Dietrofront di Obama sull’Afghanistan “Niente ritiro nel 2016 i soldati restano”

Dietrofront di Obama sull’Afghanistan “Niente ritiro nel 2016 i soldati restano”

NEW YORK . Era una delle sue promesse più solenni: il ritiro totale delle truppe americane dall’Afghanistan. Voleva mantenerla prima di lasciare la Casa Bianca, per passare alla storia come il presidente che ha chiuso le due guerre del suo predecessore. Ora Barack Obama ci rinuncia. Sotto la pressione degli eventi, e del Pentagono. Per settimane un braccio di ferro ha opposto Obama ai vertici militari. L’hanno spuntata loro, facendo leva sulle notizie di drammatici rovesci: l’avanzata dei Taliban che hanno riconquistato una città importante, Kunduz; e l’affacciarsi per la prima volta in Afghanistan anche dello Stato Islamico (Is). Così ieri mattina Obama ha dato l’annuncio, in un breve e teso discorso alla nazione, dalla Roosevelt Room della Casa Bianca. Ha reso omaggio ai «2.200 americani che hanno sacrificato la vita in Afghanistan», in una guerra cominciata 14 anni fa. Ha sottolineato che «la missione di combattimento è finita già dal dicembre scorso, da allora i soldati americani hanno smesso di pattugliare villaggi e valli, o di affrontare direttamente i Taliban in vasti combattimenti terrestri ». Da un massimo di 100.000 soldati la presenza americana è scesa a 9.800. Ma se il coinvolgimento nel conflitto non è più diretto, «l’impegno verso il popolo afgano prosegue». Quindi Obama ha ammesso che nonostante i 14 anni di sforzo per rendere autosufficiente l’esercito afgano, «questo non è forte come dovrebbe ». Di qui l’annuncio: i 9.800 soldati Usa restano anche nel 2016. Di questi 5.500 continueranno la loro missione anche oltre: quindi almeno nel 2017, quando alla Casa Bianca ci sarà qualcun altro. Queste forze, limitate, serviranno a difendere e presidiare tre basi: Bagram, Jalalabad, Kandahar.
Obama ha concluso con un appello agli alleati: «Lavoreremo con i nostri partner per coordinare queste nostre decisioni con la loro presenza in Afghanistan dopo il 2016». Della coalizione di 42 alleati fa parte anche l’Italia. E quindi anche all’Italia si rivolge l’appello che poco dopo è stato ribadito dal Pentagono. Alle parole di Obama il suo Dipartimento della Difesa ha subito aggiunto di essere «fiducioso che gli alleati offriranno un contributo significativo di truppe nei prossimi anni». Il segretario Usa alla Difesa, Ashton Carter, ha dichiarato di avere «già iniziato le consultazioni con alleati chiave per assicurare il loro sostegno alla missione». La Germania ha dato il suo ok. Le pressioni sull’Italia peraltro erano già cominciate nei giorni scorsi quando l’annuncio di Obama era ormai imminente. Il contingente italiano è di 750 militari, schierato tra Kabul e Herat.
Il dietrofront di Obama avviene in una fase in cui tutta la sua strategia in Medio Oriente è sotto accusa, tra i rovesci sul campo e le polemiche domestiche. Solo pochi giorni fa Obama aveva dovuto annunciare un altro voltafaccia in Siria: la fine di un programma per addestrare direttamente i ribelli anti-Assad, naufragato dopo essere costato 500 milioni di dollari al contribuente americano. Sempre in Siria gli Stati Uniti assistono all’escalation militare russa, che rilancia il ruolo di Mosca in Medio Oriente. La Casa Bianca non nasconde l’impressione che Vladimir Putin stia trasformando il teatro siriano in una “vetrina” per esibire nuovi armamenti, nuove tecnologie, e un piglio sempre più aggressivo negli affari internazionali. In casa propria Obama è sotto tiro. I repubblicani gli rimproverano un atteggiamento rinunciatario, abbandonando la leadership strategica degli Usa in un’area cruciale come il Medio Oriente. La stessa Hillary Clinton, pur trattandolo con rispetto, ha preso le distanze da lui sulla Siria: la candidata alla nomination democratica propone una “no-fly zone” e corridoi umanitari per proteggere i profughi, due opzioni fin qui scartate dalla Casa Bianca.
E non si placano a livello internazionale le polemiche per il raid della U.S. Air Force su un ospedale di Medici Senza Frontiere a Kunduz, dove sono morti 22 fra medici e pazienti. Obama ha dovuto scusarsi, ma finora ha rifiutato un’indagine internazionale indipendente. Fonti dell’intelligence Usa citate dall’ Associated Press ieri hanno rivelato che gli analisti delle “operazioni speciali” americane prima di guidare i cacciabombardieri verso quel bersaglio sapevano che si trattava di un ospedale, ma credevano fosse usato da un agente pachistano per «coordinare l’attività dei Taliban».


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