Obama. L’ultima eredità contro le lobby

La conferenza di Parigi sarà il successo o l’insuccesso storico di Obama

MAURIZIO RICCI, la Repubblica redazione • 4/8/2015 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Internazionale • 530 Viste

IL VERO salto di qualità Obama e la politica americana sul clima lo avevano già compiuto nel novembre scorso, quando Stati Uniti e Cina avevano preso insieme un solenne impegno a contrastare con misure concrete il riscaldamento globale. Erano i due Paesi che producono la maggior quantità dell’anidride carbonica che alimenta l’effetto serra. Erano entrambi nel 2009 alla tormentata conferenza mondiale di Copenhagen.
E IN quell’occasione, di fatto, avevano svuotato la possibilità di un accordo globale che rinnovasse gli impegni di tutti per contrastare il cambiamento climatico. Ora, insieme, formulavano un impegno che, poi, nei mesi scorsi, hanno provveduto a quantificare nel dettaglio. Molti critici ritengono quegli impegni insufficienti. Ma hanno spianato la strada ad un accordo nella nuova conferenza globale che si terrà, a dicembre, a Parigi.
Quantificato l’impegno, ieri Obama ha precisato gli strumenti con cui intende rispettarlo. Al di là di qualche aggiustamento su date e scadenze, le misure sono, più o meno, quelle attese: una spinta decisa alle rinnovabili, soprattutto sole e vento, una porta aperta al nucleare (che buona parte d’Europa non apprezzerà, ma che in America, dove le centrali atomiche sono comuni, era inevitabile), un freno ai combustibili fossili e, in particolare, al carbone, con forme che lasciano intravedere un mercato delle emissioni, simile a quello già esistente in Europa. Ma il messaggio politico che le accompagna è nuovo nella sua precisione, nella sua insistenza e nella sua forza. Obama sa che incontrerà resistenze e opposizioni durissime, al Congresso, nei parlamenti statali, nel Paese. Probabilmente, l’opinione pubblica, in maggioranza, è con lui, ha capito, dopo i disastri degli uragani come Katrina e Sandy, davanti alla drammatica siccità che piega la California, di fronte anche a prese di posizione, come l’enciclica di papa Francesco, i rischi del cambiamento climatico, ma, negli Stati Uniti, la maggioranza dell’opinione pubblica non va necessariamente a votare. Al contrario, si mobiliteranno lobby potenti. L’esperienza dice che chi ha più soldi da spendere nella campagna elettorale, ha più possibilità di vincere le elezioni. E, adesso, il New York Times ha rivelato in questi giorni che poco più di 400 persone, in America, hanno fornito metà dei finanziamenti giunti finora ai candidati delle prossime presidenziali. Ben pochi, fra queste 400 persone, condividono l’entusiasmo di Obama per la lotta all’effetto serra. In questo senso, il presidente consegna a Hillary — o a chi sarà il candidato democratico — un frutto avvelenato che chi spera di succedergli dovrà essere assai abile a gestire. Ma, non avendo più nulla da chiedere agli elettori, Obama se lo può permettere.
Come (quasi) tutti i presidenti al secondo mandato, Obama si preoccupa dell’eredità politica che lascia. Nei primi quattro anni ha regalato all’America una riforma sanitaria che sembrava irraggiungibile e che, invece, ha superato sia la prova dei fatti, che quella dei giudici. Ora, punta a fare del clima un’altra sua eredità e questa scelta è, da sola, un potente messaggio politico. Ma, facendo cosa sua la battaglia in America sul clima, Obama finisce inevitabilmente per fare cosa sua anche la battaglia mondiale e la conferenza di Parigi. Anche nella scelta delle parole che hanno accompagnato, ieri, l’annuncio delle misure decise dalla Casa Bianca emerge questa volontà di assumere la leadership delle iniziative mondiali. Il successo della conferenza di Parigi sarà il successo o l’insuccesso storico di Obama. Non era scontato: la posta in gioco a dicembre si alza.

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