economiche.

Un espe­ri­mento sociale work in pro­gress, che nel corso del tempo ha dato vita alla costru­zione, nelle aree comuni del palazzo, di labo­ra­tori volti ad atte­nuare la mar­gi­na­lità dei nuclei fami­liari ospi­tati e allo stesso tempo inte­grare il cen­tro con il quar­tiere cir­co­stante, unirlo alle vicende del suo ter­ri­to­rio con­tri­buendo a miglio­rarlo: dalla nascita dell’Ambulatorio Popo­lare, inte­ra­mente auto­ge­stito e gra­tuito, che ha garan­tito per anni visite per elet­tro­car­dio­gramma ed eco­dop­pler, non­ché soste­gno psi­co­lo­gico e fisio­te­ra­pico, alle atti­vità di soste­gno allo stu­dio, al labo­ra­to­rio «Nati per leg­gere», scuola di avvio alla let­tura per i bam­bini dai zero ai sei anni.
Un con­den­sato di atti­vità reso pos­si­bile dalla par­te­ci­pa­zione dei resi­denti che nel frat­tempo, da comu­nità legata alla lotta per la casa, si sono evo­luti in comu­nità par­te­cipe dei destini del ter­ri­to­rio e delle sue atti­vità. Una scom­messa vinta che oggi rischia di essere dispersa.

Nes­suno, all’interno del resi­dence, ha idea della fine che farà il 1 luglio pros­simo, data entro cui il resi­dence dovrebbe “sca­dere”. Tutti, però, hanno ferma la volontà di opporsi alla disgre­ga­zione di tale comu­nità vir­tuosa. Le con­ti­nue assem­blee degli abi­tanti che cer­cano una via d’uscita con­cor­data con il muni­ci­pio e gli asses­so­rati com­pe­tenti met­tono in campo le più diverse solu­zioni, su tutte quelle di riven­di­care il diritto a rima­nere nel resi­dence in assenza di casa popolare.

Si pro­fila una bat­ta­glia sul destino di que­sta «casa dello sfrat­tato», una bat­ta­glia tra una giunta comu­nale impos­si­bi­li­tata ad adem­piere alle sue pro­messe (quelle di dare una casa ad affitto soste­ni­bile alle fami­glie in emer­genza) e le esi­genze di una comu­nità strat­to­nata da una con­di­zione di emer­genza ad una di pre­ca­rietà, senza mai avere la pos­si­bi­lità di deci­dere sul pro­prio destino. Dopo un decen­nio di incer­tezza, il minimo sarebbe ren­dere agli abi­tanti di que­sto palazzo il giu­sto diritto ad una sta­bi­lità abitativa.



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