La svolta nucleare ecco l’accordo tra Usa e Iran che può cambiare il mondo

La svolta nucleare ecco l’accordo tra Usa e Iran che può cambiare il mondo

Loading

CI SONO voluti più di 35 anni per riavvicinare il grande Satana e il regime canaglia, caposaldo dell’asse del male. Ci vuol tempo per sradicare gli insulti diventati dogmi. La diplomazia ha dovuto faticare, ma si è rivelata più efficace delle armi in agguato. Nel mondo irrequieto, sbrigativo nell’uso della forza, è un segno di saggezza. La rivalità tra l’America bollata dall’Iran come satanica e l’Iran definito dall’America canagliesco si è risolta la mattina del 14 luglio, dopo tredici anni di trattative, in un accordo sul nucleare che resta ricco di incognite, che non è ancora la pace, ma che è pur sempre una vittoria dell’intelligenza umana, emersa con fatica dal fanatismo e dal sospetto. Il defunto imam Khomeini, fondatore della teocrazia iraniana, si stupirebbe di quel che è accaduto all’Hotel Palais Coburg di Vienna, dove i suoi successori hanno raggiunto un’intesa con gli americani, inassolvibili nemici dal 4 novembre 1979, giorno in cui gli studenti di Teheran, esaltati dalla rivoluzione e dalla caduta dello scià, assaltarono l’ambasciata Usa. E furono presi come ostaggi 66 diplomatici e impiegati.
L’intesa di Vienna è il primo passo. Resta l’approvazione dell’Onu che si annuncia rapida. Poi la ratifica del Majlis (Parlamento) di Teheran, anticipata dall’approvazione della Guida suprema Khamenei senza la quale non ci sarebbe stato un accordo: e infine quella più problematica, entro due mesi, del Congressso di Washington, dove non mancano i nemici dell’intesa con l’Iran. Gli scettici, gli indecisi si trovano tra i repubblicani e i democratici.
E sono particolarmente attivi coloro che sono d’accordo col primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, da sempre favorevole a un intervento armato e adesso pronto nel denunciare, affiancato da un imprevedibile alleato di fatto, l’Arabia Saudita, come uno storico errore l’accordo di Vienna. Benché Barack Obama dica con toni rassicuranti che sia basato “sui controlli e non sulla fiducia”. Controlli che dureranno tra i dieci e i quindici anni.
Le scuole di pensiero sulla grande impresa diplomatica sono tante. Quella positiva sottolinea con ragione che non si tratta di un semplice affare regionale. La sua portata è internazionale perché riguarda la proliferazione nucleare, quindi è un esempio che non si limita alla pace e alla sicurezza in Medio Oriente, ma si estende al Pianeta. L’accordo autorizza il nucleare civile ed esclude quello militare. Dovrebbe dissuadere i grandi paesi sunniti, come l’Arabia Saudita, a dotarsi della bomba atomica, intimoriti dall’idea che l’Iran, l’avversario sciita, stia per averne una. Per quanto riguarda Israele non ha firmato il patto di non proliferazione e disporrebbe di armi nucleari da tempo. Fu la Francia, quando era stretto alleato dello Stato ebraico, a fornirgli negli anni Cinquanta il primo know how necessario.
Il documento di Vienna limita con precisione la capacità d’arricchimento dell’uranio, riducendo il numero delle centrifughe, e in generale l’attività di ricerca e di sviluppo. Un meccanismo ristabilisce le sanzioni automaticamente in caso di violazione dell’accordo, e comunque esse non vengono sospese tutte insieme, ma via via che sono assolti gli impegni. Le centrali nucleari d’Arak e di Tatanz saranno soggette, come tutte le altre, a continue ispezioni dell’Agenzia atomica dell’Onu, tese a controllare la produzione dell’uranio arricchito, combustibile indipensabile per il nucleare militare. L’arsenale di Parchin sarà soggetto a verifiche concordate. E le armi che vi si trovano, cioè quelle convenzionali, sanno sottoposte a embargo, come i missili mobili, per cinque anni. Dopo l’approvazione del Consiglio di Sicurezza l’Iran dovrà prepararsi per tre mesi ad applicare i vari capitoli dell’accordo. Quest’ultimo dovrebbe essere rispettato nel suo insieme all’inizio del prossimo anno.
Oggi, stando agli esperti più ottimisti nelle valutazioni tecniche, l’Iran sarebbe in grado di realizzare una bomba atomica nello spazio di due mesi. Applicate tutte le clausole dell’accordo di Vienna, la sua capacità si allungherebbe a 12. Queste valutazioni hanno subito e subiscono molte variazioni. Gli specialisti israeliani hanno spesso contraddetto il loro primo ministro, che accorciava drammaticamente i tempi di preparazione della bomba. Ma adesso i giudizi divergono in particolare sulla fiducia, sull’efficacia dei controlli e su quello che accadrà quando sarà scaduto l’accordo. Ossia tra una decina di anni. Gli scettici e gli scontenti non mancano nei due campi. Tra gli stessi iraniani c’è chi considera il documento di Vienna una gabbia in cui il suo paese resterà imprigionato.
Ma la posta in gioco non è soltanto il nucleare. Se l’accordo del 14 luglio sarà applicato, l’Iran recupererà il ruolo di grande potenza della regione. La ripresa degli introiti del petrolio, ridotti dalle sanzioni, il rilancio dell’economia favorito dagli investimenti stranieri impazienti di riversarsi su un paese di 80 milioni di persone ansiose di consumare, il riavvio dell’attività bancaria con l’Occidente, insieme al ritorno alla normalità in tanti altri settori accrescerà l’influenza della Repubblica islamica fondata da Khomeini. Gli alleati tradizionali dell’America, quali l’Arabia Saudita e Israele, non perdonano a Obama di avere favorito, anzi voluto, il ritorno in società a pieno titolo del loro avversario. Non credono nell’efficacia della camicia di forza sul nucleare imposta dai negoziatori dei sei paesi impegna- ti nelle trattative (Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina, Stati Uniti più Germania). L’Iran diventa un partner economico, politico e militare di grande rilievo.
Vladimir Putin è pronto ad accoglierlo nel Brics, il club dei paesi emergenti animato oltre che dalla Russia, da Cina, India, Brasile, Sudafrica. E il suo peso nella crisi mediorientale è destinato ad aumentare. Le milizie sciite, finanziate e spesso comandate da iraniani sono già, insieme a quelle curde, le forze più efficaci nella lotta contro il califfato, che occupa un vasto territorio a cavallo di Iraq e Siria. Gli Hezbollah libanesi, spina nel fianco di Israele, ma anche efficienti alleati del regime di Damasco, sono di fatto un appendice di Teheran. Secondo una scuola di pensiero il più ampio ruolo del regime degli ayatollah inaspirirà il conflitto. Altri invece, e tra questi Barack Obama, contano sul pragmatismo dimostrato dai negoziatori di Vienna. Tenaci, polemici, orgogliosi, ma infine pronti ad accettare severi condizionamenti pur di uscire dall’isolamento. Insomma pronti ai compromessi e a una cooperazione.


Related Articles

Robert Kagan: “È arrivato il fascismo”

Loading

I dilemmi dell’America davanti al tabù finale

Ungheria. Nuova costituzione, vecchi fantasmi

Loading

Dio, patria e famiglia, i tre pilastri di una carta che rispolvera la cittadinanza etnica e crea i presupposti per una deriva autoritaria

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment